“L’autunno della sinistra in Europa” di Valerio Castronovo
- 15 Novembre 2017

“L’autunno della sinistra in Europa” di Valerio Castronovo

Scritto da Luca Picotti

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Conclusione: criticità e spunti di riflessione

In questi ultimi tempi la sinistra ha registrato risultati disastrosi, i peggiori dalla fine del secondo dopo guerra. Vi è stato, in primo luogo, un divorzio tra la cultura progressista e il tradizionale bacino elettorale socialista: giovani, operai, precari, fasce deboli della società. Questi sono confluiti in massa tra la braccia accoglienti dei partiti cosiddetti nazional-populisti, abili nel cavalcare le legittime paure del popolo (terrorismo islamista, insostenibile immigrazione) e nel farsi custodi dei temi economici da questo maggiormente sentiti, come la concorrenza della manodopera a basso costo e le delocalizzazioni. Temi raramente presenti nei discorsi della sinistra riformista: “È vero che i partiti riformisti s’erano intanto impegnati a favore di una democrazia liberale più avanzata in materia sia di parità di genere che della tutela di diritti civili, contro l’omofobia e l’intolleranza, e quindi in battaglie sacrosante a difesa dell’autonomia e della dignità delle persone. Tuttavia in molti, nel loro elettorato, avevano tratto l’impressione che, così facendo, si fosse finito col perdere di vista la preminenza delle grandi questioni collettive: dai problemi sociali e del lavoro, ai valori e all’etica della solidarietà nei riguardi degli <<emarginati>> e degli <<invisibili>>” (pp.145-146). Ad accogliere questo elettorato deluso, oltre ai partiti nazional-populisti qui sopra citati, si è aggiunta negli ultimi anni una sinistra radicale critica verso la globalizzazione e i diktat di Bruxelles (Die Linke, Podemos, Syriza), un parto di quella che l’Autore definisce “una sorta di malattia endemica del frazionismo e dello scissionismo” (p.146) di cui la sinistra è storicamente affetta e che, sempre a detta dell’Autore, finisce col favorire le già galvanizzate destre.

Le recenti tornate elettorali parlano chiaro: l’esito delle elezioni svoltesi il 15 marzo in Olanda ha visto precipitare il Partito laburista da trentotto a nove seggi, i socialisti francesi, guidati da Benoit Hamon alle ultime presidenziali, hanno superato di poco il 6% dei suffragi e i socialdemocratici tedeschi il 24 settembre scorso sono crollati al minimo storico; mentre il risultato tutto sommato positivo dei laburisti inglesi guidati dalla vivacità riformista di Jeremy Corbyn alle ultime elezioni dell’8 giugno 2017, è da attribuire, secondo l’Autore, più agli errori della sfidante Theresa May che alla validità del programma di Corbyn, liquidato da Castronovo -in modo un po’ ingeneroso e approssimativo, si pensi invece ai successi del riformismo di Costa, al quale Corbyn si ispira, in Portogallo. A parere di chi scrive, questi fenomeni meriterebbero più attenzione- come “vetero-massimalista”, un versare “del vino socialista in otri altrettanto vetusti”.

“Ma se la sinistra versa in serie difficoltà, ciò si deve al fatto che essa ha finito per arroccarsi su posizioni tradizionali o non è giunta a elaborare direttrici di marcia stimolanti ed efficaci, proprio quando si avrebbe invece estremo bisogno di provvedimenti validi e realistici, non già di panacee rassicuranti o della riverniciatura di vecchi schemi” (p.154).

Castronovo, in queste pagine, mette in luce alcune delle sfide che la sinistra non ha saputo affrontare in questi anni: dalla revisione del welfare alla regolazione del mercato, dall’immigrazione all’Europa. Il compito principale della sinistra, secondo l’Autore, consisteva nella riformulazione dei propri paradigmi al fine di elaborare una nuova cultura politica adatta ai tempi: doveva definire quali elementi del proprio patrimonio ereditario “fossero ormai caduchi e si dovessero pertanto modificare” (p.7), doveva “sfrondare molti rami dello Stato proprietario, ormai secchi” (p.8), doveva “chiarire quali spazi sarebbero rimasti di competenza dello Stato” (p.33). Tutto questo, scrive lo storico, non è stato fatto poiché, il più delle volte, la sinistra “ha finito per arroccarsi su posizioni tradizionali”. La critica appare singolare: la cultura progressista emersa dalla svolta degli anni Novanta è accusata semmai di aver tradito le tradizionali politiche socialdemocratiche e di aver sposato invece quelle liberiste. L’Agenda 2010 di Schröder, ad esempio, è stata una coraggiosa opera di revisione strutturale dell’intero sistema sociale tedesco e ha trasformato la Germania da “malato d’Europa” a nazione leader del Vecchio continente; però, come ammette Castronovo stesso nel libro, questo pacchetto di riforme non ha giovato alla Spd e non sarebbe ingenuo riconoscere, a parere di chi scrive, l’esistenza di un nesso tra l’Agenda 2010 e l’autunno dei socialdemocratici tedeschi.

Viene quindi da domandarsi se Castronovo, parlando della necessità di riforme strutturali, intenda qualcosa di simile all’Agenda 2010, ovvero una profonda revisione del sistema sociale tale da renderlo “in sintonia con le tendenze e le proiezioni di un mercato sempre più aperto”. In tal caso, l’analisi di Castronovo sulle radici della crisi attuale della sinistra rischierebbe di poggiare su una tesi fuorviante: se la sinistra, come afferma, è sofferente perché “ha finito per arroccarsi su posizioni tradizionali”, non si capisce come mai la stessa sofferenza colpisca anche una sinistra, quella tedesca, che di certo con l’Agenda 2010 non può essere accusata di “riverniciatura di vecchi schemi”. Forse, a differenza di quanto sostiene l’Autore, queste “posizioni tradizionali” non sono state poi così tanto frequenti nelle politiche della sinistra negli ultimi anni; e, forse, la sinistra ha riformato se stessa – verso una linea neoliberista più confacente alle esigenze della globalizzazione- più di quanto Castronovo creda.

Certo, la sinistra era costretta a prendere atto del fatto che ormai vi erano economie non più programmabili dal centro e che un passo verso la liberalizzazione era necessario, pena l’insostenibilità nel medio termine del sistema-Stato; ma, per dirla con Salvatore Biasco, questo non significava accettare incondizionatamente “l’idea che il mercato fosse il solo artefice del dinamismo produttivo e sociale e che la governance che esso genera fosse realisticamente l’adattamento più consono dell’economia interna ai nuovi caratteri del capitalismo mondiale”[1]. Che questo disarmo ideologico abbia contribuito all’autunno della sinistra in Europa?

Nonostante le criticità qui sopra accennate – la cui complessità meriterebbe un’analisi di più ampio respiro in un’altra sede-, queste pagine sono comunque preziose per chiunque voglia orientarsi tra i fatti, le vicende e i protagonisti degli ultimi vent’anni di storia politica.

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[1]    S. Biasco, Regole, Stato, Uguaglianza. La posta in gioco nella cultura della sinistra e nel nuovo capitalismo, Luiss University Press, Roma 2016, p.119.


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Scritto da
Luca Picotti

Avvocato praticante e dottorando di ricerca presso l’Università di Udine nel campo del diritto dei trasporti e commerciale. Su Pandora Rivista scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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