“Bogdanov, Gramsci e l’altra rivoluzione” di Noemi Ghetti, Andreas Iacarella e Örsan Şenalp
- 06 Febbraio 2026

“Bogdanov, Gramsci e l’altra rivoluzione” di Noemi Ghetti, Andreas Iacarella e Örsan Şenalp

Recensione a: Noemi Ghetti, Andreas Iacarella e Örsan Şenalp, Bogdanov, Gramsci e l’altra rivoluzione. Cultura, organizzazione, egemonia, Donzelli Editore, Roma 2025, pp. 232, 19 euro (scheda libro)

Scritto da Giulia Rispoli

5 minuti di lettura

Reading Time: 5 minutes

Un’altra rivoluzione possibile

Bogdanov, Gramsci e l’altra rivoluzione (Donzelli 2025) è un libro raro nel panorama editoriale contemporaneo: un lavoro che non si limita a ricostruire una genealogia dimenticata del marxismo novecentesco, ma che implicitamente assume quella genealogia come risorsa teorica per interrogare il presente. Il volume non mette solo a confronto Aleksandr Bogdanov e Antonio Gramsci, né li recupera come figure “eretiche” per gusto antiquario. Al contrario, li fa interagire all’interno di un progetto esplicitamente politico e filosofico: ricostruire un’idea di rivoluzione che non si esaurisce nella presa del potere, ma che investe la cultura, la conoscenza, le forme dell’organizzazione collettiva e, in ultima istanza, la produzione della soggettività.

L’“altra rivoluzione” evocata nel titolo designa precisamente questo scarto: una rivoluzione che non coincide con un evento puntuale né con una riorganizzazione puramente economica, ma con un processo lungo e conflittuale di trasformazione delle forme di sapere, delle pratiche culturali e delle modalità attraverso cui una società organizza se stessa. In questo senso, il libro si colloca in prossimità del concetto gramsciano di egemonia, ma lo spinge oltre, mettendolo in tensione con l’ambizioso progetto bogdanoviano di una scienza generale dell’organizzazione.

Il volume è costruito lungo tre assi principali, che attraversano l’intera argomentazione. Il primo asse riguarda la ricostruzione del contesto storico-politico e la rilettura filosofica ed epistemologica di Bogdanov e Gramsci come marxisti eterodossi. Entrambi sono accomunati da una critica radicale al dogmatismo e da una concezione attiva della prassi. In Bogdanov, questa critica assume la forma di una rottura esplicita con Lenin e con la teoria del riflesso: la conoscenza non è copia passiva della realtà, ma prodotto storico dell’attività organizzativa collettiva, radicata nel lavoro. In Gramsci, la critica è più sotterranea ma non meno incisiva: egli avverte precocemente il rischio di una concezione del marxismo come dottrina oggettiva e chiusa, incapace di fare i conti con la storicità delle forme di sapere e con la dimensione formativa della cultura.

Uno dei contributi più originali del libro emerge proprio in questo primo asse, attraverso la ricostruzione del rapporto – mai dichiarato ma tutt’altro che assente – tra Gramsci e Bogdanov. La scoperta del ruolo di Stella Rossa, il romanzo utopico di Bogdanov, conosciuto e apprezzato da Gramsci anche grazie alla mediazione di Giulia Schucht, apre uno spazio interpretativo di grande interesse. Il progetto, poi mai realizzato, di una traduzione italiana del romanzo e le tracce epistolari che attestano l’interesse gramsciano trasformano Stella Rossa in molto più di un testo letterario: un laboratorio teorico in cui Bogdanov sperimenta una società capace di rendere esplicito il proprio metabolismo energetico, di organizzare collettivamente risorse, conoscenza e lavoro, e di pensare l’uguaglianza – anche di genere – come principio strutturale. Il silenzio successivo di Gramsci su Bogdanov, pur in presenza di un’evidente consonanza teorica, resta uno degli enigmi più affascinanti che il libro non chiude, ma consegna al lettore come problema aperto.

Il secondo asse tematico è dedicato alla cultura proletaria, al Proletkul’t e al concetto di organizzazione come terreno decisivo della rivoluzione. Il Proletkul’t viene restituito nella sua complessità storica e teorica: non come apparato ideologico o progetto pedagogico dall’alto, ma come laboratorio di auto-organizzazione del sapere, in cui la classe operaia è chiamata a produrre le proprie forme culturali, scientifiche e cognitive. Per Bogdanov, la cultura proletaria non consiste nell’accesso alla cultura borghese, ma nella costruzione di nuovi schemi cognitivi radicati nell’esperienza collettiva del lavoro.

È qui che il libro insiste su un punto cruciale, spesso rimosso anche nelle letture contemporanee del marxismo: la scissione tra teoria e pratica, tra cervello e mani, tra organizzatori ed esecutori. Bogdanov individua in questa frattura una delle forme fondamentali del potere e della subordinazione. La separazione tra attività cognitiva e attività manuale non è un dato naturale, ma un prodotto storico, che struttura tanto l’organizzazione del lavoro quanto la produzione della conoscenza. La rivoluzione, in questa prospettiva, non può limitarsi a redistribuire il potere politico o economico, ma deve intervenire sulle condizioni cognitive della produzione sociale.

Gramsci, da una traiettoria diversa, arriva a interrogativi sorprendentemente affini. La sua riflessione sull’egemonia e sulla filosofia della praxis investe il problema della cultura come campo materiale di lotta. Anche per Gramsci, la rivoluzione non è un evento, ma un processo lungo che passa attraverso la costruzione di forme culturali, educative e organizzative capaci di radicarsi nella vita quotidiana. Il libro mostra con grande efficacia come il terreno della cultura proletaria costituisca un vero punto di incontro tra i due autori, ben oltre le differenze biografiche e contestuali.

Il concetto di organizzazione attraversa l’intero volume e diventa il perno del terzo asse, il più ambizioso forse. Bogdanov dedica a questo tema la parte più rilevante della sua opera nella Tectologia, una scienza generale dell’organizzazione che precorre la teoria dei sistemi e la cibernetica, ma che se ne distingue per l’impianto esplicitamente emancipatorio. L’organizzazione, per Bogdanov, è alla base della conoscenza stessa: ogni sapere deriva dall’attività organizzativa degli esseri umani nel lavoro collettivo. Essa attraversa tutti i livelli della realtà – naturali, sociali, tecnici – ed è estendibile a tutte le scale, dalla cellula all’universo.

In questo contesto acquista un rilievo particolare la citazione di Natalia, moglie di Bogdanov, riportata nel libro: «Questa scienza dell’organizzazione serviva a dare risposte ai lavoratori nel senso di una visione generale del mondo». La Tectologia non è dunque una teoria neutra della complessità, ma un tentativo di fornire al proletariato strumenti cognitivi, oltre che politici. È una risposta diretta alla scissione tra sapere e prassi, tra gestione ed esecuzione, tra conoscenza e lavoro.

Il volume propone, nella parte finale, una rilettura dell’egemonia gramsciana alla luce della Tectologia. L’egemonia viene interpretata come processo organizzativo che riguarda non solo le idee, ma le infrastrutture materiali della conoscenza. In un’epoca segnata dalla crisi ecologica, dalla scala planetaria dei processi produttivi e dall’emergere della tecnosfera, questa lettura appare particolarmente attuale. Il dibattito sull’Antropocene mostra con chiarezza che non siamo di fronte soltanto a una crisi ambientale, ma a una crisi delle forme storiche di organizzazione del rapporto tra società e pianeta. La tecnosfera – intesa come macrosistema di apparati, infrastrutture, flussi energetici e digitali – tende a sottrarsi al controllo collettivo, naturalizzando la propria autonomia.

È proprio contro questa naturalizzazione che il recupero di Bogdanov e Gramsci mostra tutta la sua forza. La Tectologia restituisce centralità al lavoro, alla storicità dei sistemi e alla possibilità di trasformarli. L’egemonia, letta come organizzazione delle infrastrutture del sapere, consente di pensare la politica non solo come lotta per il consenso, ma come intervento sulle condizioni materiali della produzione della conoscenza, oggi sempre più mediate da piattaforme, algoritmi e intelligenza artificiale.

Il libro non chiude queste questioni, ma le pone con chiarezza, lasciando aperti interrogativi decisivi: come produrre soggettività collettive senza dissolverle in un olistico indistinto? Come costruire capacità organizzative che non riproducano la frattura tra organizzatori ed esecutori? Come pensare una politica dell’egemonia all’altezza della scala planetaria e delle infrastrutture tecnologiche contemporanee?

Proprio in questa capacità di aprire problemi, più che di risolverli, risiede uno dei maggiori pregi di Bogdanov, Gramsci e l’altra rivoluzione. Il libro Noemi Ghetti, Andreas Iacarella e Örsan Şenalp non offre modelli da applicare, ma riattiva una riserva teorica per il presente. In un tempo segnato dalla crisi ecologica, dal neoliberismo e dall’impasse della governance globale, esso invita a tornare a pensare la rivoluzione come trasformazione delle forme di conoscenza, di organizzazione e di vita collettiva.

Scritto da
Giulia Rispoli

Professoressa associata di Storia della scienza e delle tecniche all’Università Ca’ Foscari Venezia. Tra le sue pubblicazioni: “Antropocene. Storia di un’idea”, con prefazione di Jürgen Renn (Carocci 2025).

Pandora Rivista esiste grazie a te. Sostienila!

Se pensi che questo e altri articoli di Pandora Rivista affrontino argomenti interessanti e propongano approfondimenti di qualità, forse potresti pensare di sostenere il nostro progetto, che esiste grazie ai suoi lettori e ai giovani redattori che lo animano. Il modo più semplice è abbonarsi alla rivista cartacea e ai contenuti online Pandora+, è anche possibile regalare l’abbonamento. Grazie!

Abbonati ora

Seguici