Bisogna difendersi dai discorsi

Bisogna difendersi dai discorsi

Nell’introdurre la nuova cattedra in Storia dei sistemi di pensiero al Collège de France, Michel Foucault articola una lezione inaugurale che poggia su un quesito basilare: “Ma che c’è dunque di tanto pericoloso nel fatto che la gente parla e che i suoi discorsi proliferano indefinitamente? Dov’è dunque il pericolo?”. L’apparente semplicità della domanda conduce a un esito tutt’altro che scontato, ed è interessante riproporla oggi perché questa sembra essere posta ad hoc per evocare e analizzare la rete e il flusso incontrollato di informazioni.

Nel 1970 Foucault risponde subito che i discorsi creano esclusioni, seguono delle regolarità interdittive che dividono tra vero e falso (o tra ragione e follia) e riproducono degli ordini che garantiscono pratiche di controllo. Si potrebbe sicuramente replicare: ‘ma sono solo discorsi, cosa può esserci di preoccupante nelle parole e nel loro controllo? E poi a cosa serve complicare proprio i discorsi, i quali servono essenzialmente ad interrogare, e non ad essere interrogati?’. Per comprendere la portata delle risposte seguiamo l’operazione teorica portata avanti da Foucault già a partire dalle opere antecedenti la sua lezione inaugurale: non bisogna pensare ai discorsi come a una trama di parole prodotte dall’uomo e a lui esterne; né bisogna pensare ai discorsi come a delle idee o come a dei sistemi coerenti slegati dalla quotidianità. Il sapere di cui disponiamo, e con lui il soggetto che lo produce, è imbrigliato nei discorsi e nei significati che questi producono. Infatti, è grazie ai discorsi che sappiamo di essere uomini, appartenenti a una determinata specie, che abbiamo dei neuroni e dei diritti. Conoscenze raggiunte nella storia, conoscenze che hanno modificato o rimpiazzato altre verità, le quali si disperdono lasciando il posto alle nuove forme di sapere. Dunque porre il sapere e il soggetto nella regione del discorso significa interrogare la conoscenza, e i risultati dell’analisi saranno le forme che assume la verità, quindi le forme di ciò che sappiamo, compreso ciò che sappiamo su noi stessi.

Da questo sfondo teorico emerge subito un primo segnale di pericolosità, in quanto l’ordine del discorso non permette di dire tutto e di includere tutti, e si creano quindi le condizioni per padroneggiare un sapere ordinato che esclude attraverso la forza della propria verità. Il sapere produce dunque potere. Continuando col testo della lezione inaugurale, Foucault infatti aggiunge: “suppongo che in ogni società la produzione del discorso è insieme controllata, selezionata, organizzata e distribuita tramite un certo numero di procedure che hanno la funzione di scongiurarne i poteri e i pericoli, di padroneggiare l’evento aleatorio, di schivarne la pesante, temibile materialità”. Si può dunque dire che avere i discorsi come oggetto di studio significa interrogare come viene prodotto il sapere, per andare alla ricerca del perché una verità contingente regola la nostra consapevolezza e organizza la cultura.

La prima risposta che si può dare al quesito iniziale è allora che bisogna innanzitutto difendersi dai discorsi perché nella normalità di quello che pensiamo e diciamo, in ogni significato implicito e nel senso comune pulsano sempre le nervature e i terminali di un’organizzazione del sapere che produce pratiche di controllo. Questa prima risposta, fornita dallo stesso Foucault nel testo della lezione inaugurale, permette di tematizzare bene il perché il proliferare dei discorsi non è ininfluente nella società. Bisogna quindi difendersi dai discorsi perché è proprio nelle verità che sosteniamo che possono riprodursi gli apparati di potere.

Riproporre questo quesito oggi pone però una sfumatura diversa alla domanda, in quanto l’interrogazione foucaultiana poggia soprattutto sui discorsi ‘scientifici’, ovvero sui discorsi che producono un sapere controllabile e istituzionalizzato. Infatti Foucault sino al 1970 analizza primariamente discorsi psichiatrici, economici, biologici, linguistici e giurisprudenziali, dunque un corpus di pratiche di gestione del sapere altamente istituzionalizzato. Ovviamente i meccanismi di esclusione della parola trovano un luogo privilegiato nell’istituzione, la quale ha rituali di controllo dei discorsi altamente rodati. Ma oggi, con lo sviluppo della rete, i discorsi sono ancora così controllabili? Le pratiche di esclusione della parola sono ancora così forti? O sono aggirabili grazie ad internet? Si riesce a sviluppare un sapere alternativo che mina la stabilità dell’ordine discorsivo? Domandiamoci quindi di nuovo assieme a Foucault: oggi che c’è di tanto pericoloso nel fatto che la gente parla e che i suoi discorsi proliferano indefinitamente? Dov’è dunque il pericolo?

La rete e il nuovo spazio di circolazione del discorso offrono sicuramente nuove piazze che sfuggono all’inquisizione della parola e che rendono impossibile all’istituzione la certificazione di ciò che si dice. Si allargano quindi le maglie dell’ordine discorsivo garantendo la diffusione dei discorsi bannati, e si possono facilmente raggiungere informazioni che offrono il destro alla creazione di competenze e saperi nuovi. Ma il fenomeno che ha permesso l’allentarsi della regolazione discorsiva, pone però anche un nuovo problema: si moltiplicano piazze popolate da complottismi, fonti alterate, soluzioni facili e credulonerie che spacciano una quantità abnorme di distorsione. Infatti, tra omeopatie miracolose e senzacensuradotcom, può capitare di intercettare lo strano frammentarsi di una conoscenza incapace di distinguere ciò che si dice. È ovviamente sbagliato estremizzare e pensare che i discorsi in rete generino solo disinformazione, anche perché nella rete stessa si produce già una sorta di autoregolazione che canonizza la bufala esaltandone i lati ingenui (vedi lercio.it ad esempio). E peggio sarebbe fare affidamento all’ordine del discorso ‘classico’ per certificare, perché si riproporrebbe nient’altro che la stessa verità insostenibile, e ci si dovrebbe accontentare di risposte parziali che non parlano più di noi. Ma la cornice contemporanea che si profila è uno strano scenario in cui la rapidità di circolazione sposta incessantemente il confine dei discorsi non permettendo ai saperi nuovi di solidificarsi al pari di quelli istituzionalizzati; e contemporaneamente solidifica abbastanza da rendere pericolosi i creduloni. Si ha quindi l’impressione costante di vivere un’epoca in cui il vecchio sistema di verità collassa su se stesso mentre il nuovo non riesce a nascere.

Foucault ci ha avvertito del pericolo del sapere organizzato, ma oggi capita anche di doversi interrogare sui discorsi che, evitando qualsiasi filtraggio, producono una conoscenza in trasformazione rapida e disorganizzata. E in questa mancanza di ordinazione e potenziamento emerge chiaramente che le strategie di controllo del sapere sono già mutate per far fronte a questi nuovi spazi di circolazione. Infatti, anche se nella teoria foucaultiana è sempre stato chiaro che i discorsi si producono in una trama dinamica, e che le verità sono frontiere tattiche, oggi è più che mai evidente che nelle rapide intersezioni e intrecci tra i saperi si producono dei giochi di potere che si adeguano in divenire. Dunque ripensare al quesito foucaultiano ci aiuta di nuovo a non porre il problema nei termini di un’opposizione tra un sapere A egemone e un sapere alternativo B dove c’è l’indifferenziata di ciò che viene scartato. E soprattutto ci aiuta a non pensare che nell’indifferenziata ci siano sicuramente le soluzioni ai problemi creati dal sapere egemone. Oggi con la rete e con la libera circolazione dei discorsi c’è sicuramente una prima lezione che va appresa, ovvero, a meno di non voler vivere nella notte in cui tutte le vacche sono nere, non si può più pensare che nell’aggiramento delle frontiere discorsive si produce un’alternativa al potere, né che qualsiasi sapere può essere liberatorio poiché alternativo.

Ovviamente questo non significa maledire internet e, si stava meglio quando si stava peggio, benedire i posti in cui la censura e il controllo dei discorsi sono ancora molto forti. Il punto da sottolineare è che non ci si può sentire liberi nella libertà di parola, perché con l’allentarsi delle maglie dell’ordine discorsivo emerge una nuova categoria di discorsi da cui bisogna difendersi. E sono proprio i nostri discorsi, in quanto le dinamiche con cui circola il sapere pongono nuovamente il problema delle strategie e delle pratiche di controllo, le quali, anche se incapaci di certificare tutto, non temono il quotidiano trasformarsi di saperi instabili. Un laissez-faire che ancora una volta ribadisce che la verità non è nascosta al di là del potere; anzi, oggi bisogna ribadire che proprio nella tanto pubblicizzata libertà democratica di cui godiamo e che dobbiamo difendere dallo straniero c’è sempre uno scenario fatto di strategie, tattiche, offensive e pratiche di controllo. E ciò che abbiamo chiamato l’ordine del discorso con le sue forti verità, oggi con la rete viene depotenziato solo molecolarmente, perché il suo scollarsi dalla società crea periferie che cambiano troppo rapidamente e che, paradossalmente, nella velocità producono cambiamenti lenti. In questa mancata aderenza con la periferia alle volte assistiamo alla circolazione di saperi nuovi e a spettacoli bellissimi come il collettivo Wu Ming. Ma altre volte capita di assiste a spettacoli paradossali come blog di scommettitori che si convincono di avere il sapere clinico di un veterinario, e, di converso, a veterinari che, senza conoscere i fantini col maggior numero di vittorie, pensano di poter puntare sui cavalli perché ne hanno studiato l’anatomia. In un tutto farcito di rapida crescita di richiesta dei diritti per gli animali e di liberazione dei canili, dove si rinchiuderebbero volentieri i migranti che avanzano dai CIE. Dinamiche appunto: scarti locali, modulazioni, tattiche e offensive; intersezioni, frammentazioni e trame plastiche che plasmano continui giochi di potere.

In conclusione, reinterrogare Foucault significa ribadire che ogni sapere emerge e si struttura per far fronte a degli interrogativi, bisogni e desideri che nascono nella società. E l’ordine dei saperi segue una logica, la quale rispecchia proprio gli interrogativi, bisogni e desideri che la società ha prodotto e istituzionalizzato. Il problema sta nel fissare le verità e nel non lasciare emergere discorsi che rispondano a bisogni, interrogativi e desideri che nella stessa società hanno bisogno di deformare e affievolire le verità per elaborare la propria identità. Con lo sviluppo della rete è sicuramente più difficile vedere i discorsi valutati e repressi alla stregua dei vecchi saperi: ma questo ha solo spostato l’asse delle strategie e impone di riformulare le tattiche. Dunque, anche se l’intrecciarsi dei discorsi non ha mai prodotto verità universali, oggi gli ordini discorsivi sopravvivono grazie alla mancata formazione di un’etica dei rapidi domini specifici. Bisogna allora difendersi dalla quantità spropositata di discorsi, perché nell’aver aggirato la frontiera, il controllo e il potere sono forti di una sterminata disorganizzazione. Bisogna ancora difendersi dai discorsi perché nell’illusione della libertà di parola ci si accontenta solo di parlare all’infinito.


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Laureato magistrale in Semiotica all'Università di Bologna. Si occupa di retorica, analisi del discorso e critica dell'ideologia.

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