“Costituzione Italiana: articolo 10” di Pietro Costa

Costituzione Italiana articolo 10 di Pietro Costa

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L’articolo 10 nel dibattito costituente

Proprio la discontinuità con il fascismo si pone come stella polare per i costituenti, la cui impostazione procede verso una “doppia revisione della sovranità: per metterla al servizio dei diritti, sul fronte interno, e, sul fronte esterno, per […] aprirla agli apporti del diritto internazionale e di eventuali ordinamenti sovrastatuali”. Secondo l’autore

I costituenti sono consapevoli di situarsi in un preciso tornante della storia dell’Occidente: hanno appreso dal passato recente e lontano che i diritti sono garanzie fragili e che lo Stato è, sì, uno strumento indispensabile per la loro realizzazione, ma è anche una potenziale minaccia. Occorre allora ripensare l’intera parabola della statualità moderna: non soltanto rigettare il totalitarismo fascista, ma anche correggere (e tendenzialmente rovesciare) la visione ottocentesca dello Stato e dei diritti.

La seconda sezione del libro, ripercorrendo la genesi dell’art. 10, offre un spaccato dei dibattiti avvenuti principalmente nella Commissione per la Costituzione (“Commissione dei 75”) dell’Assemblea Costituente e nella sua Prima Sottocommissione. Anche se il resoconto delle sedute, presentando più citazioni di quante ne contestualizzi, risulta piuttosto ponderoso, ne emergono, riacquistando vivido spessore, i nomi dei democristiani Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti e Aldo Moro, dei comunisti Palmiro Togliatti e Umberto Terracini, del socialista Lelio Basso, dell’azionista Emilio Lussu, del repubblicano Tomaso Perassi.

La trattazione mostra come, in un clima di larga condivisione di orientamenti, un contrasto riguardasse l’ordinamento internazionale che si andava delineando: democristiani quali Dossetti e Moro premevano per la massima adesione, mentre esponenti delle sinistre come Togliatti e Lussu mostravano una posizione più cauta, che l’autore definisce, con troppo esigua simpatia, “una sorta di riserva mentale che vede[va] nello Stato, più che in un ordinamento internazionale dall’incerto profilo, un affidabile strumento di progresso civile e sociale”. Il principale elemento di disaccordo sulla condizione dello straniero era relativo alla concessione dell’asilo politico ai perseguitati per aver difeso attivamente libertà e diritti, come proposto da sinistra, o a tutte le persone cui le libertà democratiche nei rispettivi Paesi fossero precluse.

In definitiva, l’articolo “sembra trovare il suo “tema”, il suo elemento unificante, nell’esigenza non tanto di mettere a fuoco lo statuto giuridico del non-cittadino, quanto di rendere disponibile e permeabile l’ordinamento agli apporti del diritto internazionale” in chiave anti-nazionalista. Nel chiedersi quanto i costituenti fossero specificamente attenti alla figura dello straniero, l’autore soppesa elementi che riflettono un margine di ambiguità. Fra questi, il fatto che la formulazione originaria dell’art. 3 riservasse l’uguaglianza formale e sostanziale agli “uomini, a prescindere dalla diversità […] di nazionalità”, venendo poi emendata dal Comitato di Redazione dell’Assemblea Costituente per riferirsi ai soli “cittadini”, senza che però in sede plenaria la sostituzione producesse rilevanti discussioni. Costa argomenta che

Una tensione per noi drammatica ed evidente – la tensione fra le aperture universalistiche dei diritti umani e le strettoie particolaristiche che si fanno sentire nel momento della loro concreta realizzazione nei confini di un determinato ordinamento – non sembra rappresentare un dilemma decisivo per i costituenti che, per un verso, hanno fatto dei diritti umani (e della loro anteriorità rispetto allo Stato) il centro del nuovo ordinamento, ma, per un altro verso, hanno continuato a vedere nei cittadini i principali destinatari delle norme costituzionali.

In epoca repubblicana, fino agli anni Ottanta il legislatore non sviluppa il lascito dei costituenti riguardo alla condizione dello straniero, nel solco di quella controversia sull’insufficiente “attuazione della Costituzione” associata alla figura illustre di Piero Calamandrei. Resta vigente il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza (1931) approvato dal regime fascista, mentre permanenza ed espulsione degli stranieri rimangono soggette a prassi esecutive/amministrative più che a norme certe e prevedibili. In varie sentenze la Corte costituzionale estende le tutele degli stranieri, ad esempio esigendo che i rimpatri decisi dall’autorità pubblica per ragioni di sicurezza si basino su fatti obiettivi e una motivazione formale, però legittima la maggiore discrezionalità dello Stato verso di loro, che con esso non hanno un rapporto “originario e permanente” come la cittadinanza.

Così pure, in assenza di leggi che stabiliscano le condizioni per “attivare” il comma 3, il diritto soggettivo a ricevere asilo viene garantito, per altra via, dalla Convenzione di Ginevra del 1951, che identifica come rifugiato chi, “nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”. Costa evidenzia però che l’efficacia della Convenzione era limitata: almeno inizialmente, i fatti collegati alle persecuzioni dovevano essere precedenti al 1951 e comunque lo Stato italiano, avendo fatto valere una “riserva geografica” in sede di ratifica, attribuiva lo status di rifugiati soltanto ad individui di provenienza europea.

Verso fine secolo, rilevanti cambiamenti portano in primo piano la questione del trattamento degli stranieri. Li rende una presenza sempre meno marginale la graduale crescita dell’interdipendenza fra i Paesi, mentre oltretutto l’Italia riceve flussi di immigrazione e insediamento. Il Trattato di Maastricht, inoltre, genera “una nuova classe di “stranieri-cittadini” nei confronti dei quali il potere degli Stati nazionali è destinato ad essere tanto più contenuto quanto più ricca diviene la rosa dei diritti collegati alla cittadinanza europea”, tutelati da una Corte alquanto attiva. Con il consolidamento di un clima orientato alla protezione dell’individuo, sostiene Costa, l’impostazione della Costituzione del 1948 mostra una fruttuosa adeguatezza:

La pervasività dei diritti umani nell’odierno discorso pubblico nazionale e internazionale, l’indebolimento del carattere assoluto ed esclusivo dell’appartenenza alla comunità politica, […] la diffusione di un clima che potremmo dire “postnazionale” e “poststatuale”, impressionano l’odierna cultura giuridica e forniscono a essa una nuova chiave di lettura del dettato costituzionale che sottolinea come proprio la sua prevalente direzione di senso (la sua scelta personalistica e solidaristica) […] lo [renda] capace di intercettare fenomeni nuovi e imprevedibili per i costituenti.

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Classe 1991, di Bologna. Dottorando di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso il CIRCaP all'Università di Siena e l'Istituto DIRPOLIS della Scuola Superiore Sant'Anna. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha studiato presso il Collegio Superiore di Bologna. Ha trascorso periodi di studio presso l'ENS di Parigi e la UAB di Barcellona e soggiorni di ricerca presso l'Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e il King's College London. I suoi studi si sono concentrati sul processo di integrazione europea, sulla politica britannica, sull'euroscetticismo, sul populismo, sulle discrepanze di opinione tra élite e cittadini, sulla teoria costruttivista.

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