“L’ascesa della finanza internazionale” di Giuseppe Berta

Finanza

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Due voci autorevoli sulla finanza

Il giudizio dei vittoriani sulla Borsa oscillava tra l’euforico e il critico. Taluni vedevano in essa lo specchio di una società potentissima, quella inglese, talaltri un motore sociale finalizzato ad allargare la forbice tra ricchezza e povertà. Esponente di rilievo di quest’ultima “scuola” è Anthony Trollope, autore di The Way We Live Now[4] (1875), una deprecatio temporum che ritraeva a tinte particolarmente fosche una società sempre più in mano ai cosiddetti “principi mercanti”, latori di ricchezze immense. A loro immagine viene creato il personaggio di Augustus Melmotte (forse ispirato ad Albert Grant) che, dopo “un torbido passato da avventuriero della finanza internazionale, giunge a godere, soltanto per effetto delle sue ricchezze eccezionali, di una rispettabilità sociale e di una visibilità inaccessibili in una società meno prosternata al culto del denaro”[5]. E la veracità di tale assunto risiede nel vero motivo del crollo sociale di Melmotte, culminato nel suicidio: la perdita del credito. In sintesi, Trollope vede nei principi mercanti non dei gentiluomini inglesi, ma degli spregiudicati affaristi che imperniano le proprie attività sulla frode e l’inganno, caratterizzati da tratti fisiognomici che secondo Berta “sembravano recare un’evidente impronta razziale”[6].

Il contraltare di Trollope è Walter Bagehot, direttore dell’Economist, con il suo Lombard Street[7] (1873). Assunto centrale di tale testo è la proporzionalità diretta tra ricchezza e potenza e quindi il dominio planetario del the great moneyed country, l’Inghilterra, la cui City di Londra custodiva in deposito 120 milioni di sterline, contro i 40 di New York e gli “appena” 13 di Parigi (affossata, quest’ultima, dal tracollo dell’impero di Napoleone III, nel 1870): una preminenza indiscutibile. La peculiarità del mercato londinese risiedeva nel suo bacino di utenza globale, come sottolinea Berta: “vi affluivano […] in primo luogo i governi dei paesi che volevano avviarsi sul cammino della civiltà, per quello che ciò significava allora, ossia la realizzazione di infrastrutture e anzitutto di linee ferroviarie”[8]. E, in effetti, la fetta più ricca dei prestiti che la City erogava (42%), finiva non in Inghilterra (33%), né nei territori imperiali d’oltremare (25%), ma nel resto del mondo. C’era inoltre un elemento chiave che garantiva a Londra lo status di capitale finanziaria del mondo: il gold standard, ovvero la convertibilità aurea della moneta forte, la sterlina.

Bagehot parla, più che di “principi mercanti”, di merchant bankers, intermediari tra potenze straniere e Borsa, che vantavano un credito “indiscutibile”. Si formarono, col passare del tempo (e grazie al principio legale della primogenitura vigente nell’Inghilterra vittoriana), diverse dinastie di merchant bankers, che in alcuni casi fungevano da vere e proprie potenze internazionali, come ricorda Berta a proposito del ruolo dei Rothschild in difesa dell’immagine dell’ebraismo mondiale (che essi incarnavano) mediante la filantropia.

Un sistema basato sulla fiducia

Ciò che emerge dalle speculazioni di Trollope e Bagehot è la percezione che la società aveva della finanza internazionale: una gallina dalle uova d’oro, da cui attingere tutti illimitatamente. Gli eventi occorsi nella seconda metà del secolo XIX incrinarono progressivamente tale convinzione, mettendo a nudo tutte le fragilità di un sistema complicato da controllare. Come Berta sintetizza efficacemente: “Era come se le dimensioni dell’attività economica avessero via via travalicato l’alveo naturale per proiettarsi verso ordini di grandezza incontrollabili, come incontrollabili erano le reazioni che continuamente generavano, sfuggendo non solo a una ben calcolata gestione del business, ma agli stessi criteri di comprensione e di giudizio che informavano la mentalità di mercato”[9].

Le stime del dealer George W. Medley del 1878 rivelarono come più della metà dei titoli esteri commerciati dal 1820 si fossero rivelati un pessimo affare per gli investitori, a causa dell’insolvenza totale o parziale di paesi instabili economicamente e politicamente, come l’Impero Ottomano, il Perù, il Messico di Massimiliano d’Austria e l’Egitto. Si pose come inevitabile una riflessione sul comportamento sconsiderato di molti privati che si rapportavano alla Borsa in maniera troppo elementare, finendo col perdere somme considerevoli. Già nel 1862 l’Economist elaborò un vero e proprio vademecum per gli investitori, con lo scopo di enunciare criteri-guida volti ad aiutare i lettori a prendere le proprie decisioni in Borsa. Il tutto può essere sintetizzato in un concetto tanto scontato, quanto poco compreso al tempo: l’affidabilità. Non importava per quale ragione un governo straniero richiedesse un prestito, ma era cruciale sapere se esso sarebbe stato in grado di restituire il denaro con l’interesse concordato e ciò dipendeva dalla condizione politica del Paese in questione, in primis. Quanti non si sentivano in grado di effettuare scelte rischiose, potevano affidarsi ai Consols, titoli di Stato inglesi, più sicuri, ma che consentivano un guadagno minore. L’Economist non faceva pubblicità ad alcuni titoli piuttosto che ad altri, ma si limitava ad avvertire dei pericoli nei quali il lettore poteva incorrere imbarcandosi in questo o in quel prestito. Il comportamento degli investitori oscillava tra quanti attendevano pazientemente il maturare delle cedole e coloro che preferivano immettersi nel complesso (e ancor più rischioso) circuito della speculazione, comprando e vendendo titoli cercando di ottenerne vantaggiose plusvalenze.

Tutto questo convulso sistema provocava spesso desideri di rivalsa, anche violenti, da parte di quanti avevano perso denaro, in linea con le politiche imperialiste del tempo. È quanto accadde nel biennio 1867-1868, quando i possessori di titoli del Venezuela chiesero al governo Disraeli di intervenire direttamente per riscuotere i capitali dati in prestito e George J. Goschen, rappresentante della City in Parlamento asserì pubblicamente che risultava “pericoloso lasciar progredire l’idea che quando un inglese presta il suo denaro a un governo straniero, crea un obbligo nazionale, garantito da tutta la potenza del governo inglese. Gli inglesi prestano denaro ai governi stranieri, ricevendone alti interessi, perché corrono un rischio”[10]. Il desiderio di molti esponenti della City era probabilmente quello di preservare la pace per incrementare gli affari, quello di molti investitori era di riavere indietro il proprio denaro, a qualunque costo.

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[4] Edizione italiana: La vita oggi, Sellerio, Palermo, 2010, 2 voll. cit. in Berta, 2013.

[5] Berta, 2013, pp. 48-49.

[6] Ivi, p. 51.

[7] Edizione italiana: Lombard Street. Il mercato monetario inglese, Cassa di Risparmio di Torino, Torino, 1986.

[8] Berta, 2013, p. 53.

[9] Ivi, p. 97.

[10] Mr Goschen and the Foreign Bondholders, in “The Economist”, 14 novembre 1868, pp. 1300-1301, cit. in Berta, 2013.


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Nato nel 1997, si è diplomato presso il Liceo Classico "Torquato Tasso" di Roma. Attualmente studia Storia, Antropologia, Religioni presso l'università La Sapienza, curriculum medievistico-paleografico.

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