“Costituzione Italiana: articolo 10” di Pietro Costa

Costituzione Italiana articolo 10 di Pietro Costa

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“Crisi dei migranti” e spinte nativiste

Quanto però alla gestione di questi fenomeni in Italia, l’autore – passando al vaglio la “legge Martelli” (1990), la “legge Turco-Napolitano” (1998), la “legge Bossi-Fini” (2002), il “pacchetto sicurezza” (2008-2009) e la legge di conversione del “decreto Minniti” (2017) – schematizza[3] la traiettoria regressiva di una “serie di interventi legislativi che, in una prima fase, tentano, con relativo successo, di tenere insieme il controllo dei flussi migratori e il rispetto dei diritti fondamentali e poi, in una fase successiva, fanno cadere l’accento sulla difesa del territorio e irrigidiscono le differenze fra “noi” e “loro”, fra i cittadini e gli altri”.

Primo tentativo di disciplina organica della materia e portatrice del “fragile equilibrio” iniziale, la legge Turco-Napolitano si preoccupava ad esempio di garantire ai migranti regolari parità di trattamento sanitario rispetto ai cittadini e a quelli irregolari almeno le cure essenziali, mentre dall’altro lato istituiva a scopo di accertamenti i Centri di permanenza temporanea. Leggi successive, ribattezzandoli “Centri di identificazione ed espulsione” e poi “Centri di permanenza per i rimpatri”, hanno prolungato il periodo massimo di detenzione amministrativa fino a 18 mesi[4], in linea con l’arbitraria prassi ottocentesca ma pure con quella odierna di parecchi Stati europei (si veda anche la direttiva 2008/115/CE, o “direttiva rimpatri”). Nella tendenza delineata dall’autore si inserisce appieno, del resto, il recente “decreto Salvini”.

Una spirale protratta di marginalizzazione dei diritti fondamentali della persona, avverte Costa chiudendo il cerchio, avvicinerebbe il

ritorno a un mondo composto di comunità politiche chiuse e autosufficienti, impermeabili all’esterno, impegnate nella difesa di identità immaginarie, sospettose nei confronti delle diversità, tendenzialmente aggressive nei confronti di ogni realtà esterna; il mondo degli Stati l’un contro l’altro armati dell’Otto-Novecento. […] Certo, è probabilmente ineliminabile la tensione fra le preoccupazioni particolaristiche di una comunità politica localizzata e la dimensione universalistica dei diritti. In ogni caso […] prendere sul serio i diritti umani e adoperarsi a che le promesse della Costituzione non restino inevase è un indispensabile antidoto alla tentazione di chiusure sterili e, alla lunga, suicide.

Con la sua articolata contestualizzazione del tema centrale, cosa tanto necessaria quanto poco frequente nell’attuale congiuntura politica, il volume sfocia in una conclusione che educa alla politica come “arte del possibile”. Essa rende manifesta la contraddizione insanabile tra l’universalismo teorico dei diritti, sancito peraltro per alcuni di essi da legislazione nazionale e normative internazionali, e il fatto che la loro concreta garanzia ed effettiva esigibilità dipenda in ultima istanza da entità politiche sovrane intente ciascuna a perseguire – sperabilmente! – il benessere dei propri cittadini.

Persino legislatori che abbiano come stella polare i diritti e le libertà della persona, infatti, si trovano a doverli tutelare in un preciso spazio territoriale, rendendo conto anzitutto ai cittadini; sotto il peso di imperativi legati a interesse nazionale, sicurezza, sostenibilità economica; con limitata certezza del buon funzionamento della macchina amministrativa e giudiziaria dello Stato; e tramite un’autorità politica circondata da autorità omologhe, magari indisposte ad accordare agli stranieri un agevole ricongiungimento familiare o l’istruzione obbligatoria gratuita. L’apertura all’ordinamento internazionale post-1945 costituisce una condizione necessaria ma non sufficiente. Lo Stato ne è legalmente vincolato nella misura in cui gli accordi sottoscritti e gli impegni assunti ne limitano l’arbitrio potenzialmente – e storicamente – illiberale. Per un altro verso, però, l’avanzamento e l’effettiva tutela dei diritti non sono riducibili ad un semplice dato giuridico e morale, non potendo fare a meno né di un modicum di volontà politica, né di condizioni materiali ed economiche che lascino margine di manovra ai decisori nazionali[5].

Per chi, mosso da un pensiero progressista, percepisca come un problema l’intrattabilità della tensione di fondo, l’obiettivo realistico è allora una sua attenuazione passo dopo passo. In ambito comunitario, del resto, neppure la “sacra” libera circolazione delle persone consiste in una porta spalancata: la direttiva 2004/38/CE subordina a condizioni favorevoli ma non scontate il diritto di soggiorno in un altro Stato membro per periodi superiori a tre mesi[6]. Ma in ogni caso, rispetto ai secoli scorsi i cittadini europei si trovano oggi di fronte a situazioni innegabilmente “addolcite”, per quanto riguarda le ripercussioni che la loro vita personale può subire quando devono fare i conti con l’autorità di uno Stato straniero.

Infatti, lo Stato in Europa ha quasi ovunque natura liberaldemocratica, riconosce i diritti sociali accanto a quelli civili e politici, è inserito in fitte trame di organizzazioni ed accordi internazionali ed europei, nel cui quadro i diritti fondamentali sono stati individuati, codificati ed espansi. Purtroppo, il saggio non discute quali norme internazionali abbiano maggiormente valorizzato la scelta di apertura da parte dei costituenti, espandendo nei decenni i diritti di diverse categorie di stranieri (come del resto quelli degli italiani fuori dal suolo patrio). L’ordine liberale internazionale sviluppatosi dal secondo dopoguerra può comunque apparire a buon diritto come una fase in cui – nonostante discrepanze fra aree del globo, convenzioni non ratificate o male applicate, resistenze e ipocrisie degli Stati – il diritto internazionale ha via via incluso come soggetti tutelati anche gli individui, intaccando la secolare, odiosa dipendenza dei diritti di una persona dal luogo di nascita che le è toccato in sorte.

È quindi comprensibile che l’autore si mostri preoccupato dall’inversione di tendenza facilitata in Europa dalla Grande Recessione, dalla cosiddetta “crisi dei migranti” e dal modo in cui questi fenomeni, cavalcati da partiti nazional-populisti, hanno agito in senso nativista sulle coscienze. Invero, lascia un sapore amaro recensire questo volume mentre il discorso politico si mostra ormai largamente sordo ai diritti umani e al solidarismo: lo scritto di Costa si conferma prezioso nel mostrare che non è certamente solo chi fugge da guerre ad aver diritto all’asilo. Già nel 1951, d’altra parte, la Convenzione di Ginevra si preoccupava di sanare la condizione degli aventi diritto all’asilo entrati clandestinamente nel Paese di rifugio, mentre fissava il noto principio di non-respingimento (non-refoulement) del rifugiato “verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche”.

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[3] È purtroppo impossibile dare qui conto dei numerosi ambiti disciplinati e successivamente riformati da questi provvedimenti.

[4] Questo termine massimo, drasticamente abbassato a 3 mesi nel 2014, è stato nuovamente raddoppiato dal “decreto Salvini”.

[5] Devo alla redazione di Pandora l’aver sottolineato questo aspetto. In questo senso, l’esempio della Grecia allo stremo, e delle condizioni nel campo di Moria sull’isola di Lesbo, parla da sé.

[6] Per informazioni precise si rinvia agli articoli 7 e 14 della direttiva 2004/38/CE e alle pagine accessibili all’indirizzo europa.eu/youreurope/residence-rights


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Classe 1991, di Bologna. Dottorando di ricerca in Political Science, European Politics and International Relations presso il CIRCaP all'Università di Siena e l'Istituto DIRPOLIS della Scuola Superiore Sant'Anna. Laureato in Studi Internazionali a Bologna e in Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, ha studiato presso il Collegio Superiore di Bologna. Ha trascorso periodi di studio presso l'ENS di Parigi e la UAB di Barcellona e soggiorni di ricerca presso l'Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne e il King's College London. I suoi studi si sono concentrati sul processo di integrazione europea, sulla politica britannica, sull'euroscetticismo, sul populismo, sulle discrepanze di opinione tra élite e cittadini, sulla teoria costruttivista.

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