Brevi cenni sul neoliberismo

Questo articolo si inserisce in un dibattito promosso da Pandora sulle categorie di liberalismo, liberismo e neoliberismo. Leggi gli altri contributi sul tema usciti finora:

1) Le due facce della medaglia neoliberale

2) Il neoliberismo di destra e di sinistra. Note a una presentazione

3) La sinistra italiana e il liberalismo


Qualunque studente di Giurisprudenza, nel primo anno della sua carriera universitaria, deve affrontare l’esame di Filosofia del diritto. In questo insegnamento, una delle prime nozioni che gli vengono impartite è quella dei diversi significati della parola (del significante) “diritto”, che può riferirsi tanto ad un diritto soggettivo quanto ad un uno oggettivo. Del resto, essendo le parole delle semplici convenzioni, non legate ad un’essenza ontologica (ad un qualcosa di extra-empirico), è inevitabile che esse possano coprire più concetti, compiendo dei “salti” più o meno arditi.

Quanto appena detto è perfettamente applicabile per il termine “neoliberismo”. La parola è infatti passata ad indicare concetti tra loro legati, eppure distinti; e l’effetto distorsivo di questa pluralità di significati è ampliato dal fatto che il termine è usato – e forse abusato – da persone che, ideologicamente, si pongono contro al neoliberismo, in un fenomeno identico a quello del termine “populismo”.

La volontà della rivista Pandora di fare chiarezza sul termine è quindi più che mai utile. Volendo contribuire a fare chiarezza sulla questione, ho deciso di attenermi unicamente ad un’analisi fattuale, cercando semplicemente di rilevare quali siano i significati attribuiti alla parola nel dibattito politico, soprattutto in quello di sinistra. L’obiettivo è quello di illuminare quanto più possibili i vari lati di questo oggetto, lasciando poi ad ognuno di noi la scelta se continuare a chiamare tutte queste facce con lo stesso nome oppure se distinguerle con termini differenziati.

Il risultato di questa “ricerca” – a dire il vero assolutamente parziale e non scientifica e quindi utile solo come punto di partenza – mi ha portato a riconoscere tre accezioni del termine: le ho definite neoliberismo accademico, neoliberismo di massa e neoliberismo padronale. Parlavo poco fa dei “salti” che, talvolta con straordinaria arditezza, portano la stessa parola ad assumere significati così diversi da essere, in molti punti, contraddittori: ebbene, come si vedrà, la parola in questione è veramente onnicomprensiva.

Un’ultima premessa generale: ho fatto riferimento, in questo scritto, principalmente al contesto che più conosco e capisco, cioè quello italiano. Solo in certi casi, ho allargato lo sguardo, ora ad alcune entità sovranazionali, ora ad altri Paesi europei o meno. In linea di massima, credo di poter dire che un’estensione analogica dei contenuti dell’articolo (che già in sé, come ho detto, dovrebbero essere considerati una semplice bozza) dovrebbe avvenire soltanto dopo un’approfondita analisi delle situazioni esistenti in altri Paesi.

1) Il primo significato del termine lo si ritrova nell’articolo di Tommaso Alberini Il neoliberismo di destra e di sinistra. Note ad una presentazione ed è forse la nozione più pacifica, e cioè il neoliberismo come dottrina economica1. Questa interpretazione ristretta consente in effetti di ricondurre la parola ad un ben preciso contesto: un contesto storico e geopolitico chiaro, al punto da consentire di nominare i padri della teoria economica in questione, come von Hayek e Friedman.

Le basi dottrinali della teoria, più o meno note, sono state più volte affrontate qui su Pandora, che ha spesso parlato della (presunta) scientificità dell’economia, di moltiplicatori economici ecc.

Si tratta di un neoliberismo, questo, di natura per così dire universitaria. Universitario fu infatti il suo milieu d’origine ed universitaria è la sua diffusione. Il che non vuol dire sminuire la portata di questa dottrina, considerando che questa sembra essere stata capace di assurgere al ruolo di ortodossia, con il risultato che intere schiere di economisti si sono formate sui testi sacri della dottrina, si sono fatte le ossa sui grafici da questi tratti e cercano quotidianamente o di diffonderla o di applicarla. I principali responsabili economici europei – non tanto i ministri o i commissari, quanto i funzionari delle strutture nazionali e comunitarie – sono proprio tratti da queste falangi di universitari, e questo basta a non considerare affatto secondaria questa astratta teoria accademica. Quello che più rileva, però, e che più dà alla teoria una capacità espansiva notevole è la sua capacità di combinarsi con un “neoliberismo dal basso”.

2) Esiste in effetti, in Italia come in altri Stati europei – l’eco che mi giunge del dibattito francese mi fa ritenere ad esempio che anche i transalpini condividano con noi questo aspetto – un diffusissimo sentimento genericamente anti-statalista. Innegabilmente, questo sentimento è più forte in certi gruppi sociali che in altri, tanto da apparire come la loro cifra politica essenziale: si pensi ai piccoli imprenditori dell’Italia centro-settentrionale. Tuttavia, questa vera e propria ideologia di massa è stata capace di espandersi anche in altri settori della vita economica, in altri ceti sociali, finendo così per influenzare2 anche alcune organizzazioni politiche che pure non rappresentano in maniera preponderante i piccoli imprenditori: il caso del PD dovrebbe essere analizzato anche sotto questo punto di vista.

Si tratta di un’ideologia abbastanza grossolana, che sicuramente non ha la raffinatezza di quella universitaria. Frasi semplici come “meno tasse per tutti” o “il privato è sempre più efficiente del pubblico” sono sufficienti per inquadrare questo secondo tipo di neoliberismo. Ne deriva anche che questo neoliberismo di massa non si presenta sempre in maniera coerente, non avendo in certi casi remore a sostenere provvedimenti statalistici che ripugnerebbero ai neo-liberisti accademici: si spiegano così certi ritorni di fiamma per il protezionismo doganale, o la mai sopita tendenza ad accordarsi con gli interessi ora corporativi, ora familisti della società italiana. Tendenze, queste, facilmente osservabili nei due principali partiti della destra italiana (Forza Italia e Lega Nord) e giustamente notate da Marco Rotoli nel suo articolo sulla sinistra italiana e il liberalismo, forse riferibili allo stato materiale della classe sociale che di questa ideologia è l’incubatrice: detto in parole semplici, se all’inizio degli anni Novanta i piccoli imprenditori italiani sembravano avere il vento in poppa, un vento dovuto alle possibilità dischiuse dalla globalizzazione, e potevano quindi permettersi una fiducia senza confini nel liberismo, oggi che l’Italia e i suoi piccoli imprenditori appaiono piuttosto come perdenti della mondializzazione, essi apportano alla teoria originale le modifiche ritenute essenziali (modifiche potenzialmente stabili, ma altrettanto potenzialmente transitorie). Primum vivere, deinde philosophari: e tutto ciò porta a rivalutare, e persino a cercare attivamente, l’aiuto dello Stato, a condizione che questo sia utile. Quando invece questo si traduca in più vincoli (da quelli più stupidi, i famosi “tempi lunghi della burocrazia”, a quelli più sacrosanti, come le norme sulla sicurezza del lavoro) ecco scattare l’odio per lo Stato “che soffoca la libera impresa”. Non parliamo poi di un aumento delle tasse! Sempre per tornare al già citato Gramsci, si direbbe quasi che i custodi del “neoliberismo di massa” non riescano a superare la fase economico-corporativa per arrivare ad una fase ideologica superiore. Non di meno, il termine “neoliberismo” viene spesso citato, tra le persone di sinistra, anche con riferimento a questi diffusi sentimenti.

Si direbbe quasi che questo neoliberismo sia la versione speculare del primo: se questo è temibile per complessità teorica ma lo è assai meno per diffusione, quello è invece un sentimento molto presente nella nostra società. La sua pericolosità, come dicevo sopra, sta quindi nell’essere una base di consenso potenziale per le politiche che si basino sul primo, a condizione che queste sappiano intercettare esigenze diffuse nella “base”: così, l’applicazione del neoliberismo può essere dai gruppi sociali cui si faceva riferimento e dalla massa in generale ora rifiutata, come fu durante il governo Monti e parzialmente oggi sotto il governo Renzi; ora accolta positivamente, se associata, ad esempio, a tagli delle tasse veri o presunti.

3) Esiste, infine, un terzo modo di intendere il termine nel linguaggio politico della sinistra: cioè neoliberismo come sinonimo di “rivincita padronale”. È un fenomeno, questo, in atto sostanzialmente dai primi anni Ottanta, e che vede rimesse in discussione le conquiste sociali effettuate dai partiti socialdemocratici (e, nel caso italiano, anche comunisti) da parte del fronte tradizionalmente avverso: quello della grande borghesia. L’identificazione è così forte che si può persino fare un nome: quello di Sergio Marchionne, spesso associato al governo attuale nell’accusa di essere gli attori principali del neoliberismo all’italiana.

Sotto la comoda etichetta di “neoliberismo – rivincita padronale” si possono ricomprendere così sia l’aspetto produttivo della questione (penso in particolare alla maggiore flessibilità del mercato del lavoro e processi di globalizzazione produttiva), sia quelli più immateriali come la finanziarizzazione dell’economia.

Anche in questo caso, questo genere di neoliberismo si associa ad una classe sociale e si piega alle esigenze di questa, talvolta mettendo da parte la purezza della teoria: non si dice niente di nuovo sottolineando la natura scarsamente concorrenziale della grande borghesia italiana, più portata, per realizzare il suo business, a sfruttare rendite di posizione e legami con la sfera pubblica che a compiere audaci ed innovativi investimenti nel libero mercato. Insomma, tutto ciò che va sotto il nome di “capitalismo di relazione”. Ancora una volta, dunque, il termine “neoliberismo” allude a interessi e pratiche che, paradossalmente, non disdegnano un intervento statale, e anzi lo richiedono attivamente, pena il deperimento e la successiva morte (processo che, infatti, sembra aver colpito il grande capitale italiano).


1 Si potrebbe giustamente notare che Hayek non si limitò a scrivere di economia, assurgendo piuttosto al rango, ben più generale, di filosofo. Tuttavia, è innegabile che solo la parte economica del suo pensiero sia assurta agli allori e, quel che più conta, all’applicazione.

2 Per i motivi che dirò sotto, e cioè per l’incapacità della piccola borghesia di superare la sua fase economico-corporativa, evito di utilizzare il verbo “egemonizzare”.


Vuoi leggere l’anteprima del numero due di Pandora? Scarica il PDF

Vuoi aderire e abbonarti a Pandora? Le informazioni qui

Nato nel 1993 a Parma, studia Giurisprudenza all'università di Bologna. Appassionato di storia e di politica.

Comments are closed.