Una generazione in lockdown
- 26 Maggio 2020

Una generazione in lockdown

Scritto da assembraMenti

11 minuti di lettura

assembraMenti è un movimento per la parità intergenerazionale, che nasce dalle riflessioni di un gruppo di dottorande, studentesse e praticanti durante il periodo di lockdown conseguente all’epidemia da Covid-19. Con l’intento di costruire una comune identità per la generazione under 35 e di sensibilizzare l’opinione pubblica in merito alle disuguaglianze di riconoscimento, assembraMenti ha lanciato, dalla propria pagina instagram la campagna #seigiovanecidicono e un Manifesto aperto alla firma.assembraMenti


In pieno lockdown da Covid-19, l’allarme lanciato dal Forum Diseguaglianze e Diversità ha riportato l’attenzione sulle disuguaglianze sociali, economiche e di riconoscimento insite nel nostro Paese, disparità preesistenti e ora messe a nudo dalle conseguenze dell’epidemia. Tra queste, c’è un fattore di disuguaglianza trasversale che purtroppo solo di rado viene tenuto in reale considerazione: quello generazionale.

Il 2018 è stato un anno decisivo in questo senso: nel nostro Paese gli over 60 hanno superato gli under 30. Una “tenaglia generazionale”, per citare un’acuta definizione dell’Istituto Cattaneo, che ha consolidato un trend ormai invalso nello stanziamento di risorse pubbliche, e nella considerazione politica in generale, in favore della prima fascia della popolazione a discapito alla seconda. Secondo le più recenti statistiche ISTAT, a fine 2019 il tasso di disoccupazione dei giovani under 35 (18%) era più del doppio rispetto a quello della fascia compresa tra i 35 e i 54 anni (8%) e quasi quadruplo rispetto a quello che si registrava tra gli over 54 (5%). Nonostante l’iconografia nazionale (ed internazionale) dipinga i cosiddetti millennial come “la generazione dei mammoni”, degli inetti e non-autosufficienti, questi dati non sembrano confermare la tesi dell’indolenza giovanile, ma piuttosto evidenziare la profonda e radicata disuguaglianza generazionale presente in Italia. Condizione, questa, che invero si evince da molti altri dati, tra i quali, in primis, quelli relativi alla distribuzione della ricchezza netta media personale, per fasce d’età, dal 1989 al 2014. La disuguaglianza generazionale non è una novità nel panorama italiano, ma oggi appare come una tendenza in via di irreversibile consolidamento.

La generazione degli under 35 si trova ad affrontare ben due crisi economiche nel periodo compreso tra formazione e accesso al mondo del lavoro: quella del 2008 e quella che oggi si sta chiaramente stagliando davanti a noi. Partendo da queste riflessioni, le autrici hanno cercato di capire quale fosse la condizione dei lavoratori under 35 durante il lockdown e in che misura l’epidemia li stesse affliggendo, cercando di verificare se all’impatto economico corrispondesse un equivalente impatto sanitario.

 

L’impatto economico, ovvero quanti giovani hanno proseguito le proprie attività durante il lockdown

Al fine di contrastare la diffusione del virus Covid-19, nel mese di marzo il Governo ha gradualmente limitato la libertà d’impresa e di iniziativa economica, inizialmente disponendo la chiusura di una parte delle attività economiche e produttive del Paese (decreto dell’11 marzo 2020), in seguito ampliando e specificando i settori interessati dal provvedimento, con i successivi decreti del 22 e 25 marzo. Le attività qualificate come essenziali, identificate attraverso codici ateco, erano le uniche a cui era permesso continuare a svolgere la propria attività durante il lockdown.

Orbene, da un’analisi dei dati ISTAT sull’occupazione giovanile è possibile rilevare che solo il 23% degli under 35 ha continuato a lavorare durante il lockdown, mentre in media più del 65% degli over 35 era attivo, con un picco del 73,6% per gli over 55. Del resto, il numero degli under 30 impiegati in settori ritenuti essenziali è esiguo: una ricerca basata su dati del Ministero del Lavoro quantifica nel 14,6% del totale degli impiegati l’apporto dei giovani compresi nella fascia d’età tra i 20 e i 29 anni nei suddetti settori, mentre la stessa categoria costituisce ben il 25,5% degli impiegati in attività non essenziali. Ampliando leggermente la soglia d’età, è possibile notare che la fascia compresa tra i 20 e i 39 anni rappresenta, per lo meno in termini di forza lavoro, la colonna portante delle attività economiche e produttive non essenziali, costituendo da sola più del 50% degli impiegati in tali settori, mentre il totale degli under 40 impiegati in settori essenziali non supera il 40%.

Inoltre deve aggiungersi che una buona parte della fascia più giovane, rientrante comunque nella categoria under 35, è costituita da stagisti, tirocinanti e praticanti, i quali, oltre a essere esclusi da qualunque tutela economica prevista dal decreto Cura Italia, subiranno, con ogni probabilità, un danno in termini di perdita di chance di inserimento lavorativo.

In generale, occorre notare come fino ad oggi la categoria degli under 35 sembri aver goduto di scarsa considerazione nelle misure economiche emanate dal Governo per fronteggiare le conseguenze dell’epidemia. Ne è un esempio la totale assenza di misure a sostegno degli affitti non commerciali: se è vero che, secondo un rapporto dell’Agenzia delle Entrate sugli immobili in Italia nel 2019, ben il 92% degli Italiani possiede una casa di proprietà, tra questi solo il 6% è under 35. La propensione verso la locazione, non è, peraltro, necessariamente frutto di una scelta ponderata, ma dipende piuttosto dalle, già illustrate, minori capacità economiche dei giovani. Inoltre, la precarietà lavorativa, più diffusa nella fascia under 35, comporta anche una maggiore difficoltà di accesso al mercato del credito, motivo per cui la generazione dei millennial beneficerà solo in minima parte della sospensione dei mutui prevista dal decreto Cura Italia.

 

L’impatto sanitario, ovvero quanti giovani sono stati gravemente colpiti dal virus Covid-19

Dal punto di vista sanitario, mentre la situazione dei più anziani è tristemente nota, quella dei giovani non lo è affatto. Infatti, a fronte di un virus con tassi di contagio e di letalità che appaiono decisamente più alti rispetto ad una normale influenza, i dati sanitari ed epidemiologici sono non solo scarsi, ma anche parzialmente, e comunque intrinsecamente, provvisori. Eppure, qualche punto fermo c’è, e, oltre a dare speranza, va in favore dei giovani.

Primo, come riferisce l’OMS, l’81% dei contagiati di coronavirus sviluppa una forma lieve curabile con farmaci da banco, il 14% mostra una forma aggravata per la quale però è sufficiente un semplice ricovero, mentre il 5% circa richiede un trattamento in terapia intensiva. Secondo, le forme più gravi tendono a svilupparsi tra le fasce di popolazione più anziane ed in presenza di comorbilità. Lo confermano i dati dell’Istituto Superiore della Sanità, che, relativamente al caso italiano, stabilizzano a 62 anni l’età mediana dei contagi, ed a 81 quella dei decessi.

Al contrario, i soggetti di età più giovane tendono a rimanere asintomatici oppure a presentare sintomi lievi. Ciononostante, i dati comunicati in Italia sembrano omettere del tutto la questione anagrafica, quotidianamente sommersa dal risultato aggregato. Un silenzio che diventa sempre più ingombrante, un gigantesco elefante nella stanza. Ma non si tratta solo di un gap comunicativo: in buona parte dei casi, sono proprio i dati ad essere lacunosi. Nonostante ciò, è utile qui riportare una breve analisi dei dati disponibili divisa per contagi, ospedalizzazioni e decessi.

Stando alle ultime comunicazioni, il numero di contagiati nella fascia d’età 0-39 anni risulta essere di 35.290 persone su un totale di 227.204 contagiati (per le incidenze su ciascuna fascia d’età, vedere qui). Tuttavia, se si considera che la maggioranza dei soggetti giovani presenta sintomi lievi o non ne presenta affatto, in un contesto epidemiologico in cui già mediamente l’80% dei contagiati non si aggrava, il solo dato relativo al contagio non è sufficiente a comprendere come la ponderazione demografica dei dati sia imprescindibile, sia in termini sanitari generali, sia in un’ottica di tenuta del sistema sanitario nazionale.

Quanto pesano dunque i giovani contagiati di Covid-19 sul sistema sanitario e quanto è a rischio la loro salute? La domanda mette in luce un’ulteriore lacuna delle statistiche oggi disponibili.

Per i numeri relativi alle ospedalizzazioni, occorre addirittura ricorrere a una stima, effettuata da studiosi inglesi su dati cinesi, perché dell’Italia, appunto, nulla si sa. Sulla base di un modello statistico e in seguito ad un aggiustamento necessario per le ovvie differenze tra Cina e Europa, viene calcolato che le percentuali, rispetto ai contagiati, di soggetti che necessitano di essere ospedalizzati, sono dello 0% tra gli 0 e i 9 anni; 0,04% tra i 10 e i 19; 1,04% tra i 20 e i 29; 3,43% tra i 30 e i 39. Per fare un esempio, del totale dei contagiati nella fascia d’età 30-39 (13.137), si stima siano 450 le persone che potrebbero aver bisogno di essere ospedalizzate.

Rispetto poi ai ricoveri in terapia intensiva, l’unico dato apparentemente disponibile è quello pubblicato in un recente studio condotto in Lombardia. Sulla base dei ricoveri effettuati da 72 ospedali lombardi, tra metà febbraio e metà marzo 2020, quindi nel periodo di crescita del picco epidemiologico, di 1591 pazienti ammessi in terapia intensiva, solo 60 avevano meno di 40 anni, di cui 38 con malattie preesistenti. Un numero molto esiguo se si pensa che il 15 marzo 2020 la Lombardia contava 13mila casi.

Infine, i decessi. Dopo due mesi di lockdown e più di 31mila decessi, l’incubo sembra non aver fine e la paura dilaga. Eppure, ancora una volta, una prospettiva aggregata dei dati non permette una visione più lucida. Secondo il bollettino dell’Istituto Superiore della Sanità del 21 maggio 2020, sono 78 in totale le persone sotto i 40 anni morte di Covid-19 in Italia, di cui 53 con patologie gravi preesistenti e 14 privi di comorbilità, mentre dei restanti 11 non sono disponibili informazioni cliniche.

I 40 anni, dunque, rappresentano uno spartiacque significativo sia per il rischio di sviluppare una forma aggravata del virus, che per una maggiore probabilità di ospedalizzazione, ricovero in terapia intensiva e decesso.

Sull’inconsistenza dei dati ufficiali molti hanno scritto, mostrando come il bollettino della Protezione Civile spesso si dimentichi alcune specificazioni di non poca rilevanza, come il numero di tamponi effettuati, quello dei semplici dimessi e dei guariti effettivi, la presenza o meno di comorbilità. Tra questi, c’è anche l’età, o quantomeno la sostanziale differenza di incidenza della malattia nelle diverse fasce demografiche.

 

Il bilanciamento dei diritti

L’incidenza differenziata dell’epidemia ha un impatto rilevante non solo sulla tanto agognata ripartenza del sistema economico, ma anche, alla base, sull’opportunità delle stesse misure restrittive fin qui applicate. Se è vero, infatti, che il diritto alla salute, sancito dall’art. 32 della Costituzione, è un bene primario che non può essere sacrificato, è altrettanto vero che non esiste una gerarchia assoluta tra i diritti costituzionali e che il punto di equilibrio con altri interessi deve essere valutato volta per volta affinché non ne venga minato il nucleo essenziale. Ciascuna limitazione della libertà deve trovare adeguata giustificazione nel bilanciamento di diritti, operazione svolta secondo i criteri di ragionevolezza e proporzionalità.

Ecco, tuttavia, il punto centrale: il rispetto dei canoni di ragionevolezza e proporzionalità non può prescindere da un raffronto con i dati sanitari suesposti, i quali evidenziano indiscutibilmente che lo sviluppo di sintomi gravi o gravissimi, nonché i decessi, hanno un’incidenza ampiamente differenziata su base demografica. In particolare, il virus Covid-19 pare affliggere in maniera spropositatamente più grave la fascia di popolazione over 40, mentre per la restante parte della popolazione non ha effetti letali e, salvo casi eccezionali, non costituisce nemmeno una minaccia seria alla salute.

Alla luce di ciò, sempre in un’ottica di bilanciamento, le misure restrittive così come applicate fino ad oggi, sembrano comportare, per la fascia di popolazione under 40, un sacrificio sproporzionato in relazione al fine ultimo di tutela della salute. Ed, invero, astrattamente è così.

Deve tuttavia considerarsi la peculiarità del contesto italiano: se infatti nella maggior parte dei casi un giovane contagiato non corre rischi per se stesso, è altrettanto vero che per quest’ultimo le possibilità di contagiare individui appartenenti a fasce a rischio sono generalmente elevate. Concentrando l’attenzione unicamente sui giovani lavoratori, i dati mostrano che ben il 49% della fascia compresa tra i 25 e i 34 anni ad oggi convive ancora con i propri genitori (contro una media europea del 28,5% per la stessa fascia d’età). Ciò in quanto privi di un’occupazione tale da poter loro permettere di allontanarsi dal nucleo familiare: i giovani lavoratori, infatti, sono anche le principali vittime del precariato. Peraltro, come evidenziato, gli under 35 sono prevalentemente impiegati in settori considerati non essenziali, secondo l’attuale classificazione governativa, e la maggior parte di essi, ad oggi, non può continuare a lavorare.

La combinazione di fattori fin qui descritta, che affonda le sue radici in tempi ben antecedenti all’esplosione della pandemia, rende la categoria under 35 la più colpita dagli effetti collaterali del coronavirus. Tuttavia, alla luce dell’esiguo rischio sanitario cui è sottoposta, è al contempo l’unica da cui, in termine di costi-benefici (per approfondimenti vedere qui) sarebbe possibile ripartire. È il paradosso dell’epidemia: l’impatto sanitario ricade sulle fasce d’età più anziane, quello economico ricade sui giovani. Tuttavia, senza un radicale cambio di prospettiva si perdono due generazioni insieme, la prima con le conseguenze di una ferita storica, sociale, emotiva, la seconda in termini di sviluppo, innovazione e inclusione. Ma le misure in atto non aiutano né l’una né l’altra.

 

La ri-partenza

Quindi come si riparte? Prima di tutto dalla comunicazione. Nel momento in cui la ripartenza del sistema economico è divenuta fondamentale ma, allo stesso tempo, è più che mai necessaria una risposta emotiva a quella che è, a tutti gli effetti, una tragedia collettiva, la diffusione chiara e trasparente delle informazioni relative alla pandemia da parte delle fonti istituzionali risulta quanto meno doverosa. In un periodo storico governato dalle fake-news, il ruolo della raccolta dei dati e dell’analisi degli stessi è imprescindibile, per evitare che la paura e l’alienazione, effetti collaterali di una restrizione in casa ormai troppo prolungata, impediscano una visione astratta dalle situazioni contingenti personali e più aderente alla realtà.

La strategia comunicativa fin qui adottata, basata sul risultato aggregato, ha di fatto nascosto l’impatto sanitario differenziato che il Covid-19 ha avuto sulle diverse fasce demografiche. Mesi di propaganda e allarme generalizzato hanno alimentato un sistema di gestione della crisi epidemiologica che tratta tutti i cittadini allo stesso modo, a prescindere da età, sesso e patologie pregresse, quando invece i dati dimostrano che tutti uguali non sono, e che anzi, alcuni necessitano di più tutela di altri. Ci si è concentrati sul “quando” si potrà uscire, anziché sul “come” e, perché no, anche sul “chi”.

Il progetto di ripartenza per fasce d’età, trend topic per qualche settimana, ha trovato svariati oppositori e oggi pare definitivamente finito nel dimenticatoio. D’altro canto, la fase 2 ha certamente portato una grande attenzione mediatica sul ruolo dei giovani, ma non certo come protagonisti del sistema economico: piuttosto come “untori” per aver riempito le piazze all’ora dell’aperitivo. Tuttavia, al di là di una comunicazione mediatica certamente distorta sotto diversi profili, allo stato attuale una riapertura per fasce d’età non sarebbe comunque sostenibile nemmeno in una logica di contenimento dell’epidemia. Si tratta di una proposta del tutto inattuabile in un contesto socio-economico come quello che affligge l’Italia da diversi anni. In questo modo, infatti, il virus continuerebbe a propagarsi all’interno dei nuclei familiari, come d’altronde ha già fatto, mettendo realmente a rischio la vita dei soggetti più vulnerabili.

L’analisi fornita dal bollettino ISS aggiornato al 28 aprile relativa alla distribuzione dei luoghi di esposizione al contagio, effettuata su un campione di casi diagnosticati dal primo aprile, ha chiaramente evidenziato come più di un quinto dei contagi avvenga proprio nel nucleo familiare (si stima che siano il 22%), mentre in alcune regioni la direzione sanitaria è arrivata ad affermare che i contagi nel nucleo familiare costituirebbero ben i due terzi del totale. Il nucleo familiare rappresenta, dunque, il secondo luogo di esposizione al contagio, dopo RSA, case di riposo e comunità di disabili (che, cumulativamente, hanno contribuito al 48,6% dei contagi). In generale, secondo recenti ricerche, una chiave di lettura del successo (o dell’insuccesso) di alcuni Paesi nel contenimento dell’epidemia si ricava proprio dal numero dei contatti giornalieri tra le fasce più i giovani e i soggetti over 70, che in Italia, per la fascia tra i 25 e i 29 anni, è molto elevato. Una serie di dati che fanno emergere come la coabitazione tra under 35 e fasce a rischio non rappresenti solo un trascurabile effetto collaterale, ma la grave conseguenza di una falla nel sistema troppo a lungo trascurata.

Lo stato attuale richiede l’elaborazione di una exit strategy, per voler usare un termine piuttosto in voga, non tanto dal lockdown, quanto dallo stallo di crescita personale e professionale in cui le fasce più giovani si trovano costrette. E se è vero che nessuno si salva da solo, questo è il momento di prendere coscienza del ruolo dei giovani nella società, e di agire per valorizzarne il contributo, affinché si possa raggiungere un beneficio a tutti gli effetti trasversale.

Oggi più che mai diventa imprescindibile l’inclusione di una rappresentanza della fascia under 35 ai tavoli di decisione, nazionali e locali e, in ogni caso, l’accelerazione dell’inserimento lavorativo di chi si affaccia al mondo delle professioni, attraverso un serio ripensamento degli esami di abilitazione (peraltro bloccati della pandemia), nonché l’agevolazione del necessario turnover generazionale in ambito pubblico. Tutto ciò è un punto di partenza per favorire un percorso di indipendenza economica delle fasce più giovani ed andare verso lo scardinamento del cosiddetto welfare familistico. A tal fine, però, è necessario mettere in campo reali misure di sostegno alla fuoriuscita dei giovani dal nucleo familiare, tanto nel corso dell’incombente crisi economica quanto come parte di strutturate e lungimiranti politiche di inclusione. Si parla, dunque, di interventi sul mercato degli affitti non commerciali (solo parzialmente toccati dalla manovra finanziaria 2020), di seri strumenti a supporto dell’imprenditorialità giovanile e di tutele lavorative adeguate per chi opera, spesso in modo precario, al di fuori dei settori inquadrati. Tutti ambiti ampiamente trascurati prima del coronavirus e, finora, ignorati dalle misure economiche emergenziali.

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