“Bowie” di Simon Critchley

Bowie

Recensione a: Simon Critchley, Bowie, Il Mulino, Bologna, 2016, 232 pp., 16 euro (Scheda libro).


L’innata capacità di relazionarsi con il proprio pubblico ha reso David Bowie una delle rockstar più influenti al mondo. Affascinava i propri fan attraverso continui mutamenti nel proprio stile artistico, creando costantemente nuovi personaggi criptici. Questi si esprimevano con la forza dell’immagine contro la banalità della vita quotidiana, mentre i testi delle canzoni affinavano i concetti grazie ad una poetica volta ad analizzare la vita, la morale, il mondo. L’immagine rappresentava il messaggio diretto che stava di fronte alla composizione di testi struggenti, melanconici, enigmatici. Simon Critchley, grande fan dell’artista britannico e professore di Filosofia alla New School for Social Research di New York, in questo libro spiega il rapporto tra i personaggi e la profonda filosofia di David Bowie.

L’autore confessa di aver iniziato a vivere quando nel 1972, all’età di quattordici anni, vide l’artista britannico esibirsi in “Starman”, durante il celebre programma televisivo “Top of the Pops”. La visione sensuale e trasgressiva di Ziggy Stardust, il personaggio interpretato da David Bowie, ha rappresentato per l’autore la scoperta del sesso, del piacere e della vita. L’immagine di Ziggy Stardust era potente perché si contrapponeva alla regolare vita di un quattordicenne cresciuto da una madre parrucchiera, come il sottoscritto, in un quartiere popolare di Londra. Critchley scrive il libro per comprendere il significato di quel piacere intenso che aveva catturato quell’ordinario ragazzo londinese e lo ha accompagnato per tutta la vita. L’autore esplora l’impatto della filosofia di Bowie sulla sua vita e quella degli altri fan attraverso un intersecarsi di piccoli saggi, riflessioni di poche pagine spesso slegate tra loro e precedute dagli schizzi del vignettista Eric Hanson.

L’autore focalizza sin da subito la sua attenzione sulla forza dell’arte di David Bowie e gli effetti sui fan. Solo col passare delle pagine l’autore si addentra su temi più specifici e li riallaccia alla sua vita personale, nella consapevolezza che la musica del Duca Bianco è stata la colonna sonora della propria vita e quella di tanti altri, compreso il sottoscritto. L’ordinarietà della vita di un ragazzo nella periferia Londinese all’inizio degli anni ’70 o nella Toscana profonda all’inizio degli anni 2000, è infatti ricca di convenzioni che mal si conciliano con la vocazione ribelle dell’adolescenza.

La musica, l’arte che ha probabilmente maggior impatto sugli adolescenti, è spesso la risposta a chi non riesce o non vuole seguire date convenzioni. David Bowie è stato tra i primi, se non il primo, che ha compreso e interpretato quel disagio adolescenziale insegnandoci come si potesse star bene anche senza rispettare cliché che non ci interessavano minimamente. La rockstar britannica distruggeva l’immagine machista del giovane muscoloso e sciupafemmine, lanciando l’altro, l’alieno androgino Ziggy Stardust, né uomo né donna, ma un essere speciale, diverso, fuori dai canoni e dalla morale religiosa. L’apparizione di Ziggy era rafforzata da testi che ci parlavano direttamente. Ascoltando le sue canzoni, si acquistava la consapevolezza di non essere soli e di essere speciali, mentre erano gli altri ad essere sbagliati, coloro che conducevano vite ordinarie, assuefatti alla morale e alle convenzioni, e che più tardi lo stesso artista ha definito come “heaten”, ovvero pagani.

La morale cattolica decade perché in Bowie crede che la gerarchia renda l’apparato religioso corruttibile e quindi impuro. La sua critica alla chiesa cattolica inizia con principi luterani per sfociare nel buddismo e nell’annichilimento della gerarchia. La conversione alla fede buddista è l’esempio di come la morale tradizionale non possa essere soppiantata dal nichilismo. L’autore ci ricorda che il Duca Bianco, sebbene ossessionato dal nulla, dalla fantascienza e dal futuro distopico, non è stato affatto un nichilista. Se i suoni di David Bowie possono apparire come cupi e negativi, rispecchiano, al contrario l’esaltazione della vita umana, del desiderio di essere amati e di credere in una fede non imposta dall’alto.

Critchley interpreta i continui richiami al nulla e alla distopia come un bisogno di spezzare le tradizioni e le convenzioni sociali che rendono la nostra vita artefatta. La distopia di Bowie è poesia perché rimodella la nostra vita in maniera più autentica, ribalta quella falsa realtà pur sfociando verso un mondo caotico, sofferente, ma vero e soprattutto libero. La caduta dell’umanità descritta nell’album “Diamond Dogs” non è il simbolo del fallimento del mondo moderno reo di aver soppiantato l’ancien regime, ma il passaggio verso un mondo più libero, anche se in rovina. Anche il superuomo non serve, dobbiamo ritornare umani anziché soppiantare le convenzioni con una mera esaltazione delle capacità e delle esigenze del singolo. Di conseguenza, il superuomo Ziggy Stardust, l’alieno che accompagnava il nostro disagio adolescenziale, muore circa un anno dopo la sua comparsa, così come tutti gli altri personaggi creati dalla star londinese.

I personaggi creati e poi fatti morire con estrema facilità fanno parte dell’arte di David Bowie, un’arte che si distacca dalla realtà e abbraccia la finzione. Bowie è un bugiardo, autore di un’arte falsa, perché non riesce a esprimere la realtà. Nei versi di “Changes” la rockstar afferma che si volta per scorgere la sua faccia ma questa è fuggita, perché si è già trasformata in qualcos’altro. L’unica cosa reale diventa il nulla, ed è proprio questa l’unica cosa che l’arte può esprimere, come aveva già intuito l’artista newyorchese Andy Warhol, il quale compare come un semplice schermo cinematografico nei versi del Duca Bianco. Molti anni dopo la scrittura di questi versi, lo stesso artista ha interpretato questo sentimento in termini post-filosofici. In particolare, ha descritto come l’uomo abbia sempre meno materiale su cui fare affidamento, dal momento che la conoscenza stessa della vita è venuta a mancare in cambio della semplice interpretazione di fatti che ci piovono addosso in continuazione.

La post-filosofia di Bowie esprime la consapevolezza di una realtà illusoria, che non riesce ad esprimere altro che la sua falsità. Il mondo è illusione pura e noi non possiamo fare altro che ribellarci cercando la nostra falsa realtà, lontana dai canoni e dalle convenzioni tradizionali, dalla morale e dalla rigidità gerarchica delle religioni e dello stato. Quella del Duca Bianco è un’arte falsa e anarchica, alla ricerca continua della libertà limitata da convenzioni sociali che devono essere scardinate dalla trasgressione, dall’esaltazione della diversità e dal piacere di vivere. Questo messaggio valeva soprattutto negli anni ’70, ma oggi potrebbe essere ripreso. Viviamo infatti in un mondo che ci appare più cupo rispetto a quello di alcuni anni fa, come se gli eccessi del consumismo possano essere superati solo attraverso la restaurazione delle antiche tradizioni dei padri. Per ricordarci quanto questo scenario non sia certo accattivante, dovremmo ritornare ad ascoltare David Bowie e soprattutto a contemplare quella sua immagine che ci ha insegnato quant’è bello sentirci vivi e liberi da qualsiasi tipo di convenzione.


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Ha studiato Scienze Economiche all’Università di Pisa e all’Università di Graz e ha conseguito il dottorato in Economia Politica all'Università di Siena.

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