L’attualità del pensiero di Pierre Bourdieu
- 22 Gennaio 2021

L’attualità del pensiero di Pierre Bourdieu

Scritto da Lorenzo Cattani

11 minuti di lettura

«Ogni forma d’autorità riposa su una forma di credenza originaria […] e ciò riguarda non solo l’autorità imposta attraverso gli ordini, ma anche quella che si esercita inconsapevolmente […]. Un mondo sociale è un universo di presupposizioni, scontato per coloro che vi appartengono e investito di valore da parte di coloro che vogliono esserne parte»[1].

In questa frase si ritrovano molti degli elementi più importanti del pensiero di Pierre Bourdieu, uno dei sociologi più importanti del XX secolo, il cui pensiero continua ad avere grande rilevanza anche nel nostro presente. Caposaldo del suo lavoro è il tentativo di costruire una teoria in grado di raggiungere una sintesi fra oggettivismo e soggettivismo[2], fra struttura e azione. Da un lato Bourdieu ritiene che esistano strutture esterne, indipendenti dal comportamento dell’individuo, che ne condizionano le scelte fornendogli una serie di vincoli e incentivi. Allo stesso tempo, però, sostiene che le scienze sociali debbano indagare queste strutture considerando anche la conoscenza pratica che ne hanno gli individui. Questo perché, per Bourdieu, le strutture sono sia “strutturanti”, nel senso che influenzano l’azione individuale, sia “strutturate”, generate e riprodotte dall’azione degli individui. La conseguenza è che il ricercatore deve porsi in un rapporto riflessivo con il fenomeno che studia, cercando di mettere sempre in discussione le sue presupposizioni e ciò che dà per scontato.

Nel perseguire questo obiettivo Bourdieu ha sviluppato una serie di concetti e strumenti molto utili per studiare la complessità del nostro mondo. Questi concetti sono l’habitus, il campo e le forme di capitale.

L’articolo si strutturerà nel seguente modo. Verranno illustrati i concetti chiave di habitus, campo e capitale, sottolineando come l’attualità del pensiero di Bourdieu abbia a che fare con la loro interazione. In seguito, verrà illustrato il modo in cui questi concetti possono essere incredibilmente utili per immaginare strumenti di policy per ridurre le disuguaglianze.

 

Habitus, campo e capitale: gli strumenti per capire la complessità

L’habitus può essere definito come “necessità fatta virtù”. L’habitus è l’insieme di predisposizioni e schemi di pensiero, frutto di condizionamenti sociali, che media le scelte degli individui. Prodotto della storia, l’habitus è anche “produttore di storia”, poiché genera pratiche individuali e collettive “conformemente agli schemi generati dalla storia”. Bourdieu inquadra l’habitus in un’ottica costruttivista, poiché l’habitus è prodotto dal funzionamento di determinate strutture sociali, ma allo stesso tempo può rafforzarle (o trasformarle) una volta che gli individui fanno le loro scelte. L’habitus non va visto come imposizione meccanica sulle decisioni individuali, ma come schema di “improvvisazione regolata”, che tende ad escludere quelle scelte estreme che ci sembrano “folli” o che sono in chiaro contrasto con il senso comune e che a noi sembra scontato non fare. È altresì importante capire che per Bourdieu l’habitus è “storia incorporata”, è l’esito di dinamiche sociali, che sono tutt’altro che cristallizzate nel tempo.

Per capire meglio come funziona l’habitus è sufficiente pensare al genere, che Bourdieu definisce “habitus sessuato”. Consideriamo il tema delle scelte educative fatte da donne e uomini quando si iscrivono all’università. Ad esempio, oggi sono ancora poche le donne che si iscrivono in corsi di tipo ingegneristico, mentre sono molte le donne che prediligono corsi universitari di tipo umanistico. Le donne non sono costrette da regole e divieti formali a scegliere percorsi umanistici, eppure possiamo chiaramente osservare questa regolarità nel corso del tempo. L’idea è che i condizionamenti sociali a cui siamo sottoposti, ad esempio tramite la socializzazione quando siamo bambini, vengono incorporati dall’habitus, in questo caso il genere, che ci porta ad escludere scelte che sarebbero “troppo atipiche”. Tuttavia, due considerazioni sono d’obbligo. La prima è che nonostante tutto ci sono donne che scelgono percorsi accademici STEM, indicando quindi che l’habitus non determina meccanicisticamente le nostre scelte, ma interagisce con la nostra volontà. Pertanto, è possibile “resistere” a certi condizionamenti. La seconda è che, come detto in precedenza, l’habitus non è immutato. Nel corso degli anni le donne sono riuscite ad inserirsi nei corsi di economia, che un tempo erano maschilizzati come quelli ingegneristici, mentre ora sono gender neutral, al punto che oggi non “sembra strano” vedere donne che scelgono di studiare economia.

L’habitus è quindi il punto d’incontro fra agency e struttura, fra volontà dell’individuo e i condizionamenti sociali che caratterizzano l’ambiente in cui l’individuo si forma.

Capitale e campo vanno invece considerati insieme. Rifacendosi alla distinzione fra classe e status ad opera di Weber, Bourdieu distingue diverse forme di capitale, che intende come qualunque tipo di risorsa che conferisce dei vantaggi a chi la possiede. Bourdieu si distacca dalla teoria economica neoclassica e marxiana, riconoscendo che il capitale non è unicamente economico e che gli individui cercano di accumulare diversi tipi di risorse. È in particolar modo in opposizione all’economia neoclassica, ritenuta eccessivamente riduzionista, che Bourdieu costruisce le sue forme di capitale: capitale economico, capitale culturale, capitale simbolico e capitale sociale.

Il capitale culturale pertiene alla sfera della conoscenza e delle competenze e può esistere in tre forme: incorporato (disposizioni mentali durevoli), oggettivato (tramite oggetti come i libri) e istituzionalizzato (tramite credenziali certificate e titoli di studio). Il capitale sociale pertiene alla sfera delle relazioni e dei rapporti informali, delle reti di conoscenze in cui siamo calati. Il capitale simbolico è invece legato all’onore. A differenza di tutte le altre forme di capitale, quello simbolico è legato all’atto di riconoscimento, o misconoscimento, da parte delle altre persone; sia quelle appartenenti allo stesso gruppo, inteso come classe sociale o genere, che quelle al di fuori del gruppo. Tramite questo riconoscimento si consolidano e si legittimano le dinamiche di potere e le disuguaglianze. Il capitale economico, infine, sono le risorse finanziare e materiali a disposizione di un individuo. La cosa importante è che le forme di capitale possono essere trasferite e convertite. Si pensi al rapporto Istat del 2017, che ha rilevato che per iscriversi al liceo (passaggio importante per accedere all’istruzione universitaria) è cruciale avere almeno un genitore con un diploma di liceo, un chiaro caso di trasmissione intergenerazionale di capitale culturale. Allo stesso tempo, il capitale economico può essere convertito in capitale culturale. Chi si colloca più in alto nella distribuzione salariale può permettersi una regolare fruizione di offerta culturale (sotto forma di spettacoli teatrali, film, mostre e concerti). Il capitale culturale può essere convertito in capitale sociale: ottenere il dottorato di ricerca, o entrare in università molto prestigiose, permette di inserirsi in una comunità ristretta in cui costruire legami importanti per il futuro. A sua volta questo capitale sociale può poi convertirsi in capitale economico, poiché grazie a reti e contatti informali di qualità è possibile trovare lavori prestigiosi e ben remunerati.

Con “campo” possiamo intendere una sfera del vivere sociale, che si dota di regole proprie e, soprattutto, genera un network di relazioni fra individui, che occupano però posizioni diverse. Non è un caso che Bourdieu parli di “campo” in qualità di “regole del gioco”. La combinazione delle forme di capitale fornisce le basi per la creazione e il mantenimento di ogni campo, al punto che per il sociologo francese non ha senso parlare di capitale senza considerare il campo. Se Bourdieu si è appoggiato più a Weber che a Marx nel disegnare le forme di capitale, il pensiero marxiano ha un chiaro impatto sulla natura “posizionale” che Bourdieu attribuisce al campo. Il campo è un luogo di conflitto. Studiando il campo letterario, Bourdieu afferma che in quel campo vi è la costante lotta nel definire cosa sia uno scrittore, qualcuno che ha successo o qualcuno a cui i suoi pari riconoscono la qualità del suo lavoro. Questo anche perché il campo letterario è esso stesso situato all’interno di un campo di potere, dove vengono stabilite (anche qui in modo conflittuale) le logiche di produzione del campo stesso.

Ciò che rende il pensiero di Bourdieu profondamente attuale è però l’interazione fra questi concetti. È il punto d’incontro fra habitus (“storia incorporata”) e campo[3] (“storia oggettivata”), strutturato su diversi mix di forme di capitale, a fornire tuttora elementi di studio e riflessione di grande interesse.

Per i singoli individui il campo rappresenta “lo spazio dei possibili”, inteso come l’insieme di probabilità che una persona ha di accedere a determinate posizioni del campo. Questo vuol dire quindi che c’è un conflitto interno dove i dominanti si impegnano per mantenere lo status quo e i dominati si impegnano per cambiarlo, ma ce n’è anche uno esterno, dove vengono erette barriere all’entrata del campo.

Di fondamentale importanza è capire che per Bourdieu i campi non sono contenitori a compartimenti stagni. Esiste una gerarchia fra campi (la produzione letteraria è subordinata al campo del potere che crea le regole per la produzione), ma esiste anche un grado di sovrapposizione fra campi (Famiglia, Chiesa, Stato, Scuola). Il concetto fondamentale è che quindi l’habitus si intreccia con campi diversi, dando origine ad esiti diversi a seconda dei casi. È di conseguenza possibile che una persona possa trovarsi più o meno svantaggiata, all’interno delle relazioni di potere, a seconda del campo in cui opera in quel momento.

Questo concetto è molto chiaro quando si prendono in esame gli studi intersezionali e il concetto di intersezionalità in generale. Nel 1989 Kimberlé W. Crenshaw ha coniato questo termine per descrivere come l’esperienza delle donne afroamericane fosse soggetta a forme di discriminazione e dominio che né la teoria femminista né quella antirazzista erano riuscite a cogliere. L’intersezionalità mira a chiarire in che modo forme di esclusione e discriminazione si intrecciano con classe sociale, genere ed etnia per dare forma alle disuguaglianze, socioeconomiche e di potere, che osserviamo ogni giorno nel nostro presente. Gli strumenti sviluppati da Bourdieu sono incredibilmente utili per studi di questo tipo, poiché oltre ad aiutare a cogliere meglio la natura sfaccettata delle disuguaglianze, sono anche strumenti molto flessibili, che il ricercatore può facilmente adattare al proprio lavoro.

 

Bourdieu e la lotta alle disuguaglianze

Uno dei punti più importanti in tutto l’apparato teorico costruito da Bourdieu è l’interazione. Il modo in cui lo spazio del possibile cambia a seconda di come si incrociano habitus e campo. Da questo punto si possono fare due importanti considerazioni su cosa fare per costruire una società più egualitaria.

La prima è che le azioni mirate a contenere le disuguaglianze non possono che essere molteplici. Prendendo in esame il mercato del lavoro è chiaro come la discriminazione si origini tramite diversi meccanismi come pratiche organizzative (job design, valutazione della performance) o cultura aziendale. È chiaro che per poter equilibrare gli esiti sul mercato del lavoro non è sufficiente ragionare solo su strumenti dedicati all’offerta di lavoro, come la formazione professionale o politiche attive del lavoro. Invece è di vitale importanza lavorare anche sul fronte della domanda, impostando una riflessione collettiva sui modi migliori per combattere le fonti di esclusione e discriminazione. Allo stesso tempo, bisogna prendere in considerazione anche l’interazione fra forme di discriminazione presenti in campi diversi. Il caso della condizione femminile è molto chiaro poiché qualunque intervento sul mercato del lavoro non può prescindere da una serie di politiche della famiglia, dal momento che l’occupazione femminile è influenzata dal carico di lavoro di cura che le donne devono affrontare.

La seconda è che le politiche incentrate sugli individui, nel caso del mercato del lavoro si parla di quindi di politiche per l’offerta di lavoro, devono diventare sempre più “personalizzate”. L’idea è che se non si possono ignorare le diverse forme di dominio ed esclusione che si originano fra un habitus e campi differenti, non si possono nemmeno ignorare le varietà di esclusione e dominio che si originano dall’interazione fra uno stesso campo e diversi habitus. La disoccupazione viene vissuta diversamente da donne e da uomini, da stranieri e nazionali, da persone di estrazione sociale bassa e alta. È quindi fondamentale che il Welfare State, con i suoi strumenti, sia in grado di cogliere quali sono le difficoltà principali affrontate da individui con caratteristiche diverse quando si trovano in momenti di fragilità ed esclusione. Si pensi ai sussidi di disoccupazione. Gli schemi contributivi come quello attualmente in vigore in Italia sono adatti ad un solo gruppo di lavoratori: quelli che riescono a lavorare con più continuità in professioni ben retribuite e che, qualora rimanessero senza lavoro, riceverebbero sussidi più alti, per periodi più lunghi. Chi non rientra in questa categoria si troverà tendenzialmente in situazioni più a rischio.

Se quindi servono politiche attive che, tramite una sinergia virtuosa fra formazione e servizi per l’impiego, offrano agli individui piani di reinserimento nel mercato del lavoro il più personalizzati possibile, serve anche una ridefinizione degli strumenti passivi per il sostegno al reddito. Lo stesso discorso può essere fatto per le pensioni, ma anche per l’accesso a specifici percorsi d’istruzione.

Il pensiero di Bourdieu aiuta quindi a mettere in luce una serie di criticità che hanno coinvolto tutto il movimento socialdemocratico a partire dalla fine dei “Trenta Gloriosi” e che continuano a perdurare. Come ha affermato Fabrizio Barca in un’intervista per Pandora Rivista, è ancora senza soluzione il problema di trovare spazio per la persona all’interno di un movimento collettivo. Il lavoro di Bourdieu è incredibilmente utile per poter pensare concretamente a degli strumenti che servano proprio questo scopo. Una riflessione sul suo lavoro può quindi fornire strumenti strategici per capire in che modo si possano dispiegare soluzioni collettive, lo Stato e le sue politiche, per problemi che sono innanzitutto individuali.

Per chiunque si interessi allo studio delle disuguaglianze, di qualunque tipo, il punto cruciale è la rottura con le presupposizioni e i pregiudizi che nutrono e legittimano le disuguaglianze stesse. Allo stesso modo, Bourdieu parla di “spezzare la Doxa”, il sistema di credenze e presupposizioni che affrontiamo ogni giorno. Tale “rapporto di credenza”, di illusio, come lo chiama Bourdieu, è più forte quanto più l’individuo ne è meno consapevole. Nel 2009, il governo brasiliano ha lanciato un ambizioso programma di edilizia popolare a Rio de Janeiro, con più di 4,5 milioni di unità abitative consegnate alla popolazione. Tuttavia, le case sono state costruite molto lontane dal centro della città, senza che venissero fatti investimenti adeguati sui trasporti pubblici. Questo perché era stato dato per scontato che le persone avrebbero potuto muoversi in macchina, ignorando il fatto che pochi dei beneficiari, perlopiù uomini[4], di quel programma possedessero delle automobili[5]. Questo caso rappresenta molto bene il modo in cui interventi sulla carta mirati a ridurre le povertà e disuguaglianze possono anche peggiorare ulteriormente le condizioni di vita degli individui se non sono state precedute da una riflessione volta a “mostrare il non detto” e, per l’appunto, “spezzare la Doxa”.

Tuttavia, per spezzare la Doxa non è sufficiente fermarsi ad illuminare le menti. Serve invece un radicale cambiamento nelle condizioni di produzione, che deve essere seguito da una altrettanto radicale ridefinizione delle logiche di dominio all’interno di altri campi sociali, famiglia in primis. Ne consegue che gli strumenti dispiegati dallo Stato debbano essere pensati e disegnati con l’obiettivo esplicito di operare una simile ridiscussione. Nel caso degli strumenti per le famiglie, ad esempio, più che lavorare su bonus e altri trasferimenti monetari, è meglio investire in servizi (per l’infanzia e l’invecchiamento attivo). Infine, è necessario che l’innovazione tecnologica sia accompagnata da un processo parallelo di “innovazione organizzativa”, che rafforzi il primo orientandolo verso esiti più egualitari, in grado di rompere non solo con le modalità di produzione, ma anche con le “credenze originarie”, con i pregiudizi che interagiscono con le disuguaglianze socioeconomiche, parzialmente plasmandole.

L’aumento delle disuguaglianze è stato uno dei fenomeni più significativi dei processi di terziarizzazione e post-industrializzazione. Nonostante il nostro sistema produttivo sia cambiato negli ultimi settant’anni e molti pregiudizi e forme di dominio siano stati superati, sembra che vi sia ancora una serie di condizionamenti soft, non esplicitati, che deriva da un sistema di credenze che non è ancora stato superato. Il pensiero di Bourdieu può fornire strumenti cruciali per imparare a “mettersi nei panni dell’altro”, adottare punti di vista diversi e, pertanto, ridurre le disuguaglianze.

 

Conclusioni: intersezionalità e solidarietà

Vi sono due importanti elementi del pensiero di Bourdieu che sono stati evidenziati in questo articolo. Il primo è che le radici delle disuguaglianze vanno cercate in dinamiche tacite, spesso date per scontate, tramite cui le disuguaglianze e le discriminazioni vengono accettate e riprodotte nel tempo. Senza mirare esplicitamente a svelare tutto ciò che è “non detto”, è difficile pensare che le politiche con cui una società si dota per contenere le disuguaglianze possano avere pieno successo.

Il secondo elemento è che, al fine di poter svelare i non detti e rompere con le credenze e le presupposizioni che alimentano le disuguaglianze, bisogna considerare la molteplicità delle esperienze di individui e gruppi, che derivano dalla varietà di incroci fra habitus e campo. È stato fatto l’esempio di come il pensiero di Bourdieu aiuti a capire il concetto di intersezionalità, di come esistano dinamiche di discriminazione sovrapposte, che richiedono interventi sempre più “personalizzati”. È importante però sottolineare che il passaggio da intersezionalità a solidarietà non è assolutamente scontato. La costruzione di solidi legami di solidarietà fra outsider del mercato del lavoro, donne e immigrati in primis, e insider, i lavoratori maschi bianchi che hanno storicamente sostenuto partiti di sinistra e sindacati, sarà una necessità sempre più pressante nei prossimi anni. Il pensiero di Pierre Bourdieu risulta incredibilmente attuale poiché può fornire importanti elementi per riflettere su come tutto questo possa avvenire.


[1] Pierre Bourdieu, Capitale simbolico e classi sociali, «Polis», No. 3/2012.

[2] Per oggettivismo si intende quella scuola di pensiero strutturalista (da cui Bourdieu è stato grandemente influenzato) che deriva principalmente dal pensiero di Durkheim, il quale riteneva i “fatti sociali” come dei modi di essere che esistono a prescindere dalla volontà individuale e che, pertanto, possono essere studiati “come cose”. Ne Il senso Pratico, Bourdieu cita Sartre come uno dei punti di riferimento principali della scuola soggettivista, che invece esalta la capacità delle persone di agire e pensare a prescindere da tutta una serie di condizionamenti esterni.

[3] Da ora in poi quando si parlerà di “campo” sarà sottinteso che in ogni campo vi sono mix differenti di forme di capitale.

[4] Caroline Criado Perez, Invisible Women. Exposing Data Bias in a World Designed for Men, Chatto & Windus, Londra 2019.

[5] Melissa Fernández Arrigoitia, Unsettling Resettlements. Community, Belonging and Livelihood in Rio de Janeiro’s Minha Casa Minha Vida, in K. Brickell, M. Fernández Arrigoitia, A. Vasudevan (a cura di) Geographies of Forced Eviction, Palgrave Macmillan, Londra 2017, pp. 71-96.

Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania”. Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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