“Avventure postume di personaggi illustri” di Roberto Alajmo e Marco Carapezza
- 26 Gennaio 2026

“Avventure postume di personaggi illustri” di Roberto Alajmo e Marco Carapezza

Recensione a: Roberto Alajmo e Marco Carapezza, Avventure postume di personaggi illustri, Sellerio, Palermo 2025, pp. 192, 14,00 euro (scheda libro)

Scritto da Francesco Maria Galassi

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Il saggio di Roberto Alajmo e Marco Carapezza è un libro che interroga la morte non come fine, ma come luogo di conflitto. Non è, infatti, un catalogo di curiosità necrofile, né una raccolta di aneddoti eccentrici: è, piuttosto, una riflessione sulla seconda vita dei corpi celebri, sul destino materiale dei resti umani quando la loro biografia storico-politica si è già cristallizzata in mito, ideologia, devozione o propaganda.

Per “vita dopo la morte”, gli autori premettono anzitutto che non intendono quella consolatoria dell’anima, ma quella concreta, imbarazzante e spesso oscena dei corpi e dei nomi affidati ai posteri. Il filo che le attraversa è l’idea che la morte non liberi affatto dalla storia: al contrario, per alcuni la rende, paradossalmente, più invadente e più ingombrante. Il corpo diventa, così, il luogo privilegiato di una contesa simbolica in cui si intrecciano amore e fanatismo, ammirazione e invidia, devozione e risentimento. Le reliquie laiche – il membro virile di Napoleone, i capelli di Beethoven, il cervello di Einstein (casi citati cursoriamente nell’introduzione) – non sono, infatti, semplici curiosità macabre, ma, a giudizio degli autori, sintomi di una “patologia” profonda della memoria: il bisogno dei vivi di appropriarsi della grandezza altrui quando essa non è più in grado di difendersi.

In tale prospettiva, l’accanimento postumo appare come una vendetta della mediocrità sulla grandezza, mascherata da culto, da studio, da omaggio. Gli autori colgono con finezza il punto essenziale: non si tratta quasi mai di odio esplicito, ma di una miscela inestricabile di ammirazione e invidia, di desiderio di onorare e impulso a ridurre, sezionare o possedere. La storia delle reliquie religiose, da Elena, madre di Costantino, all’iconoclasta Giovanni Calvino, non è, allora, un semplice antecedente, ma la matrice culturale di un gesto che la modernità non ha affatto superato, limitandosi a travestirlo di linguaggio scientifico. Anche la gestione delle spoglie diventa così un atto di potere, l’ultimo terreno su cui i posteri esercitano una sovranità tardiva su chi, in vita, ne aveva avuta troppa. Queste pagine non introducono soltanto dieci storie esemplari, pongono una domanda radicale sul nostro rapporto con la morte, la memoria e la grandezza, suggerendo che il vero scandalo non è ciò che resta dei morti, ma ciò che i vivi fanno di quel resto.

A questo punto è, però, da parte nostra necessaria una riflessione ulteriore, che non ridimensiona ma precisa la forza dell’argomentazione. Il punto messo a fuoco è decisivo e va riconosciuto come tale: la gestione dei resti illustri mette in luce una strategia di appropriazione simbolica attuata quando la grandezza della figura eminente è ormai inerme.

Tuttavia, proprio per evitare equivoci, è opportuno distinguere con chiarezza tra devozione rituale e analisi scientifica dei corpi. Se il culto delle reliquie tende a fissare e feticizzare la memoria, lo studio anatomico nasce invece da un’esigenza opposta, cioè quella di comprendere la morte per servire la vita. Dalle prime lezioni di anatomia fino alla medicina moderna, il corpo morto è stato una fonte di sapere primigenia, non un oggetto di venerazione o di trofeo. Il rischio denunciato dagli autori riguarda semmai la degenerazione di questa pratica, quando il linguaggio scientifico diventa maschera di curiosità morbosa o di collezionismo simbolico. Il rispetto per la scienza emerge, comunque, con chiarezza, anche nella bibliografia essenziale del volume, che, pur con finalità divulgative e rivolgendosi a un pubblico italiano, non rinuncia a richiamare alcuni studi specialistici di settore.

Nell’opera di Alajmo e Carapezza, il cadavere non è mai neutro, è una presenza attiva: i morti illustri continuano a esercitare potere sui vivi, e i vivi, a loro volta, non smettono di esercitare potere sui morti. La tesi non è enunciata in forma teorica, ma emerge per accumulo di casi, attraverso una scrittura controllata, sobria, spesso ironico-dissacratoria, che evita tanto l’enfasi quanto il compiacimento.

Il percorso si apre con “Evita” Perón (1919-1952), la cui morte segna l’inizio di una lunga odissea postuma in cui il corpo imbalsamato diventa immediatamente oggetto di culto, paura e conflitto politico. Trasformata dal peronismo in una santa laica, la sua salma viene poi percepita dai regimi successivi come una presenza ingombrante, una minaccia simbolica da neutralizzare. Ne segue una sequenza di occultamenti, spostamenti forzati e profanazioni che non mirano tanto a cancellare un cadavere, quanto a spegnerne il potere. Il corpo di Evita resta così impossibile da seppellire davvero, perché continua a condensare memoria, consenso e devozione.

La narrazione prosegue con Luigi Pirandello (1867-1936), e il suo destino postumo diventa una sorta di ultimo atto della sua opera. La tensione tra volontà individuale e appropriazione collettiva, che aveva attraversato tutta la sua riflessione sull’identità, esplode dopo la morte in una sequenza di decisioni contraddittorie e di soluzioni provvisorie. Pirandello aveva chiesto una fine spoglia, quasi anonima, ma il suo corpo – o ciò che ne resta – viene progressivamente sottratto alla sfera privata e inglobato in una gestione pubblica, simbolica, celebrativa. La dispersione delle ceneri, il loro vagare, i continui rinvii e le incertezze sulla sepoltura non sono episodi marginali né disfunzioni burocratiche: sono il riflesso coerente di una poetica fondata sull’instabilità dell’io, sull’impossibilità di fissare una forma definitiva. Anche da morto Pirandello non trova una collocazione stabile. Il suo corpo continua a muoversi, a essere spostato, rimandato, interpretato, come se obbedisse alla stessa logica mobile e sfuggente delle sue maschere. La morte non chiude il gioco delle identità: lo prolunga.

Con Vladimir Lenin (1870-1924), il discorso cambia radicalmente. Qui il corpo non è più problema, ma strumento politico. L’imbalsamazione, la conservazione artificiale, la trasformazione del cadavere in oggetto di culto laico – la metamorfosi σῶμα (corpo) in σῆμα (segno) – mostrano come la morte possa essere sospesa, “congelata”, financo amministrata. Lenin non è semplicemente un morto esposto: è un corpo che legittima un potere, che ne garantisce la continuità simbolica, che rende la rivoluzione una presenza fisica e permanente. Il tema del destino della mummia – più correttamente “statua corporea” di Lenin – è particolarmente caro a chi scrive, avendo partecipato alla più ampia revisione, ad oggi, della letteratura scientifica sul caso del leader sovietico (Raffaella Bianucci, Francesco Maria Galassi e Andreas G. Nerlich, Vladimir Il’ič Lenin. The Embodiment of the Leader, in Dong Hoon Shin e Raffaella Bianucci (a cura di), The Handbook of Mummy Studies, Springer 2021; lavoro recensito sulla stampa italiana a cura di Andrea Cionci per Quotidiano Nazionale.

Il capitolo dedicato a Giuseppe Mazzini (1805-1872) introduce il tema della clandestinità postuma, mostrando come il trattamento del corpo rifletta una vita interamente segnata dall’esilio e dalla cospirazione. Anche da morto, Mazzini resta un soggetto politicamente pericoloso: il suo cadavere non è un semplice resto umano, ma un simbolo capace di riattivare consenso e militanza. Per questo il viaggio del feretro è circondato da cautele, silenzi e ambiguità, come se la morte non avesse davvero neutralizzato l’uomo. Il capitolo mette in luce il paradosso di un pensatore ostile ai culti personali che finisce comunque al centro di una gestione quasi cospirativa delle proprie spoglie. Il timore non riguarda il corpo in sé, ma ciò che esso rappresenta; l’idea che l’ideologia sopravviva al suo portatore e che il morto possa ancora “parlare”. La sepoltura, lungi dall’essere una chiusura, diventa così un’ulteriore fase di negoziazione simbolica, in cui la morte non pacifica, ma prolunga l’inquietudine.

Con Jeremy Bentham (1748-1832) si entra in un territorio di inquietante lucidità, forse il più radicale dell’intero libro. Il filosofo che aveva teorizzato l’utilità sociale di ogni gesto, di ogni istituzione e di ogni pratica umana porta la propria coerenza oltre la soglia della vita, trasformando consapevolmente il proprio corpo in auto-icona. Non c’è violenza subita, né profanazione imposta dall’esterno. Qui l’accanimento postumo è auto-amministrato, pianificato, scritto nero su bianco. Il cadavere diventa oggetto didattico, presenza permanente, strumento morale. Bentham non chiede di essere ricordato, chiede di restare. La razionalizzazione del corpo è totale e insieme perturbante. Lo scheletro reale, il corpo ricostruito, la testa sostituita da un simulacro rivelano un illuminismo che, nel tentativo di eliminare superstizione e rituale, finisce per produrre una nuova forma di feticismo. L’auto-icona non è una statua celebrativa, ma un corpo che insiste, che occupa spazio, che costringe lo sguardo. Il capitolo mostra come la massima coerenza filosofica possa generare il massimo disagio simbolico: Bentham diventa il residuo paradossale di una ragione che non conosce pudore postumo e che, proprio per questo, mette in crisi il confine tra persona, oggetto e memoria.

Il caso di Francisco Goya (1746-1828) è forse uno dei più emblematici e malinconici del libro, perché qui non c’è progetto, né volontà, né controllo. La dispersione del cranio, la sua scomparsa silenziosa durante le riesumazioni ottocentesche, l’impossibilità di ricomporre il corpo dell’artista funzionano come una metafora potentissima della modernità stessa. In un’epoca ossessionata dalla misurazione del genio, dalla frenologia e dal collezionismo scientifico, la testa di Goya diventa un oggetto desiderabile, studiabile, maneggiabile – e proprio per questo destinato a perdersi. Non c’è un atto sacrilego definitivo, ma una lenta dissipazione: il cranio passa di mano in mano, viene esaminato, archiviato, dimenticato, forse gettato via. La scrittura rinuncia deliberatamente a ogni spiegazione consolatoria o romanzesca. Non c’è colpevole, non c’è complotto risolutivo. Resta solo la constatazione di una perdita irreversibile. Il pittore che aveva indagato la follia, la violenza, l’orrore e la disgregazione del corpo lascia dietro di sé un corpo incompleto, come se l’arte avesse consumato definitivamente la materia che la sosteneva. Il genio sopravvive, ma non nel cranio. Sopravvive solo nelle opere.

Con Molière (Jean-Baptiste Poquelin, 1622-1673) il corpo torna a essere un campo di battaglia morale, e la morte diventa il luogo in cui si regolano conti antichi. La sepoltura negata, le resistenze ecclesiastiche, le autorizzazioni concesse a condizioni umilianti rivelano la fragilità del confine tra fama e condanna. Il successo teatrale, l’applauso del pubblico, la protezione del Re non bastano a proteggere il morto. L’attore resta, per la Chiesa, una figura infame, esclusa dai sacramenti e dalla piena sepoltura cristiana. Il funerale notturno, sorvegliato, ridotto al minimo, non è solo un atto rituale, ma un gesto politico: un tentativo di contenere, ridimensionare, neutralizzare simbolicamente un corpo troppo visibile in vita. Il teatro, che aveva fatto ridere i vivi e smascherato l’ipocrisia sociale, non riesce a difendere il suo autore quando il sipario si chiude davvero. Il cadavere di Molière diventa così il luogo in cui si scontrano religione, morale e rappresentazione, mostrando come l’arte possa essere tollerata finché resta finzione, ma punita quando rivendica dignità anche nella morte.

Il capitolo su Renato Cartesio (1596-1650) introduce un’ironia tragica che è anche una perfetta chiusura concettuale del percorso filosofico moderno. Il pensatore che aveva fondato la distinzione rigorosa tra res cogitans e res extensa subisce, dopo la morte, una frantumazione materiale che sembra smentire ogni ordine razionale. Il corpo non resta unito, non trova una collocazione definitiva: viene spostato, riesumato, smembrato. Il cranio, separato dal resto, intraprende una propria biografia autonoma, passando di mano in mano, catalogato, inciso, autenticato, perduto e ritrovato. Diventa reliquia intellettuale, oggetto di studio, feticcio della ragione. In questo vagare della testa cartesiana si riflette un paradosso profondo: la ragione, una volta spenta, non riesce più a governare il proprio involucro. Il corpo del filosofo sfugge a ogni tentativo di ricomposizione definitiva, come se il dualismo, negato come metafora, si realizzasse tragicamente sul piano materiale. Il capitolo mostra come la modernità, nel tentativo di separare mente e corpo, finisca per produrre resti che non sanno più stare insieme, né simbolicamente né fisicamente.

Il caso più estremo è forse quello di Papa Formoso (ca. 816-896), perché qui il corpo smette di essere oggetto passivo di culto, studio o devozione, e diventa imputato. Il “Sinodo del cadavere” non è soltanto un episodio grottesco o scandaloso, ma il punto di rottura di un sistema di potere che non accetta limiti, nemmeno quello biologico della morte. Riesumato, rivestito, messo a sedere su un trono, il cadavere di Formoso viene processato come se fosse ancora capace di intendere e di volere. Un diacono parla per lui, risponde alle accuse, mentre il corpo in decomposizione diventa parte integrante della messinscena giudiziaria. Qui, oltre a essere fisica, la violenza è anche giuridica e simbolica. Il processo serve a riscrivere il passato, a delegittimare retroattivamente un pontificato, a colpire un potere che non può più difendersi. Il capitolo mostra fino a che punto l’istituzione possa spingersi pur di riaffermare la propria autorità: mettere in scena una giustizia che ignora la morte significa negare che esista un ambito sottratto al controllo politico e rituale. La successiva riabilitazione di Formoso non cancella l’orrore del gesto, ma ne sottolinea il fallimento.

Il libro si chiude con Sant’Agata (ca. 231-251) e con lei il discorso cambia radicalmente registro. Dopo corpi nascosti, imbalsamati, dispersi o processati, si entra definitivamente nel territorio della devozione popolare. Il corpo smembrato della santa, le reliquie sparse, ricomposte, moltiplicate non sono più segno di violenza o di profanazione, ma di appartenenza collettiva. La mutilazione, che nel martirio era stata strumento di punizione, viene rovesciata in linguaggio simbolico: ciò che è stato tolto diventa ciò che protegge. La Santa non viene violata: viene condivisa. I frammenti del corpo non dividono, ma uniscono; non producono imbarazzo, ma identità. La frammentazione diventa una grammatica del sacro, un modo per rendere la presenza divina accessibile, vicina, tangibile.

In questa chiusura, il libro di Roberto Alajmo e Marco Carapezza suggerisce che esistono corpi che sopravvivono non perché controllati o conservati, ma perché disseminati, affidati a una comunità che li riconosce come propri. Nel loro insieme, queste Avventure postume compongono una sorta di storia alternativa della modernità, raccontata non attraverso idee o eventi, ma attraverso corpi. È un libro che non giudica, né moralizza o spettacolarizza. Si limita a mostrare, con precisione e misura, come la morte non chiuda mai davvero i conti, e come i cadaveri illustri continuino a parlare, spesso contro la volontà di chi li aveva abitati.

Scritto da
Francesco Maria Galassi

Medico, antropologo, fisico e forense, paleopatologo, umanista. Dottore di ricerca e professore associato di antropologia fisica presso l’Università di Łódź (Polonia), possiede cinque abilitazioni scientifiche nazionali italiane – tra cui due per professore ordinario in anatomia e in patologia. Si occupa dello studio delle malattie nel passato e della loro evoluzione, con particolare attenzione alla paleopatologia, alle mummie e ai cold case storici. È inoltre impegnato nella divulgazione scientifica e nel contrasto delle fake news biomediche, collaborando regolarmente con riviste e quotidiani, tra i quali «La Lettura» del «Corriere della Sera». La sua ricerca è recensita e citata a livello internazionale ed è apparsa su testate quali «The Guardian», «El País», «The Independent», «Smithsonian Magazine» e «Newsweek». Autore di circa 300 pubblicazioni scientifiche, tra cui numerosi articoli apparsi su riviste dei gruppi Lancet e Nature, e di vari volumi di saggistica storico-scientifica, nel 2017 la rivista statunitense Forbes lo ha incluso tra i 30 scienziati under 30 più influenti d’Europa. Tra i suoi libri recenti: “È solo un banale raffreddore? Bufale e verità sui malanni di stagione” (Espress 2026, di imminente uscita), “Breve storia dell’antropologia forense. Una pagina nella storia della medicina” (con Elena Varotto, Bookstones Edizioni 2025), “Ankhesenamon. La sposa di Tutankhamon. Un’indagine storica, archeologica e antropologica” (con Michael E. Habicht, Bookstones Edizioni 2024), “Storia delle malattie infettive. La lunga battaglia dell’uomo contro virus e batteri” (Diarkos 2024), “Uomini e microbi. L’eterna battaglia” (Espress 2021), “Ciarlatani. Fake news e medicina dall’antichità ad oggi” (con Elena Percivaldi, Espress 2021). Ha collaborato al libro di Barbara Gallavotti “Le grandi epidemie. Come difendersi. Tutto quello che dovreste sapere sui microbi” (Donzelli 2019).

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