Attualità del socialismo liberale
- 06 Aprile 2020

Attualità del socialismo liberale

Scritto da Valdo Spini

8 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora. Si precisa, in relazione ai riferimenti agli eventi in corso di svolgimento, che l’articolo è arrivato in redazione il 30 marzo.


 

«Il ruolo dello Stato è proprio quello di redigere il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire». (Mario Draghi)

 

In tempi normali sarei intervenuto in questo bel dibattito parlando di Carlo Rosselli e del suo Socialismo liberale come del primo testo di un socialismo post-marxista, il primo tentativo di rilanciare un socialismo anche senza il determinismo del socialismo scientifico, basandolo sui valori di un vero e proprio socialismo etico e partendo di qui per incitare i socialisti e i democratici in genere di oggi a ritrovare questi valori.

A chi poi mi avesse chiesto se il socialismo liberale si fosse mai realizzato, se questa conciliazione tra due sistemi ideali e politici che erano sembrati inconciliabili fosse mai avvenuta, avrei come sempre risposto con l’esperienza di governo laburista della Gran Bretagna del 1945-1951. Quella che non a caso, sfidando le ironie di Palmiro Togliatti, Piero Calamandrei definiva nel sottotitolo di un numero speciale della sua rivista, «Il Ponte», L’Esperienza Socialista in Inghilterra[1].

Un governo socialista, quello di un partito, quello laburista britannico allora strettamente legato alle Trade Unions, al sindacato inglese, ma che aveva fatto proprie indicazioni e teorie di due liberali inglesi, John Maynard Keynes e William Beveridge. John Maynard Keynes aveva difeso il ruolo economico del sindacato e affermato la possibilità di una politica economica di deficit spending in presenza di capacità produttiva inutilizzata. Quanto a Lord Beveridge era stato l’autore del famoso “Rapporto” su cui doveva venire costruito il famoso programma di protezione sociale del lavoratore “dalla culla alla tomba”.

Si può ricordare che Lord Beveridge fu anche deputato del partito liberale inglese, mentre Keynes ne fu in un certo periodo consulente. Oggi superate le polemiche del passato, credo che si possa viceversa riconoscere a quel partito laburista una dimensione socialista e classista indubitabile. Quella della Gran Bretagna nel 1945-1951 fu una vera rivoluzione socialista-liberale.

Il grande valore dell’esperienza laburista in Gran Bretagna è stato del resto messo in rilievo anche nel cinema. È stato Ken Loach, con il suo The spirit of 1945, (Lo Spirito del 1945), realizzato nel 2013 a farlo con grande eloquenza artistica.

Avrei anche aggiunto che quello che distingue il socialismo liberale dal liberal-liberismo è un principio etico-politico. Secondo il primo le società si sviluppano tanto più e meglio quanto è garantito il diritto al lavoro, all’istruzione, alla protezione sociale. Secondo il secondo le società si sviluppano tanto più quanto si dispiega uno spirito di competizione anche duro e rude, tanto meno vincoli fiscali e legislativi vengono messi all’attività dei singoli, mentre per quanto riguarda gli ultimi, ci penserà il “capitalismo compassionevole” per usare le parole di George Bush jr.

Il socialismo liberale, spesso battuto a partire dagli anni Ottanta dal liberal-liberismo, duramente insidiato dal sovranismo e dal populismo generati dal post crisi del 2008, che inseriva di prepotenza un terzo polo nel dibattito politico post muro di Berlino, sembrava destinato ad una certa emarginazione, anche vista la vigorosa concorrenza dell’ambientalismo in specie tra i giovani del Nord-Europa.

L’esigenza di una politica socialista-liberale si ripresenta oggi in tutta evidenza proprio con la crisi dell’epidemia, o meglio della pandemia, legata alla diffusione del coronavirus. La pandemia è tuttora in atto e quindi non se ne possono ancora misurare tutte le conseguenze, ma fin d’ora si possono affermare alcune linee di tendenza.

  • La crisi costringe al non lavoro masse molto ingenti di persone e punisce in particolare i lavoratori autonomi, i precari, i lavoratori in nero. Crea nuove povertà che si affiancano alle vecchie. Di qui il tema della protezione dei redditi più bassi. Un tempo la protezione sociale si esercitava nei confronti dei lavoratori, oggi si deve estendere a chi non ha lavoro[2].
  • La crisi blocca numerose filiere produttive e di servizi. Si parla a questo proposito di “Piano Marshall” ma quest’ultimo era finalizzato a ricostruire le economie europee distrutte dalla guerra. Ora il problema sarebbe di impedire la chiusura di impianti e di imprese esistenti ma che rischiano di non riaprire i battenti a causa dello stop imposto dalle esigenze della lotta al coronavirus. Comunque si profila la necessità di una politica interventista dello Stato a sostegno dell’attività imprenditoriale.
  • Come si impedisce la chiusura delle imprese? Certo con meccanismi di alleggerimento e di garanzia del debito che impediscano loro di essere strangolate finanziariamente, ma altresì rianimando politiche di investimento pubblico, soprattutto nei settori che la crisi ha dimostrato più carenti. Pensiamo alla sanità. Sono proprio stati i colpi inferti al servizio sanitario pubblico negli ultimi due decenni che hanno provocato le insufficienze e le strozzature che abbiamo dovuto registrare nell’emergenza. Pensiamo all’ambiente, alla difesa del suolo, ai tanti settori che il mercato lascia scoperti. Ma pensiamo anche alla necessità di colmare lo squilibrio infrastrutturale tra Sud e Nord.

I vari stati nazionali devono a questo punto sviluppare politiche di intervento pubblico che andranno ad aumentare i deficit finanziari. Si tratta di politiche interventiste finalizzate a proteggere e a risollevare le imprese, nonché a difenderle dalle scalate esterne. Si tratterà quindi, se ben condotte, di politiche di impronta socialista-liberale.

Ma vari stati europei, in particolare nella zona dell’euro, sono troppo deboli. Chiedono l’intervento e la garanzia europea. Ed è quello di cui si sta dibattendo così vivacemente in Europa. La Germania, e poteva farlo, ha varato autonomamente un programma di sostegno all’ economia da 700 miliardi di euro in cui sfodera un “bazooka “di 550 miliardi di euro per le sue imprese (Gli Usa al momento mettono in campo 2.000 miliardi di dollari). L’Italia sta mettendo in campo col decreto “Cura Italia” 25 miliardi di euro e altrettanti sono annunciati, poi ci saranno le garanzie su un massiccio programma di prestiti ma sono interventi di emergenza. Poi dovranno seguire quelli strutturali. È evidente che senza una garanzia europea non si riesce a fare di più ed è necessario fare di più.

L’interrogativo è quindi se l’Europa riesca a sviluppare un’iniziativa dei paesi più forti verso i più deboli, ma questo dipende sia dalla lungimiranza dei primi che dalla credibilità dei secondi. Non è casuale che un socialista come Jacques Delors abbia dichiarato in questi giorni che se non si sviluppa questa solidarietà interna, l’Europa rischia di morire.

Mentre l’articolazione del dibattito europeo passa più per linee nazionali che per linee di partito o, come si usa dire oggi, per “famiglie politiche”, in Italia le dure esigenze della crisi hanno spostato il baricentro del dibattito politico tra una maggioranza parlamentare “giallo-rossa” frutto delle elezioni del 2018, ma non tale nelle elezioni europee del 2019, e una minoranza parlamentare di centro destra che, sentendosi maggioranza nei sondaggi, aveva chiesto a gran voce nuove elezioni. Oggi la maggioranza si sente investita di una nuova responsabilità verso il Paese e cerca una nuova coesione. Viceversa, è la minoranza o meglio le minoranze, che sembrano cercare un governo di unità nazionale che gestisca le prevedibili, drammatiche conseguenze economiche e sociali dell’epidemia.

Credo fermamente che a questo punto il dibattito sul socialismo liberale non si possa solo più proporre in termini storici o filosofico-politici. Si deve affermare oggi una politica socialista-liberale, nel senso che un rilancio economico del nostro Paese non può avvenire se non si riescono a conciliare le due esigenze. Da un lato quella di sostenere chi può produrre reddito, e quindi l’impresa. Dall’altro quella di chi vede accentuarsi le disuguaglianze a proprio danno fino ad intaccare il livello di sopravvivenza. Non vi può essere nella situazione in cui ci troviamo, né una politica liberista, né una politica statalista.

Ambedue le esigenze vanno soddisfatte. Il punto di equilibrio tra queste non può essere che un punto di equilibrio socialista-liberale. Ed è questa esigenza che va alimentata con delle proposte concrete di politica economica.

Ma nella drammatica situazione di oggi si pone per l’Italia un grande interrogativo. Dalla crisi esce un’Italia migliore, in cui la massiccia evasione fiscale non costringa a picchiare su chi paga le tasse, in cui l’illegalità dell’antistato mafioso non avvinghi intere aree del Paese ad un sottosviluppo scacciando le attività sane, in cui si ristabilisca un corretto rapporto di fiducia nell’agire politico e nelle istituzioni? Oppure con un apparato produttivo più fragile perché gravemente intaccato, non si sprofonderà ancor di più in quei vizi di reciproca irresponsabilità tra società politica e società civile, di inerzia e di assistenzialismo che giustificano il doppio potere dell’antistato e che hanno provocato prima il nostro alto deficit pubblico e poi la lunga stagnazione che è seguita alla crisi del 2008, condita con l’acuirsi delle disuguaglianze sociali e territoriali?

In altre parole, bisogna aiutare anche chi lavora nell’economia sommersa, ma non in modo da premiare la stessa, bensì con modalità che ne incentivino l’emersione.

Si potrà poi metter mano al riordino delle competenze tra Stato e regioni, si potranno ristabilire certezze nel rapporto esecutivo-parlamento (sempre meno quest’ultimo potere legislativo)?

Vi sono elementi di speranza. Professionalità e solidarietà fino al rischio dell’estremo sacrificio hanno caratterizzato medici e infermieri del nostro Paese. Tutto il mondo del volontariato, tutti i corpi dello Stato, forze di polizia, forze armate, vigili del fuoco, le polizie municipali, hanno dato grande prova di senso dello Stato. Lo slogan “uniti ce la faremo” si è rivelato largamente diffuso e vincente. Gli indici di gradimento verso i vertici istituzionali, come il Presidente del Consiglio Conte, sono saliti. Non parliamo poi di quelli del Papa e della sua drammatica preghiera nella Piazza San Pietro vuota del 27 marzo scorso.

Ora tutto questo spirito solidale e comunitario si deve verificare col duro problema delle risorse nella ricostruzione che dovrà seguire alla crisi. Come dopo una guerra, ma in una situazione diversa che non è proprio quella di una guerra, quanto di una catastrofe, di una catastrofe sanitaria che ha costretto alla fermata di importantissime attività nel nostro Paese. Ci saranno queste risorse e soprattutto come potremo crearle, dove distribuirle, con quale esito finale sull’economia, sulla società, sull’ambiente del nostro Paese, e perché no diciamolo, sulla nostra nazione?

Il richiamo è a un quadro di responsabilità collettiva in cui si muova la spinta all’iniziativa individuale, alla preparazione personale, all’affermazione personale nel rispetto dei valori di Giustizia e di Libertà a cui va aggiunto il valore fondamentale della Solidarietà.

Ma tutto questo può realizzarsi se il potere politico, se lo Stato è responsabile verso i propri cittadini (vedi la citazione di Mario Draghi) ed è perciò ad un tempo interventista e garante delle regole del gioco.

Quale sarà il quadro politico che emergerà dalle vicende drammatiche e complicate che stiamo vivendo? Credo che dipenderà in buona parte dalla possibilità di affermazione di un moderno socialismo liberale, responsabile e solidale, in un quadro di rapporto tra laici e cattolici del tutto diverso – va sottolineato – da quello che caratterizzò il socialismo liberale all’epoca di Rosselli.

Intanto alla luce delle vicende dell’emergenza andrà messo un po’ d’ordine nel quadro istituzionale, nel rapporto Stato-regioni in casi di emergenza come nel campo della sanità. Lo stesso andrà fatto per quanto riguarda i poteri del governo. Quanto al Parlamento, esso nella divisione tradizionale dei poteri di Montesquieu doveva rappresentare il legislativo. Di fatto in Italia lo rappresenta sempre meno, mentre cerca di esercitare se non altro i poteri di controllo. Siamo peraltro nel bel mezzo di una riforma decisa che dovrebbe portare alla diminuzione del numero dei parlamentari e di una annunciata che dovrebbe portare ad un sistema elettorale proporzionale.

Le vicende dell’emergenza stanno a confermare che un proporzionale puro, senza il quadro politico della prima repubblica che lo sosteneva, non assicurerebbe stabilità e governabilità. L’elezione diretta del premier va respinta perché indebolirebbe proprio quella figura del Presidente della Repubblica, che Sergio Mattarella ha esercitato certamente bene e che si è ancora una volta confermata preziosa in tempi di instabilità politica. Un’esperienza del resto che già avevamo fatto con la presidenza di Sandro Pertini (1978-1985), il Presidente di tutti gli italiani.

Se si elegge qualcuno, in altre parole, si elegge il vertice delle istituzioni e non il numero due. Del resto, solo Israele ha avuto questo sistema e lo ha poi abolito.

È sempre stato presente nel filone socialista-liberale (Piero Calamandrei alla Costituente, nuovo corso socialista degli anni ottanta), una tendenza all’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Da come lo possiamo vedere qui dall’Italia, il semipresidenzialismo francese al tempo della durata settennale del mandato del Presidente della Repubblica, aveva assicurato stabilità, ma anche flessibilità nei cambiamenti di maggioranza attraverso la figura del Primo Ministro che poteva mutare di partito (o anche all’interno del partito di governo stesso) a seconda del cambiamento di opinione degli elettori.

In Italia questa elezione diretta del Presidente della Repubblica è stata sempre vista come un elemento di potenziale restrizione delle libertà e in questo senso temuta in tutto lo schieramento di centro-sinistra, Vedremo se l’evoluzione della situazione in atto non cambierà un tale punto di vista.

Perché ricordo questo? Perché se la prospettiva del proporzionale consiglia di mantenere partiti distinti sia nell’ambito del centro-sinistra che nell’ambito del centro-destra, un punto di riferimento istituzionale unitario all’interno di questi stessi schieramenti risulterà necessario. Ma ancor più necessario sarà proprio per il centro-sinistra il riferimento unitario ad un sistema di valori: socialismo liberale, giustizia, libertà, solidarietà, un sistema di valori che coinvolga credenti e non credenti e che restituisca fiducia alla società italiana.


[1] «Il Ponte» VIII (1952, n.5-6. Cfr. anche La proposta Laburista, «Quaderni del Circolo Rosselli», 6/1997, Giunti editore, Firenze.

[2] Cfr. Nuove (e vecchie) povertà: quale risposta?, a cura delle Fondazioni Astrid e Circolo Fratelli Rosselli, Bologna, il Mulino 2018.

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