“L’autunno della sinistra in Europa” di Valerio Castronovo
- 15 Novembre 2017

“L’autunno della sinistra in Europa” di Valerio Castronovo

Scritto da Luca Picotti

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La sinistra dinanzi alle sfide globali

Sul finire del ventesimo secolo la sinistra era tornata in auge in tutta Europa dopo l’umiliazione degli anni Ottanta, segnati da un liberismo prepotente e da un sentimento anti-statalista che trafiggeva il cuore stesso della socialdemocrazia. Da oltreoceano il democratico Bill Clinton non poteva che osservare compiaciuto i successi della nuova cultura progressista, depurata dalle incrostazioni ideologiche di un comunismo ormai dissolto nelle macerie del Muro di Berlino. Il primo errore di questa nuova sinistra, secondo l’Autore, fu il mancato perseguimento di una linea univoca d’azione: nonostante gli incontri fra i diversi leader della famiglia socialista a Firenze (1999) e al castello di Charlottenburg (2000), una <<Internazionale socialista>> in grado di dare risposte condivise dinanzi alle sfide del futuro non venne mai ad esistenza. Sulla scena si erano affacciati infatti vari modelli differenti, dal New Labour inglese, indirizzato verso una profonda revisione dello Stato sociale, al socialismo di marca francese, poco incline ad abbandonare il suo tradizionale <<étatisme>>, passando infine per il modello renano tedesco; inoltre, scrive Castronovo, di fronte a questioni fondamentali di carattere generale – l’intervento in Iraq ad esempio- i leader socialisti, lungi dall’agire all’unanimità, finirono spesso per scontrarsi, con il risultato di relegare all’utopia una auspicabile linea d’azione condivisa.

L’ottimismo di quegli anni, alimentato dalle buone performance di Clinton e dalla convinzione che le nuove tecnologie avrebbero contribuito ad uno sviluppo globale in chiave progressista ed inclusiva, calò sulla sinistra un velo di Maya che le impedì di vedere ed interpretare in maniera profonda i cambiamenti in corso: il successo della moneta unica e l’andamento positivo dell’economia internazionale furono sufficienti a far sì che la sinistra si adagiasse su una morbida accettazione dell’esistente, nonostante i vari nodi strutturali che stavano venendo a crearsi. Il problema principale, secondo l’Autore, riguardava un welfare divenuto troppo generalizzato ed oneroso, soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione. La sinistra doveva attrezzarsi di una politica sociale svecchiata, in modo che “la soddisfazione delle esigenze collettive, da un lato, non dipendesse da vetuste forme di statalismo e, dall’altro, potesse venir perseguita in sintonia con le tendenze e le proiezioni di un mercato sempre più aperto” (p.34). Questa opera di revisione fu invece, per mancanza di coraggio, rinviata di anno in anno, complici le tenaci -ma miopi, a detta dell’Autore- resistenze dei sindacati e di parte dell’elettorato garantito dal sistema messo in discussione. Nel frattempo, l’attentato alle Twin Towers pose al centro del dibattito pubblico il tema della sicurezza, un tabù per la sinistra, mentre l’entrata della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) portò con sé forti ripercussioni di ordine economico, a causa delle scorrette pratiche commerciali di quest’ultima. La globalizzazione era giunta alla sua acme.

Dal 2002 cominciarono a trapelare i primi rigurgiti nazionalisti dell’ultradestra, con i buoni risultati della <<Lista Pim Fortuyn>> in Olanda ma soprattutto con l’approdo del leader del Front National Jean-Marie Le Pen al ballottaggio nelle elezioni presidenziali francesi. La fiducia a Le Pen “rispecchiava gli umori di un paese afflitto dalla recessione manifestatasi dopo il 2001 e dalla crescita della disoccupazione e impaurito da un afflusso incessante di immigrati dall’Est […] Che non si trattasse soltanto della reviviscenza di una destra nostalgica e sciovinista […] lo dimostrava la gran messe di voti che il Front National aveva raccolto anche nelle periferie di alcune grandi aree urbane e in quelle che una volta erano le roccaforti del movimento operaio, ormai in procinto di ridursi, in alcuni dipartimenti, a squallide retrovie della deindustrializzazione”(p.44). Questo fenomeno si presentò un po’ dappertutto in Europa: l’abbraccio soffocante di un mondo senza frontiere e le conseguenze economiche della globalizzazione avevano alimentato rabbia e frustrazione nei ceti popolari.

Inoltre, il deflagrare degli atti terroristici contribuì al cristallizzarsi, soprattutto tra le fasce deboli della società, di un sentimento di insicurezza sempre più profondo; con l’emergere dei flussi migratori dall’Africa e dal Medio Oriente, questa insicurezza si tramutò in una paranoica ostilità nei confronti del diverso, soprattutto se questo di religione musulmana. La sinistra, scrive Castronovo, non si adoperò per disinnescare con misure efficaci questa ondata xenofoba – che tra l’altro riguardava gran parte del suo bacino elettorale-, arroccandosi invece, in virtù di astratti principi morali, su posizioni spesso irrealistiche, sicuramente poco lungimiranti (si pensi all’accoglienza in-condizionata, non coadiuvata da valide politiche di integrazione volte ad evitare fenomeni di ghettizzazione e marginalizzazione, di fronte ad un esodo in-governato).

Per quanto riguarda il versante economico, la crisi finanziaria del 2008 si era abbattuta su un sistema già fragile e aveva aggravato i nodi strutturali che molti paesi in Europa non avevano negli anni precedenti risolto, a partire dalla questione dei debiti sovrani. “Erano ormai evidenti gli sconvolgimenti economici e le estreme diseguaglianze sociali che la Grande crisi […] aveva generato o esacerbato. E che si erano aggiunti alle conseguenze cumulative della rivoluzione tecnologica non solo negli scalini più bassi del mercato del lavoro, ma pure in quelli intermedi. Una profonda inversione di tendenza nella distribuzione del reddito, una crescente disoccupazione e precarietà, un groviglio di assilli e di frustrazioni sociali, avevano così ingrossato in Europa le file di quel terzo della popolazione che, già alle soglie dell’emarginazione, adesso risultava in alcuni paesi ridotto in povertà assoluta o relativa” (p.119). La sinistra, sottolinea l’Autore, non poteva però avvalersi delle tradizionali terapie keynesiane per far fronte al dilagare delle piaghe sociali – anche a causa di un’Europa divenuta una gabbia di austerità con il tacito consenso dei partiti socialisti- e direttive di marcia alternative non erano mai state elaborate. “D’altronde, se la situazione economica in Europa non era precipitata, ciò era avvenuto […] grazie soprattutto all’efficace politica monetaria in funzione anticiclica messa in atto dalla Bce” (pp.119-120).

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Scritto da
Luca Picotti

Avvocato praticante e dottorando di ricerca presso l’Università di Udine nel campo del diritto dei trasporti e commerciale. Su Pandora Rivista scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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