“Austerity vs Stimulus” di Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli
- 10 Dicembre 2017

“Austerity vs Stimulus” di Robert Skidelsky e Nicolò Fraccaroli

Scritto da Lucio Gobbi

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Dibattiti generali

Nella prima e nell’ultima sezione si trovano contributi che cercano di guardare il tema austerity in prospettiva storico e politica.  Dalla prima si segnala un articolo di Streeck nel quale si ripercorre il processo che Crouch ha definito di Privatized Keynesianism, ovvero quella serie di riforme di liberalizzazione nel settore finanziario e di privatizzazioni di beni pubblici che hanno trasformato l’indebitamento da pubblico a privato. Streeck ci propone una retrospettiva sul ventennio pre crisi nel quale mostra come il meccanismo di regolazione basato sull’elevato indebitamento delle famiglie e delle imprese sia andato in crisi e sia stato il detonatore della crisi finanziaria del 2007. Da quel momento in avanti i governi sono ritornati in scena salvando i settori bancari e gonfiando i debiti pubblici. Conseguentemente i mercati, salvati dagli interventi pubblici e dalle politiche monetarie espansive, hanno incominciato a pressare i governi con richieste di consolidamenti fiscali terminate in abbattimento dei sistemi di welfare. Molti dei temi trattati da Streeck vengono ripresi nel breve contributo di Graeber dove si ricorda che il debito di qualcuno è sempre il credito di qualcun altro e che il processo di consolidamento fiscale, se da un lato cerca di diminuire i debiti pubblici dall’altro conta sull’indebitamento dei privati. Debiti privati la cui dinamica preoccupa Graeber al punto di annunciare una nuova imminente crisi simile a quella del 2007.

A dieci anni dallo scoppio della crisi si dovrebbe potere presentare un bilancio sull’efficacia o meno delle proposte di policy presentate nel libro. Non è però così facile. Per quanto riguarda gli Stati Uniti potremmo dire che l’approccio utilizzato si avvicina di più a quello dei Keynesiani. La risposta che si è data oltreoceano è stata infatti caratterizzata da enormi piano di salvataggio bancario nella fase acuta della crisi seguiti da ingenti investimenti pubblici in settori industriali in difficoltà come quello dell’automobile. I risultati di questa politica sono stati buoni in termini di rilancio della crescita e di contenimento della disoccupazione. Sulla replicabilità delle politiche proposte bisogna segnalare che Stati Uniti, detentori della moneta internazionale, non sono soggetti al “giudizio dei mercati” (speculazione e rischio rifinanziamento del loro debito pubblico) se non dal punto di vista teorico. In Europa invece la battaglia delle idee è stata vinta dal fronte dell’austerity. Gli effetti sociali devastanti e la crescita di disoccupazione e debiti pubblici sono stati l’unica cosa certa prodotta da queste politiche. Molto più difficile è valutare l’impatto sulle aspettative degli agenti dato che il controfattuale non si può avere. Ormai è quasi unanime la convinzione che l’austerity abbia avuto più ombre che luci e che sia stata attuata principalmente in paesi periferici (Italia e Francia ne hanno fatta molto poca). Il cambio di rotta però e tutt’altro che scontato anche se la linea Blanchard sembra quella che paesi come Francia e Italia abbiano implicitamente deciso di adottare. Il fronte dell’austerity non esce bene, i keynesiani sembrano avere vinto la contesa. La loro però è una vittoria di Pirro dato che le loro proposte di policy difficilmente potranno vedere data la geografia politica e le forze in campo nelle istituzioni europee.

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Scritto da
Lucio Gobbi

Lucio Gobbi, laureato in discipline economiche e sociali all’Università Commerciale L. Bocconi di Milano. Dottorato in Economics and Management all’Università di Trento. Attualmente ricercatore in economia politica presso la stessa Università: www.luciogobbi.com

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