“Autunno. Il tempo del ritorno” di Alessandro Vanoli
- 31 Agosto 2022

“Autunno. Il tempo del ritorno” di Alessandro Vanoli

Recensione a: Alessandro Vanoli, Autunno. Il tempo del ritorno, il Mulino, Bologna 2020, pp. 276, 16 euro (scheda libro)

 

Scritto da Filippo Vaccaro

6 minuti di lettura

Assuefarsi all’avvicendamento delle stagioni comporta il rischio di non farsi interrogare dalle suggestioni da esse offerte: così, periodi densi di spunti di riflessione e di possibili accostamenti storici, letterari, artistici, svaniscono senza esser stati osservati e vissuti con la giusta sensibilità. Con il proposito di suggerire percorsi per una più estesa concezione delle stagioni dell’anno, Alessandro Vanoli, dopo aver indagato le vie dell’inverno[1] e della primavera[2], instrada il lettore sul sentiero della stagione autunnale, con tutte le sue peculiarità. Non ci si impensierisca se un’unica immagine condenserà diversi protagonisti, storicamente e geograficamente distanti, o disparate forme d’arte, oppure se assumerà tratti sinestetici: il viaggio tipicamente “vanoliano” – che l’autore propone nei libri sulle stagioni e in altre sue opere, come Strade perdute e L’ignoto davanti a noi[3] – sconfina continuamente dalle costrizioni temporali, spaziali e sensoriali, fino a diventare un viaggio intimo, in cui emerge quanto sia la nostra soggettività a colorare le stagioni.

Prima di iniziare la lettura, è necessario convincersi dell’esistenza di un legame tra le medesime stagioni attraverso gli anni, i secoli, i millenni: ogni autunno, nell’accezione dell’autore, porta su di sé il peso di una lunghissima storia, composta da tutti i trascorsi autunni; una storia di cui ogni equinozio settembrino rappresenta il punto d’arrivo. Che cosa sovviene se ci si ferma a pensare a ciò che, molto genericamente, descrive l’autunno? Seppur la domanda possa sembrare originale, già in molti hanno espresso i propri pensieri in merito, componendo il tradizionale bagaglio di immagini autunnali. Può capitare, ad esempio, di sentirsi malinconicamente ispirati dalla visione delle foglie che acquisiscono quegli affascinanti colori, giallo, marrone, arancione, rosso scuro, prima restando sugli alberi e poi mestamente cadendo da essi: è esattamente ciò che canta Yves Montand in Les feuilles mortes (Vedi: non ho dimenticato / le foglie morte cadono a mucchi / come i ricordi, e i rimpianti / e il vento del nord che porta via tutto / nella più fredda notte che dimentica)[4]. D’altronde, si sa quanto sia oggi diffusa la fascinazione per il foliage; e non si badi alla pronuncia – francese o inglese – perché il termine, pur nato da feuille, ha poi mutato radice per il largo impiego di cui godé negli Stati Uniti nel secolo scorso, ed è oltremodo curioso quanto, per pura casualità, lo si possa accostare a fall, variante americana per autunm. Stesso dicasi per la nebbia, quando la si veda scendere sulle strade e sulle spianate erbose; eppure, Carducci l’aveva vista salire “agli irti colli” e lo scrisse in quella poesia, che i giovani studenti imparano a memoria, dal titolo San Martino, e che invece il poeta volle inizialmente chiamare Autunno, poi ripensandoci in un secondo momento. Impossibile non pensare anche al raccolto, alla vendemmia, all’autunno legato alla terra e ai suoi prodotti, che ogni anno in questo periodo arricchiscono le tavole, così come figuravano nelle nature morte disegnate dagli artisti. L’autunno è poi anche emblematizzato da quella particolare successione di ricorrenze che lo caratterizza nella sua fase centrale: 31 ottobre, 1° e 2 novembre, frutto anch’essa della lunga e lenta elaborazione di un concetto antichissimo.

Dalla fine, dunque, passiamo all’inizio, l’inizio dell’autunno. Tutto comincia con l’equinozio, da aequa nox: quel giorno in cui le ore di luce sono tante quante quelle di buio e che cade in genere il 22 o il 23 settembre. Se si segue Vanoli alle origini dell’autunno, ci si troverà sulle Alpi Liguri, all’alba del IV millennio a.C., a camminare in una foresta di pietre senza poter neanche immaginare quanto stesse contemporaneamente avvenendo in Egitto, con l’innalzamento di piramidi, o nel Vicino Oriente, dove alcuni iniziavano ad addomesticare capre e pecore, o meglio, il muflone asiatico, loro antenato. Da lì, la pratica fu diffusa dappertutto, ma la storia riconduce di nuovo in Liguria, in una grotta delle Arene Candide, usata a intermittenza stagionale per il pascolo[5].

Procedendo verso l’età classica, si scopre una visione piuttosto limitata della stagione, che soleva accostarla più alla matrice estiva che alla desinenza invernale; non a caso, autumnus è legato al verbo augere (accrescere, arricchire), derivazione indubitabilmente dovuta all’idea di abbondanza che doveva suscitare l’autunno per quelle civiltà[6]. Irresistibile però, anche a Greci e Romani, lo spettacolo delle foglie sverdite, tanto da farne una delle immagini più fortunate della loro letteratura. A detenerne la priorità è senz’altro il vi canto dell’Iliade, in cui la scoperta del legame di ospitalità tra il troiano Glauco e l’acheo Diomede suggerisce come tutte le stirpi umane si articolino come le foglie sulle piante; ad aver avuto, forse, ancora più successo è stato un carme di Mimnermo (Noi come le foglie…), che aggiunge una “debita” chiave malinconica, utilizzando il distacco delle foglie dagli alberi come metafora della caducità della nostra giovinezza, e quindi della nostra vita. Da qui, le riprese, più o meno illustri, non si contano più. Virgilio, raccontando del viaggio di Enea negli Inferi, paragona alle foglie a terra le anime in attesa di essere traghettate da Caronte. Più fedele all’interpretazione di Mimnermo fu Ovidio, nelle Metamorfosi, nel riferirsi alla tragica sorte di Penteo, linciato e squartato dai seguaci di Dioniso. E poi, ancora, Dante, Leopardi, e infine Ungaretti, capace di saldare definitivamente all’autunno l’immagine delle foglie al vento. Lo spettacolo, del resto, allettava anche in Giappone, nell’XI secolo, come testimonia un passaggio della Storia di Genji: Se il giardino / secondo i vostri desideri / aspetta la primavera, / vogliate almeno guardare le foglie rosse / della mia casa, portate dal vento[7].

E il vino? Greci e Romani lo bevevano nel cratere, unito ad acqua calda o fredda e a basso contenuto alcolico; i barbari, invece, “da incivili”, usavano berlo puro. Nel mondo semitico aveva anche una grande portata simbolica: tra i vari significati cui la vite riconduceva, emerge la fecondità della terra promessa dal Signore[8], mentre nel Nuovo Testamento sarà Gesù a dire: «Io sono la vera vite e il Padre è il raccoglitore»[9], che la pota per farla fruttare. A partire dall’Ultima cena, però, il vino non è più stato lo stesso: l’associazione con il sangue ha lasciato una scia di immagini avente origine proprio dalla memoria di quel momento, che ogni domenica (ma, in realtà, ogni giorno), dappertutto nel mondo, intende ripetersi. Ed è così che, nel Medioevo, l’età più segnata dal cristianesimo, in cui il vino a poco a poco diventò la bevanda per antonomasia – tant’è che, ancora oggi, il verbo «bere» può riferirsi, da solo, al bere vino – usato anche a scopo terapeutico e prodotto ad arte, secondo tecniche tramandate dai monaci.

Destabilizzato dai diversi cambi di scenario, al lettore verrà da chiedersi più volte dove si sia diretti in questo viaggio. Le dinamiche descritte nel libro parlano spesso di ritorno: il ritorno di quanto seminato, il ritorno dei santi e dei morti, ricorrente a inizio novembre. E gli gnomi, forse, emblematizzano entrambi i movimenti, in quanto esserini ctoni che spuntano proprio come funghi – e, infatti, sono intrinsecamente legati a essi. Oltre ai ritorni delle feste cristiane del periodo, comunque, occorre ricordare anche quelle ebraiche, che meglio illuminano la direzione del nostro percorso. È d’autunno che si celebra il Rosh haShanah, il Capodanno, il compleanno della Terra (si ricorda la creazione), ed è un “ritorno al Padre”: si recita la preghiera del tashlich, la consegna di tutti i peccati da parte dei fedeli e, come si legge nel Talmud, il Signore avrà tre libri aperti davanti a sé, uno per iscrivervi i giusti, uno per i malvagi, e un terzo per i medi, che saranno rimandati a giudizio sette lune dopo, nel giorno dello Yom Kippur, la solennità legata all’espiazione.

Il sentiero tracciato da Alessandro Vanoli è inoltre apprezzabile per lo stile, scorrevole, a tratti conversativo, ma intriso di sopraffini riferimenti culturali, la cui accuratezza non può che sorprendere. Rimane proprio questa, infatti, la peculiarità del testo: la grande offerta di percorsi per trovare il proprio autunno, che non è dunque soltanto un intervallo di calendario, ma uno schermo su cui proiettare le nostre intime suggestioni provocate dalla stagione. È chiaro, ora, dove stiamo andando. A qualsiasi livello, sensoriale, spaziale o temporale, l’autore vuole riportarci a casa, come se soltanto da lì si potesse davvero cogliere il fascino dell’autunno e comprendere perché risulti così invitante.


[1] Alessandro Vanoli, Inverno. Il racconto dell’attesa, il Mulino, Bologna 2018.

[2] Alessandro Vanoli, Primavera. La stagione inquieta, il Mulino, Bologna 2020.

[3] Alessandro Vanoli, Strade Perdute. Viaggio sentimentale sulle vie che hanno fatto la storia, Feltrinelli, Milano 2019, recensito da Pandora Rivista: Strade perdute” di Alessandro Vanoli; Alessandro Vanoli, L’ignoto davanti a noi. Sognare terre lontane, il Mulino, Bologna 2021.

[4] La canzone è tratta da alcuni versi di Jacques Prévert e fu composta da Joseph Kosma nel 1946, per il lungometraggio Mentre Parigi dorme. La traduzione riportata nel testo è a cura dell’autore.

[5] Trattasi di un sito archeologico a picco sul mare, sulla riviera di Ponente, presso il Finale Ligure; il nome gli deriva dal lineamento ondulato della costa sottostante, come a formare delle dune.

[6] In realtà, seppur mantenendo la stessa deduzione semantica, il termine potrebbe avere origini indoeuropee.

[7] Il romanzo fu scritto dalla dama di corte Murasaki Shikibu ed è considerato uno dei capolavori della letteratura giapponese. Il brano riportato riguarda un confronto tra l’autrice e la principessa Ise su chi tra le due possegga il giardino più incantevole.

[8] Nm 13, 25; Dt 6, 8. Il vino ha poi molti altri significati, ad esempio come benedizione da Giacobbe a Giuda (Gen 49, 11) o come dono di Dio per gli uomini (Sir 31, 2; Sal 104, 15).

[9] Gv 15, 1.

Scritto da
Filippo Vaccaro

Ammesso al XXXVII ciclo di dottorato in Storia, Antropologia, Religioni, presso “la Sapienza” Università di Roma, con un progetto di Storia medievale. Si è diplomato presso la Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica dell'Archivio di Stato di Roma. Dal 2020 è membro della Consulta Giovanile del Pontificio Consiglio della Cultura.

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