Big Data: la sfida di governance tra Cina, Unione Europea e Stati Uniti
- 22 Ottobre 2021

Big Data: la sfida di governance tra Cina, Unione Europea e Stati Uniti

Scritto da Alice Bellante

6 minuti di lettura

L’economia globale è diventata una macchina di dati in continuo movimento: li consuma, li elabora e ne produce quantità sempre maggiori. Il traffico di dati delle tecnologie digitali consente ora, e in alcuni casi ha sostituito, il tradizionale commercio di beni e servizi.

La transizione digitale non è più una voce astratta finita in fondo all’agenda del decisore pubblico. La pandemia ha contribuito ad accelerare il processo di digitalizzazione al livello mondiale. L’opinione pubblica e le classi dirigenti di tutto il mondo sono oggi sensibili a tale argomento. Si parla di divario digitale, o digital divide, di privacy, cybersicurezza, cloud e di tanto altro.

A dirigere il traffico di dati a livello internazionale, chiaramente, ci sono gli Stati Uniti, l’Europa e la Cina. Non a caso, la regolamentazione più o meno serrata del settore digitale è ritenuta un fattore determinante quando si considerano lo sviluppo e la crescita economica.

Il commercio digitale e il flusso di dati transfrontalieri non mostrano segni di rallentamento. Nel 2018, 330 milioni di persone hanno effettuato acquisti online da altri Paesi, ciascuno dei quali prevedeva la trasmissione transfrontaliera di dati, aiutando l’e-commerce a raggiungere 25,6 trilioni di dollari di vendite, anche se ancora solo circa il 60% del mondo è online. Resta solo da immaginare quanto crescerà il traffico dati man mano che la connessione a banda larga si diffonderà nei Paesi in via di sviluppo. I più lungimiranti del settore, infatti, investono da tempo anche sulla tecnologia wireless 5G, la quale consente il trasferimento di quantità ancora più significative di dati ad altissima velocità mentre il cosiddetto Internet of Things aumenta notevolmente la comunicazione tra device diversi tra loro.

Stabilita l’importanza del mercato digitale, persiste comunque uno stato di confusione e incertezza sul valore e la proprietà dei dati. A tal proposito non sorprende che le principali potenze mondiali abbiano visioni contrastanti.

Ancor più di altri elementi dell’economia globale, i dati sono intrecciati con il potere. In quanto input sempre più necessario per l’innovazione, per il commercio internazionale, per il successo aziendale e, ultimo ma non certamente per importanza, per la sicurezza nazionale, i dati infatti offrono vantaggi cruciali a tutti coloro che li detengono. Allo stesso modo, il loro sistema di governance si presta piuttosto agilmente ad abusi o usi impropri, in termini di libertà, privacy e libera concorrenza.

Partendo da questo spunto relativo all’uso improprio dei dati, è ormai cosa nota che il leader cinese Xi Jinping è convinto che il ventunesimo secolo appartenga alle nazioni che controllano le piattaforme di comunicazione, sopprimono i media indipendenti e dominano lo sviluppo di tecnologie basate sui dati, come l’AI, l’intelligenza artificiale. Questo genere di regime, attraverso l’uso di tecnologie come il cosiddetto Great Firewall of China e uno stringente apparato di sorveglianza, isola la propria rete domestica al pari dei propri cittadini dai flussi di informazioni, dedicandosi alla manipolazione di Paesi rivali attraverso campagne di disinformazione e hacking. I governi autoritari cercano di appropriarsi della proprietà intellettuale e dei database di organizzazioni straniere, ma escludono le aziende straniere dai propri settori ricchi di dati.

In particolare, il concetto alla base della linea di azione del governo cinese è quello di cyber-sovereignty, definito dalla Cyber Administration of China come «il supremo potere e l’indipendenza esterna di cui gode un Paese nei confronti delle proprie strutture di rete, del loro relativo funzionamento, dei soggetti che le utilizzano e dei relativi dati generati all’interno del territorio».

Nessuna economia avanzata vanta una strategia nazionale di intelligenza artificiale più mercantilista di quella cinese. In questo ambito, Pechino mira a dominare lo scenario internazionale entro il 2030. La dottrina di Xi sulla fusione civile-militare unisce gli sforzi di ricerca delle società private, della base industriale militare cinese e delle agenzie di intelligence dell’Esercito Popolare di Liberazione. La Cina gioca una partita a somma zero quando si tratta di concorrenza sui dati. Gli Stati vogliono acquisire dati da altri, limitando l’accesso ai propri. Proprio alla luce di ciò, Cina, India, Russia e altri Paesi hanno introdotto severe leggi sulla localizzazione dei dati per impedire alle aziende di portare determinati tipi di informazioni oltre i confini nazionali.

Guardando a ovest, invece, emerge che gli Stati Uniti devono ancora prendere propriamente parte alla “faida” sul digitale. L’approccio attuale potrebbe essere qualificato come una sorta di liberalismo, che lascia la ricerca dell’equilibrio alla mano invisibile del mercato, in pieno stile Adam Smith. La priorità è assegnata alla difesa delle infrastrutture fisiche – router, server e dispositivi endpoint come laptop e smartphone – mentre viene sottovalutata l’importanza economica e politica delle informazioni che passano attraverso tali infrastrutture. Negli Stati Uniti, infatti, è proprio il settore privato, che raramente agisce nell’interesse nazionale americano, il principale responsabile della protezione dei dati e delle piattaforme di informazione.

Una strategia dell’informazione nazionale può suonare, o addirittura diventare, orwelliana senza la giusta leadership politica. Per prosperare nel ventunesimo secolo è necessario che le democrazie mettano l’informazione al centro della politica interna, di sicurezza ed estera.

Nel settore privato, l’accesso ai dati tende altresì a creare un circolo virtuoso: i dati consentono alle aziende di creare applicazioni migliori, il che le rende più redditizie e consente loro di raccogliere e monetizzare ancora più dati. Tale dinamica spiega perché i giganti dell’informazione, come Alibaba, Amazon, Facebook, Google e Tencent sono monopoli. Tuttavia, questa stessa logica commerciale spinge anche gli Stati a pensare in termini di somma zero.

Rebus sic stantibus, il rapporto tra le cosiddette big tech e le strutture di governo rimane un tema complesso, in continua evoluzione. Una prospettiva di interesse in tal senso viene offerta da Le potenze del capitalismo politico: Stati Uniti e Cina di Alessandro Aresu. Nella monografia in questione, Aresu traccia un collegamento tra le sfide interne all’economia statunitense e la nozione di sicurezza nazionale, prospettando una sorta di strumentalizzazione delle aziende tecnologiche da parte di Washington nel perseguimento di finalità legate alla politica interna ed estera. Emergono dunque delle linee di conflitto tra diritto, politica ed economia, evidenziando ad ogni modo l’assenza di una chiara e trasparente volontà politica di intraprendere una linea di azione ben definita.

Per quanto riguarda l’Europa, infine, sebbene l’Unione stabilisca alcuni standard degni di nota come il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR), adottato il 14 aprile 2016 e utilizzato per controllare l’uso delle informazioni personali da parte delle principali aziende e organizzazioni online, ci sono diverse altre questioni che rimangono aperte. In tale contesto, è importante ricordare che a novembre 2020, la Commissione Europea ha pubblicato la sua proposta di Data Governance Act (DGA). Il DGA stabilisce un quadro giuridico per il riutilizzo dei dati del settore pubblico coperti da diritti di terzi, vale a dire dati coperti da diritti di proprietà intellettuale e dati riservati di natura non personale. Perciò, mentre il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) disciplina i trasferimenti internazionali di dati personali, la proposta della DGA include norme che disciplinano i trasferimenti internazionali di dati non personali da parte di un utente a cui è stato concesso l’accesso a tali dati dal settore pubblico. Una normativa simile potrebbe avere un impatto molto vasto, in particolare sulla condivisione dei dati tra imprese (B2B) e sui regimi di proprietà intellettuale.

Lasciando da parte le singole specifiche tecniche, ciò che emerge da questa analisi è che è possibile identificare tre approcci profondamente distinti nella governance dei dati. Il triumvirato composto da Cina, Stati Uniti ed Europa adotta delle posizioni che, in termini economici, potrebbero essere definite rispettivamente come centralizzata, neoliberale e regolamentata.

Dunque, forse l’unica certezza rimasta è che i dati sono sempre stati un input essenziale per scoprire nuove idee. Benjamin Franklin aveva bisogno di dati sui fulmini per migliorare la comprensione umana dell’elettricità. Gregor Mendel aveva bisogno di dati sulle piante di pisello per scoprire le regole dell’ereditarietà. Allo stesso modo, nell’ultimo decennio, i dati sono diventati essenziali per l’innovazione, grazie a importanti progressi nella potenza di calcolo, nel cloud storage e nell’intelligenza artificiale. Queste e altre innovazioni basate sui dati modelleranno sempre di più la vita professionale e personale degli individui, migliorando tutto, dai veicoli autonomi alle app per le prestazioni sportive ai social network.

Al netto di ciò, la mancanza di un approccio omogeneo e di una struttura internazionalmente accettata che regoli i dati lascia irrisolti grandi interrogativi sull’economia globale e sulla sicurezza nazionale. I governi sovrani dovrebbero essere in grado di limitare la posizione e l’uso dei dati dei propri cittadini all’interno dei confini nazionali? Cosa implica tale convinzione rispetto ai servizi cloud e ai dati che sono distribuiti su Internet? I governi dovrebbero essere in grado di tassare l’arrivo di dati da altre nazioni, così come impongono tariffe sull’importazione di molti beni e servizi? Quali controlli possono imporre i governi sovrani sui dati che entrano nei loro Paesi?

L’assenza di un quadro internazionale minaccia anche la privacy delle persone. Chi assicurerà che i governi o altri attori non statali non utilizzino impropriamente i dati delle persone e violino i loro diritti economici, politici e umani? In che modo i governi possono proteggere la privacy dei propri cittadini consentendo allo stesso tempo la circolazione dei dati oltre i confini nazionali?

Oggi, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Cina non sono affatto concordi sulle risposte a queste domande, causando attriti che danneggiano la cooperazione in materia di commercio, investimenti e sicurezza nazionale. Senza metodi comuni e verificabili di spersonalizzazione dei dati per proteggere la privacy, ci sono solo due alternative: o il potenziale innovativo dei dati personali andrà perso o verranno violati i diritti fondamentali dell’individuo.

Scritto da
Alice Bellante

Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali alla LUISS “Guido Carli”. Ha svolto un periodo di ricerca alla University of Pennsylvania a Filadelfia. Specializzata in Studi Diplomatici presso la Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI). Attualmente sta frequentando un Master di II livello in Relazioni Istituzionali, Lobby e Comunicazione d’Impresa presso la LUISS Business School e lavora nel dipartimento di Innovation & Business Development di Linkem.

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