“Costituzione italiana: articolo 5” di Sandro Staiano
- 09 Aprile 2018

“Costituzione italiana: articolo 5” di Sandro Staiano

Scritto da Alessandro Ambrosino

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La genesi dell’articolo 5

La definitiva approvazione del dettato dell’articolo 5 e del Titolo V, che dal primo dipende direttamente, fu il risultato dei confronti sul tema che più di tutti polarizzò il dibattito in seno alla Costituente: la questione regionale[7]. Tale problema politico aveva già diviso senatori e deputati in passato, ed era destinato a dividerli anche in futuro. Utilizzando le parole del noto giurista Ettore Rotelli: «Il tema della regione non è mai stato popolare, né durante il fascismo, quando si giunse a proscrivere la parola dagli atti ufficiali, né durante l’età liberale, quando essere “regionisti” fu considerato l’equivalente di essere anti-unitari, né, infine, nel periodo repubblicano»[8].

La scelta di sagomare la nascente Repubblica sulla base di regioni, più che una spinta “dal basso”, fu dunque l’esito di un vero e proprio «compromesso costituente»[9] tra i maggiori partiti nazionali, che stemperarono posizioni molto divergenti fra loro: da quella liberale, già ricordata, che considerava l’accentramento decisionale quale unico presupposto per la sopravvivenza stessa dell’unità statale, fino a chi auspicava un “regionalismo forte” in senso federalista, con regioni dotate di finanza propria e potere legislativo. Anche la componente marxista considerava le regioni «una costruzione artificiosa»[10], la cui autonomia politica avrebbe riaperto le ferite del processo unitario, ma che, nella sapiente modulazione tattica dei discorsi in Assemblea, diventarono: «organi amministrativi di decentramento»[11]. Tale pragmatismo consentì di isolare il discorso politico da quello più squisitamente tecnico e dimostrò che non si voleva uno “Stato regionale” bensì una declinazione del principio di autonomia basato sull’elezione democratica di Comuni, Provincie e Regioni, in cui queste ultime altro non erano che enti di carattere precipuamente burocratico.

La genesi di queste “Regioni amministrative”, ricalcate precisamente sui comparti statistici ottocenteschi, rivelò nuovamente la mancata risoluzione della questione regionale: esse erano nate all’interno di un progetto partitico di respiro nazionale, che aveva creato incongruenze tra i ritagli costituzionali e la pulsante realtà territoriale[12]. Nelle parole del geografo Lucio Gambi, che dagli anni Sessanta iniziò una riflessione intorno a questi temi, si trattava di un’opera di “regionalizzazione senza regionalismo” in quanto: «la lunga e per molti versi matura discussione che portò alla formulazione degli articoli costituzionali […] non sviluppò l’indispensabile ricerca di quegli elementi che dovevano […] favorire il reale riconoscimento e la precisa individuazione delle entità umane che manifestano una fondata personalità di regione»[13]. Senza una seria discussione che affrontasse i nodi del problema territoriale e soprattutto che definisse chiaramente il concetto di regione, il percorso dell’autonomia si irrigidì e seguì in maniera meccanica, per effetto delle proiezioni nelle sedi parlamentari degli interessi rappresentati dai partiti, i movimenti di dislocazione del potere dal centro alla periferia. A questa impronta iniziale corrisposero i caratteri della vita pubblica delle istituzioni regionali, percepiti come enti asfittici e poco partecipati come luoghi di autogoverno e di espressione di vera autonomia rispetto, ad esempio, ai comuni.

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Scritto da
Alessandro Ambrosino

Dottorando in International History al Graduate Institute di Ginevra. Laureato in Storia e in Relazioni Internazionali all’università di Bologna. Dopo aver lavorato presso l’Ufficio di Collegamento della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia a Bruxelles, ha svolto il tirocinio UE presso il Comitato delle Regioni.

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