Boris Johnson, Brexit, il Regno Unito globale. L’ombra di Disraeli
- 10 Novembre 2020

Boris Johnson, Brexit, il Regno Unito globale. L’ombra di Disraeli

Scritto da Carlo Mongini

6 minuti di lettura

Boris Johnson viene spesso rappresentato come un esempio di quel populismo nazionalista che ha molti adepti sulle sponde di ogni oceano. Sarebbe un eroe dell’antiglobalismo che sta portando alla deriva l’ordine mondiale liberale. Alcune sue mosse, soprattutto nei rapporti con l’Ue, confermano questa interpretazione: si veda, per esempio, la proposta sull’Internal Market Bill, che fa breccia in un accordo internazionale con Bruxelles. Questo ha rafforzato l’immagine di un Johnson conservatore anarchico e anti-establishment che vuole scardinare le porte di Westminster per dare voce al popolo britannico. La scelta dei suoi collaboratori, Dominic Cummings in primis, ha suscitato attacchi da correnti interne al partito di ogni orientamento, dai libertari ai progressisti. Ma dietro questa facciata, il progetto politico del premier non ha nulla di rivoluzionario, perlomeno in ambito Tory. Il suo programma, ribadito dopo la vittoria elettorale lo scorso dicembre e, più recentemente, nel discorso alla conferenza dei conservatori, è colorato con toni populisti e nazionalisti, ma non può essere ridotto a nessuno di questi due. Anzi, ha le radici in un pensiero politico che ha il proprio padre in Benjamin Disraeli: il One-Nation Conservatism.

Disraeli fu leader del partito conservatore britannico e Primo ministro nel 1868 e tra il 1874 e il 1880. Secondo chi gli attribuisce la paternità del conservatorismo uninazionale, avrebbe delineato il suo progetto politico nel romanzo Sybil, in cui descrisse “due nazioni” che convivevano in Gran Bretagna, completamente distaccate una dall’altra: le élite cittadine e i proprietari terrieri da un lato e la classe operaia dall’altro. Nel XIX secolo, i due maggiori partiti del regno erano i Conservatori e i Liberali. I primi, per tradizione, rappresentavano gli interessi della classe agiata, mentre i secondi proponevano un’agenda riformista. Per Disraeli, al contrario, era necessario che i Tories diventassero un partito uninazionale, che rappresentasse l’intera popolazione e che riconciliasse le “due nazioni”. Perché questo accadesse, avrebbero dovuto accettare il cambiamento, senza fossilizzarsi su posizioni anacronistiche. Ma avrebbero dovuto accettarlo promuovendolo all’interno delle istituzioni esistenti: niente rivoluzioni o ribaltamento delle tradizioni nazionali. Al contrario, i ricchi avrebbero dovuto sostenere i poveri, lavorando per garantire i loro diritti e, anzi, allargandoli: fu così che Disraeli promosse l’approvazione dell’estensione del suffragio elettorale. Questo conservatorismo paternalista, che proponeva riforme inconsuete per il partito, portò i Conservatori alla vittoria elettorale nel 1874, dopo 20 anni ininterrotti senza una maggioranza.

All’inizio del secolo successivo, i Tories si convertirono al laissez faire e al liberismo. Quest’ultimo teorizzava un approccio all’economia opposto a quello disraeliano: per i one-nation, infatti, lo Stato deve intervenire nell’economia per garantire il benessere di tutte le classi sociali e alleviare le sofferenze dei più poveri. Dopo la Seconda guerra mondiale, per l’economia mondiale iniziò il periodo keynesiano, che al contrario era compatibile con questo pensiero. Nel 1950 fu pubblicato il pamphlet One Nation, manifesto del rinnovato approccio conservatore, che riprendeva posizioni disraeliane calate nel contesto politico del dopoguerra. All’interno del partito, tuttavia, a questa corrente si opponeva una più neoliberista, che avrebbe preso il sopravvento negli anni Settanta. La coesistenza delle due filosofie nei Tories venne interrotta dal dominio di Margaret Thatcher, che determinò l’ininfluenza degli uninazionalisti.

L’ala one-nation del partito rimase viva nonostante la temporanea irrilevanza. Ne è stato membro anche David Cameron, eletto Primo ministro nel 2010 e primo premier post-thatcheriano a dichiararsi di questo orientamento, rompendo così almeno in teoria con il neoliberismo puro. Cameron definiva il one-nation come un conservatorismo “compassionevole”, cogliendo così solo parte del progetto disraeliano. Infatti, se in ambito sociale risultò progressista – con la legge sui matrimoni tra coppie omosessuali, per esempio –, le sue politiche economiche rimasero all’insegna dell’austerità.

Le differenze tra il One-Nation Conservatism di Cameron, quello degli anni Cinquanta e quello di Disraeli hanno indebolito il pensiero politico fondante di questo orientamento. Il conservatorismo uninazionale è stato catalogato come un mero strumento elettorale per scongiurare l’identificazione dei Tories con un nasty party, rappresentante dell’élite e dei tagli alla spesa pubblica. Anche per Disraeli fu così: in un periodo di profonda crisi per i conservatori, sostenne il Great Reform Bill per l’estensione del suffragio alle stesse persone da cui poi ricevette i voti necessari per vincere alle elezioni successive. I critici rilevano che anche il One-Nation delle origini non propose mai l’uguaglianza tra ceti sociali: anzi, le differenze sarebbero rimaste e si sarebbero forse accentuate, con i ricchi che sostenevano i poveri. Essendo questi ultimi una potenziale fonte di disordine sociale, era necessario placare ogni tensione e garantire alla classe operaia un certo benessere e alcuni diritti, senza cancellare la rigidità delle divisioni.

Tornando a Boris Johnson, già da sindaco di Londra si è dichiarato un One-nation Tory. Dopo il trionfo alle urne dello scorso dicembre, ha affermato che i Tories sarebbero diventati un «one-nation Conservative party literally for everyone», un partito conservatore uninazionale “letteralmente per tutti”. Ma in molti sostengono che queste dichiarazioni sono puramente di facciata, atte a mistificare la natura populista e nazionalista di Johnson. La sua posizione su Brexit, riassunta nel motto «get Brexit done», ribadisce il posizionamento nell’alveo del populismo di destra che si è fatto strada in altri Paesi europei. Tuttavia, è necessario riconsiderare questi giudizi e mostrare come queste conclusioni siano riduttive rispetto al vero programma politico del Primo ministro.

One-Nation è un conservatorismo paternalista, abbiamo detto. Le élite devono attenuare le differenze con le classi meno agiate e il governo deve favorire il benessere dei meno abbienti. Johnson ha sostenuto apertamente questa tesi da sindaco della capitale, quando affermò che «i ricchi hanno dei doveri nei confronti dei poveri e dei bisognosi». Ma lo ha confermato anche nell’ultimo discorso alla conferenza dei Conservatori, in cui ha presentato il Regno Unito post-pandemia, vaccinato contro il Covid-19 e libero dai legami europei. Il Paese sarà «unito nel suo assetto istituzionale», popolato da «abitanti più sani, più felici e anche un po’ più magri grazie a una dieta migliore», che avranno il controllo dei propri confini e vivranno in una Gran Bretagna leader mondiale dell’energia pulita. Nel programma sono proposti anche investimenti nel sistema sanitario nazionale e nell’istruzione. In ambito economico, quindi, Johnson non è un liberista à la Thatcher. Certamente, però, i suoi progetti sono adattati all’esistente sistema economico britannico. Se l’interventismo spinto dell’era Covid-19 è un’eccezione, lo Stato non rimarrà assente nella costruzione del Paese del futuro. Sarà attivo anche in ambito sociale con politiche volte a promuovere uno stile di vita sano e sostenibile da tutti i cittadini. Queste idee gli hanno portato critiche dall’ala più libertaria dei Tories.

Una componente fondamentale del populismo è l’affermazione della sovranità del popolo e delle minacce a questa da parte delle élite, economiche o politiche che siano. Il One-Nation Conservatism, invece, con il suo approccio paternalista, non può essere assimilato all’attuale populismo europeo. Se da una parte è favorevole a un aumento della spesa pubblica per sostenere le fasce della popolazione meno abbienti, dall’altra rimane un pensiero politico elitario in quanto sottolinea la distanza tra ricchi e poveri e non intende colmare questo scarto. La retorica populista, quindi, è stata usata da Johnson in chiave politica per conquistare un elettorato che tradizionalmente non vota Conservative. E qui rientra l’argomento Brexit. «get Brexit done» non è un inno contro l’Europa quanto piuttosto il desiderio di andare oltre. Il fatto che il popolo britannico si sia espresso per uscire dall’Ue è incontrovertibile. Perché il Paese proceda, quindi, bisogna chiudere la pratica e “farla finita” con Brexit. Solo così il programma di Johnson potrà essere attuato. Il populismo, o meglio, la retorica populista, è per il Primo ministro un mezzo più che un ideale con cui identificarsi.

A Brexit è legata anche l’accusa di nazionalismo, soprattutto in relazione al messaggio di «taking back control» sui confini, sull’immigrazione, sull’economia. In cima all’agenda di Johnson c’è il piano per far tornare la Bretagna a essere Grande. Portare a compimento Brexit è parte del disegno. Anzi, è un ritorno radicale a Disraeli e al conservatorismo uninazionale delle origini. La politica estera di Disraeli era fondata sulla volontà di mantenere e aumentare, se possibile, il prestigio internazionale del Regno Unito. La global Britain auspicata da Johnson punta nella stessa direzione: la Gran Bretagna deve essere nuovamente una potenza mondiale attiva su tutti i fronti aperti della politica estera e capace di affermarsi con assertività sul palcoscenico globale. Fuori dall’Ue, Londra avrà le mani libere per perseguire questo obiettivo. Ma il conservatorismo uninazionale non è avverso né al multiculturalismo né al multilateralismo, come invece è il nazionalismo tout court. La diversità è stato uno dei criteri nella costituzione del gabinetto del premier. Inoltre, la global Britain vuole tornare a essere centrale nelle dinamiche globali ma non in maniera unilaterale: semplicemente, Londra deve riacquistare importanza sul palcoscenico mondiale.

Il partito conservatore nella storia ha avuto leader One-nation in periodi di forte divisione sociale, come dopo la Seconda guerra mondiale o nell’era vittoriana. La Gran Bretagna in attesa di Brexit è divisa. Tra centri urbani ricchi e globalizzati nel sud e aree industriali nel nord. Tra una Scozia indecisa sul proprio futuro e un’Inghilterra che non può più pensare di essere preminente rispetto agli altri Stati dell’Unione se non vuole generare ulteriori pulsioni indipendentiste. Il conservatorismo uninazionale propone una visione organica della società e della nazione in cui ogni membro deve fare la propria parte perché il meccanismo funzioni. Il governo Johnson, negli intenti del Primo ministro, deve coordinare e intervenire per garantire questa armonia.

Ma, ad oggi, nulla di questo programma è stato portato avanti. La pandemia di Covid-19 ha paralizzato il Paese e il premier. Entrambi arrancano. Non solo: il gruppo di consiglieri di Boris Johnson divide e non unisce, contrariamente ai propositi del Primo ministro. Per questo motivo, Johnson, che non può essere ridotto a un populista di destra, risulta in balia degli istinti nazionalisti di alcuni membri del governo. La sua scarsa capacità di prendere il controllo – cosa che invece, ironicamente, auspica per il Regno Unito post-Brexit – lo condanna a confermare le accuse di mancanza di una visione. Benjamin Disraeli, invece, suo maestro spirituale, della visione era il re. Donava alla politica il “brio” e la creatività dei molti romanzi che ha firmato durante la sua vita. Boris Johnson, erede di questa tradizione e anche lui scrittore, è oggi senza lungimiranza. Vorrebbe avere la stessa importanza per il Paese che ha avuto Disraeli, ma per il momento sembra destinato a cadere presto sotto gli attacchi dell’opposizione e della crisi. Di Disraeli condivide il pragmatismo, l’ossessione per il prestigio internazionale della Gran Bretagna e la sensibilità per il cambiamento. Ma i suoi ideali one-nation si scontrano con la sua scarsa abilità al comando. Se avrà la forza di prendere il timone e portare avanti la sua agenda, riuscirà forse a diventare un grande Primo ministro uninazionale nella storia britannica. Altrimenti, di Disraeli non rimarrà che un’ombra.

Scritto da
Carlo Mongini

Laureato in Filosofia all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito un master alla Erasmus University di Rotterdam in Filosofia, Politica ed Economia e un master in Public Policy and Administration alla London School of Economics. Collabora con testate online su politica europea e italiana e con una società internazionale di geopolitica come advisor sulla politica italiana. Al momento è assistente di ricerca presso un istituto di studi di relazioni internazionali italiano. I suoi interessi principali sono Brexit, l’Europa occidentale e l’economia europea. Le opinioni espresse in questo e altri articoli sono personali.

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