“Bobi Bazlen. L’ombra di Trieste” di Cristina Battocletti

Bobi Bazlen

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Il lascito culturale di Bobi Bazlen

Il libro della Battocletti ha il merito di rilanciare il grande editore triestino in un periodo in cui l’amore verso i libri si sta drammaticamente affievolendo, come certificano gli ultimi dati Istat[3]. Proprio per questo motivo oggi, ancor più che ieri, è necessario porre lo sguardo sulla figura di Bazlen, l’intellettuale ritrovato: di cosa siamo debitori a Bobi, il grande critico letterario che dalla vita pretendeva solo libri e sigarette, persuaso unicamente nel momento della lettura e incapace, forse a causa di una coscienza ipertrofica di dostoevskiana memoria, di sublimare il proprio patrimonio culturale in un’opera recante la sua firma?

«Bobi Bazlen aveva la rara qualità di intuire quali erano i grandi libri senza i quali l’umanità sarebbe stata un po’ più sola» (p.259). Bazlen, che conosceva l’italiano, il francese, l’inglese e il tedesco (da lui prediletto), leggeva di tutto e aveva un fiuto finissimo per i libri più sconosciuti ed esoterici: «Basta che una cosa sia assurda, irrazionale, arbitraria, contraddittoria, scombinata e tu te ne innamori», lo rimproverava Guido Voghera. Bobi cercò nei libri atmosfere da incubo simili a quella vissuta nella Trieste di inizio secolo, come in una specie di sindrome di Stoccolma scrive la Battocletti. Nella neonata Adelphi volle portare le inquietudini della cultura mitteleuropea, i libri di Nietzsche e la psicoanalisi. La nuova casa editrice avrebbe assunto un taglio diverso da quello più ideologico e politico di Einaudi: Adelphi avrebbe portato con sé il marchio di Bazlen, «era benvenuto tutto ciò che metteva in dubbio le certezze» (p.274).

La vera poesia di Bobi, scrive la giornalista, viveva nel giudizio dei libri: «telegrafico, completamente informale nello stile […] privo di superflui intellettualismi» (p.269). Leggeva e sentenziava. «Troppo lungo […] troppo lento […] troppo frammentario […] troppo austriaco», ma da «pubblicare a occhi chiusi», così sollecitò l’Einaudi, dopo il parere negativo di Delio Cantimori e Norberto Bobbio, a pubblicare Robert Musil. «L’unica novella che io abbia letto, la terza, mi pare molto bella, cioè non bella, anzi, ma necessaria, intensa, nei punti migliori un po’ invasata», scrisse a Stelio Mattioni, approvando le sue doti da prosatore che verranno poi a concretizzarsi nel volume Il sosia, uscito per Einaudi nel 1962. L’intellettuale triestino fu inoltre il primo, anticipando tutti nel 1926, ad accorgersi di Kafka, promuovendo la sua traduzione[4]. Anche alla scoperta di Italo Svevo si può attribuire la paternità a Bazlen, in quanto fu lui a fomentare l’interesse di Montale, manifestatosi poi nel famoso intervento sulla rivista milanese L’esame intitolato Omaggio a Italo Svevo.

Il libro di Cristina Battocletti avvicina il lettore ad una delle figure più interessanti del panorama culturale novecentesco, un’icona rimasta sempre nell’ombra, lo sciamano stimato ma temuto da Giulio Einaudi, amato dalla poetessa Amelia Rosselli e avversato da Pier Paolo Pasolini. Bobi, scrive la giornalista nella Premessa, «annusava le tendenze secondo il criterio della primavoltità, se esprimevano cioè una sensazione, un’idea che nessuno prima era mai riuscito a rendere» (p.15). La sua vita da nomade sradicato è stata un viaggio tra i libri, alla ricerca del suono giusto e della primavoltità. Ci ha lasciato una grande casa editrice e fatto conoscere numerosi capolavori letterari. Il merito del libro della Battocletti è quello di aver dato un corpo, una forma e una storia a quello che prima era un fantasma della cultura italiana.

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[1]    A. Ara e C. Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino 1982, pp. 4-5.

[2]    Ivi, pp. 83-84.

[3]    http://www.istat.it/it/archivio/207939

[4]  «Fece leva sull’amico Eugenio Montale perché scrivesse una lettera di presentazione per la casa editrice del “Baretti”, e per altre con cui introdurre l’amico e traduttore dal tedesco Giuseppe Menassé. Pino, così lo chiamava Bobi, tradusse alcuni testi da Un medico di campagna sulla rivista milanese Il Convegno nel 1928, e fu la prima pubblicazione in italiano di un testo di Kafka» (p.330).


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Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l'Università degli studi di Trieste. Su Pandora scrive soprattutto di teoria politica e trasformazioni socioeconomiche, con particolare attenzione alle anomalie del capitalismo contemporaneo, all’impatto delle tecnologie nel mondo del lavoro e nella società e ai problemi socioculturali della globalizzazione.

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