“Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste” di Cristina Battocletti
- 17 Gennaio 2018

“Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste” di Cristina Battocletti

Recensione a: Cristina Battocletti, Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste, La nave di Teseo, Milano 2017, pp. 392, 19.50 euro (scheda libro)

Scritto da Luca Picotti

6 minuti di lettura

 

Bobi Bazlen aveva la rara qualità di intuire quali erano i grandi libri senza i quali l’umanità sarebbe stata un po’ più sola

Roberto Bazlen, noto anche come Bobi Bazlen, è stato uno dei personaggi più influenti della cultura italiana del Novecento. Le sue radici affondano nella Trieste austroungarica dei primi decenni del secolo scorso, stazione sismografica dei terremoti spirituali che si apprestavano a sconvolgere il mondo, un modello dell’eterogeneità e della contraddittorietà di tutta la civiltà moderna, come scrivono Claudio Magris e Angelo Ara[1].

Solo in una città come Trieste, ponte che collega le inquietudini della letteratura mitteleuropea con la solarità mediterranea, poteva fiorire uno spirito libero come Bazlen, nomade enigmatico e geniale, sconosciuto ai più eppure tassello fondamentale del mosaico culturale italiano: fu Bazlen, tre anni prima di morire, a fondare nel 1962 assieme a Luciano Foà la casa editrice Adelphi. Fu sempre Bazlen, in una vita passata come consulente delle maggiori case editrici italiane – tra le quali Einaudi-, a scoprire Italo Svevo e a promuovere la pubblicazione in Italia della letteratura mitteleuropea, tra cui Franz Kafka e Robert Musil. Chi era dunque questo vorace lettore, orecchio infallibile capace di sentire nelle pagine dei libri il suono giusto? Chi era Bobi Bazlen?

Cristina Battocletti, giornalista e scrittrice, ripercorre la vita di Roberto Bazlen in una biografia appassionata, resa accattivante dal taglio narrativo e dalla prosa elegante. La Battocletti va oltre l’alone misterioso che da sempre circonda la figura dell’intellettuale triestino: attraverso uno studio approfondito durato anni, tra archivi e epistolari inediti, dà corpo e forma a quello che prima era un fantasma della cultura italiana novecentesca.

La penna della giornalista viaggia tra le amicizie e le relazioni di Bazlen, scruta a fondo la sua genialità ma anche la sua fragilità, senza mai dimenticare l’ombra di Trieste, loco natio dal quale Bobi sentirà l’esigenza di fuggire per non farci più ritorno, o quasi. Il risultato è un ritratto compiuto dell’editore triestino, un Musil senza l’urgenza di scrivere Der Mann ohne Eigenschaften, come direbbero Magris e Ara[2].

Biografia di un irregolare

Per Bazlen nulla era più importante della lettura. La sua vita è stata un susseguirsi di libri divorati, di discussioni nei caffè triestini con i grandi intellettuali del tempo, di amori precari e di viaggi senza meta. Forse cercava qualcosa, deluso da un Occidente che, a suo parere, era roba da ragionieri. Di certo, come ci racconta la Battocletti, non era disposto a sopportare lo stillicidio della vita, i suoi ingranaggi così ben congegnati da incatenare l’uomo in una burocrazia pervasiva e mortificante: «Non un matrimonio, non un figlio, non un contratto di lavoro stabile, non una casa di proprietà» (p.15). Roberto Bazlen, nato a Trieste il 9 giugno del 1902 dal commerciante tedesco Eugen e dall’ebrea Clotilde Levi Minzi, fin dalla giovinezza si è dimostrato un fine intellettuale.

Frequentava, nonostante fossero dieci, quindici, alle volte anche venti anni più grandi di lui, personaggi come Umberto Saba, conosciuto grazie ad una disputa sul futurismo, Guido Voghera, Giani Stuparich e il poeta dialettale Virgilio Giotti, nella cui edicola si rintanava per leggere in tranquillità. Gli incontri avvenivano al caffè Garibaldi o al San Marco, luoghi culturalmente fertili e vivaci, dove si discorreva su tutto, dalla politica alla psicoanalisi. In quel periodo aleggiava su Trieste lo spettro della finis Austriae, vi era un sentimento di sfiducia, lo Zeitgeist minacciava di travolgere il secolare Impero asburgico. L’epidemia dei suicidi, da Carlo Michelstaedter ad Arturo Fittke, così bene riportata dalla Battocletti, alimentava l’inquietudine di quegli anni, quando non ne era invece diretta conseguenza. «Bobi crebbe quindi in un contesto in cui Slataper avvertiva un latente dolore fisico, in cui si sentiva odore di bruciato e di tragedia» (p.42).

La Battocletti si addentra nel labirinto delle relazioni di Bazlen, parlandoci di Duska Slavik, la sua prima fidanzata a cui scrisse la tesi di laurea, di Gerti, musa delle poesie di Montale, e di Linuccia Saba, figlia del grande poeta, con cui scappò a Milano e per la quale, si narra, sperperò gran parte dei suoi averi. Infine anche Silvana e Ljuba, sua ultima compagna, fanno parte della costellazione di figure femminili entrate e uscite dalla vita di Bazlen, nomade anche in amore, così libero da procurarsi la fama di nemico delle mogli per i suoi continui intrighi. Non mancano, tra i tanti nodi insoluti che l’editore triestino portò con sé nella tomba, sospetti sulla sua impotenza, o omosessualità, come fanno pensare alcuni disegni ritrovati nel suo diario psicoanalitico. Bobi, grazie agli stimoli offerti dalla città di Trieste, si interessò molto di psicoanalisi e, dopo aver letto e amato Freud, Weiss e Bernhard, si sottopose per gran parte della sua vita a questa pratica (da qui il diario psicoanalitico). Era inoltre affascinato dall’Oriente, aveva un’ossessione per le coincidenze ed era appassionato di oroscopi e astrologia.

La vita di Bobi comincia a Trieste, luogo che abbandonerà a trentadue anni sotto consiglio del suo psicoanalista Weiss (per fuggire dall’abbraccio oppressivo di sua madre, dal suo, per usare le parole dell’amico Montale, «terrificante amore»), ma prosegue a Genova, Milano e Roma; mai ricco, poiché il suo obiettivo «non era arricchirsi, quanto continuare con la sua vita di lettore e nomade» (p.326). Era un cacciatore di libri, «una finestra spalancata su un mondo nuovo» come disse Montale. Era proprio dal poeta ligure che doveva, il 28 luglio 1965, andare a pranzo. Purtroppo le spettrali vicende della vita glielo impedirono: quel giorno, in una camera dell’albergo Torino di Milano, trovarono Bobi morto, probabilmente a causa di un versamento pleurico. Tre anni prima, nel 1962, aveva contribuito a fondare la casa editrice Adelphi.

Il lascito culturale di Bobi Bazlen

Il libro della Battocletti ha il merito di rilanciare il grande editore triestino in un periodo in cui l’amore verso i libri si sta drammaticamente affievolendo, come certificano gli ultimi dati Istat[3]. Proprio per questo motivo oggi, ancor più che ieri, è necessario porre lo sguardo sulla figura di Bazlen, l’intellettuale ritrovato: di cosa siamo debitori a Bobi, il grande critico letterario che dalla vita pretendeva solo libri e sigarette, persuaso unicamente nel momento della lettura e incapace, forse a causa di una coscienza ipertrofica di dostoevskiana memoria, di sublimare il proprio patrimonio culturale in un’opera recante la sua firma?

«Bobi Bazlen aveva la rara qualità di intuire quali erano i grandi libri senza i quali l’umanità sarebbe stata un po’ più sola» (p.259). Bazlen, che conosceva l’italiano, il francese, l’inglese e il tedesco (da lui prediletto), leggeva di tutto e aveva un fiuto finissimo per i libri più sconosciuti ed esoterici: «Basta che una cosa sia assurda, irrazionale, arbitraria, contraddittoria, scombinata e tu te ne innamori», lo rimproverava Guido Voghera. Bobi cercò nei libri atmosfere da incubo simili a quella vissuta nella Trieste di inizio secolo, come in una specie di sindrome di Stoccolma scrive la Battocletti. Nella neonata Adelphi volle portare le inquietudini della cultura mitteleuropea, i libri di Nietzsche e la psicoanalisi. La nuova casa editrice avrebbe assunto un taglio diverso da quello più ideologico e politico di Einaudi: Adelphi avrebbe portato con sé il marchio di Bazlen, «era benvenuto tutto ciò che metteva in dubbio le certezze» (p.274).

La vera poesia di Bobi, scrive la giornalista, viveva nel giudizio dei libri: «telegrafico, completamente informale nello stile […] privo di superflui intellettualismi» (p.269). Leggeva e sentenziava. «Troppo lungo […] troppo lento […] troppo frammentario […] troppo austriaco», ma da «pubblicare a occhi chiusi», così sollecitò l’Einaudi, dopo il parere negativo di Delio Cantimori e Norberto Bobbio, a pubblicare Robert Musil. «L’unica novella che io abbia letto, la terza, mi pare molto bella, cioè non bella, anzi, ma necessaria, intensa, nei punti migliori un po’ invasata», scrisse a Stelio Mattioni, approvando le sue doti da prosatore che verranno poi a concretizzarsi nel volume Il sosia, uscito per Einaudi nel 1962. L’intellettuale triestino fu inoltre il primo, anticipando tutti nel 1926, ad accorgersi di Kafka, promuovendo la sua traduzione[4]. Anche alla scoperta di Italo Svevo si può attribuire la paternità a Bazlen, in quanto fu lui a fomentare l’interesse di Montale, manifestatosi poi nel famoso intervento sulla rivista milanese L’esame intitolato Omaggio a Italo Svevo.

Il libro di Cristina Battocletti avvicina il lettore ad una delle figure più interessanti del panorama culturale novecentesco, un’icona rimasta sempre nell’ombra, lo sciamano stimato ma temuto da Giulio Einaudi, amato dalla poetessa Amelia Rosselli e avversato da Pier Paolo Pasolini. Bobi, scrive la giornalista nella Premessa, «annusava le tendenze secondo il criterio della primavoltità, se esprimevano cioè una sensazione, un’idea che nessuno prima era mai riuscito a rendere» (p.15). La sua vita da nomade sradicato è stata un viaggio tra i libri, alla ricerca del suono giusto e della primavoltità. Ci ha lasciato una grande casa editrice e fatto conoscere numerosi capolavori letterari. Il merito del libro della Battocletti è quello di aver dato un corpo, una forma e una storia a quello che prima era un fantasma della cultura italiana.


[1]    A. Ara e C. Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 1982, pp. 4-5.

[2]    Ivi, pp. 83-84.

[3]    http://www.istat.it/it/archivio/207939

[4]  «Fece leva sull’amico Eugenio Montale perché scrivesse una lettera di presentazione per la casa editrice del “Baretti”, e per altre con cui introdurre l’amico e traduttore dal tedesco Giuseppe Menassé. Pino, così lo chiamava Bobi, tradusse alcuni testi da Un medico di campagna sulla rivista milanese Il Convegno nel 1928, e fu la prima pubblicazione in italiano di un testo di Kafka» (p.330).

Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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