“Burma Blue” di Massimo Morello
- 11 Agosto 2021

“Burma Blue” di Massimo Morello

Recensione a: Massimo Morello, Burma Blue, Postfazione di Emanuele Giordana, Rosenberg & Sellier, Torino 2021, pp. 224, 15,50 euro (scheda libro)

Scritto da Giulia Dugar

4 minuti di lettura

1 febbraio 2021: Aung San Suu Kyi, la Signora o Daw, torna agli arresti domiciliari in seguito ad un colpo di stato militare la cui giunta ancora una volta si impone alla guida del Myanmar. Ma questo arresto è solo la “punta dell’iceberg”, simbolo di un temuto cambio di rotta in terra birmana. Il ritorno di un governo militare, le incalzanti guerriglie a sfondo etnico e religioso, le sofferenze dei rohingya, ma anche quelle di minoranze non “graziate” dell’attenzione dei media internazionali, e infine la pandemia. Di questi cupi colori si tinge l’attuale panorama del Paese, che fino a non molti mesi prima stava godendo di una crescita democratica mai vista fin dagli anni Sessanta.

Si chiude purtroppo con questo recente sviluppo negativo Burma Blue, il viaggio su carta di Massimo Morello edito da Rosenberg & Sellier con una postfazione di Emanuele Giordana. Una collezione di storie birmane che l’autore stesso ha raccolto in vent’anni di viaggi in Myanmar, di cui è profondo conoscitore nonché giornalista del più ampio Sudest asiatico per Il Foglio e in precedenza per il Sole 24 Ore e per numerosi altri giornali italiani. La narrazione, che a volte si svolge sincrona, a volte per tema, intreccia analisi geopolitiche, storiche e culturali a esperienze del quotidiano e vissuti personali, a tratti tinteggiati da punte di ironia. Ed è forse questo uno dei tanti elementi preziosi di Burma Blue, ovvero accompagnare il lettore, anche il più digiuno dei fatti del Sudest asiatico, attraverso la storia ed il “mistero” birmani tramite gli occhi di chi, degli eventi, è stato diretto testimone.

Il viaggio di Morello inizia nel 2002 in un Myanmar dove la dittatura militare ormai prosegue da quarant’anni. Figura ricorrente, se non protagonista, è Aung San Suu Syi, in primo luogo politica, ma poi attivista nei lunghi anni di arresti domiciliari. Fino alla fine degli anni Novanta è alla guida del National League for Democracy (NLD), partito di opposizione al governo militare, da cui successivamente viene espulsa – sotto richiesta della giunta militare – per esservi poi reinserita dopo le elezioni del 2015. È in questo frangente che «la Signora si trova nella situazione di dover trasformare ‘un Paese in una nazione’» (p. 140), sottolineando come, nonostante lo schiacciante consenso a supporto del NLD, siano ancora molti i passi da compiere per portare alla riconciliazione del Paese, nonché all’appianamento di questioni da anni irrisolte.

Tra le più pressanti vi è l’irrequieto panorama geopolitico delle etnie birmane. Nonostante i bamar rappresentino il gruppo etnico maggioritario, in Myanmar sono riconosciute più di 135 differenti minoranze etniche, tra cui karen, kachin, wa, chin, mon, shan. Molti di questi gruppi nel corso degli anni si sono organizzati e armati, puntando alla difesa del loro territorio e della loro autonomia. Neanche la vittoria del NLD nel 2015 e la promessa della Signora di impegnarsi per la costruzione di un modello federale etnico hanno contribuito a placarne le guerriglie. Anzi, queste si sono acuite a partire dal 2016, con il ritorno in auge di figure fondamentaliste come Ashin Wirathu, il cui volto ruba ad Aung San Suu Syi la scena della copertina del Time accompagnato dalla didascalia «The face of Buddhist terror».

Aldilà della rivendicazione d’autonomia, un’altra guerra interna sta logorando il panorama etnico birmano, ovvero quella portata avanti sotto lo stendardo del pretesto religioso. Gli stessi monaci buddisti che diedero il nome – dal colore delle loro tuniche – alla Rivoluzione Zafferano del 2007, organizzata in opposizione alla dittatura militare, sono oggi i fautori della lotta contro la componente musulmana del Paese, i rohingya. Questi ultimi sono tra le minoranze birmane che hanno ricevuto più copertura mediatica e le cui afflizioni – che comprendono le sofferenze vissute nel Paese ma anche in nazioni limitrofe, come testimoniano i campi di profughi ed esiliati in Thailandia e Bangladesh – sono ben conosciute anche dall’opinione pubblica internazionale. I rohingya tuttavia sono etichettati da popolazione e attori locali come immigrati clandestini, in quanto originari dal Bangladesh – lascito di migrazioni forzate al tempo del colonialismo britannico – e dunque non riconosciuti come etnia birmana. Sarebbe questo uno dei motivi – e non la matrice musulmana – per cui Aung San Suu Kyi si è astenuta dall’esercitare la sua influenza per la difesa dei rohingya, scelta che le è costata il severo giudizio della comunità internazionale. Tuttavia, come Morello ricorda, «[…] non possiamo valutare situazioni diverse secondo la stessa logica, filosofia, cultura, secondo parametri derivati da una storia diversa» (p. 77). Difatti, dietro la discussa decisione della Signora si scopre una situazione molto precaria, non considerata dal giudizio occidentale: un’esplicita presa di posizione da parte di Aung San Suu Kyi nella difesa dei rohingya avrebbe potuto rompere i precari equilibri di questa «guerra tra miserabili» (p. 99) a sfondo etnico.

Accanto al travagliato quadro etnico, il governo birmano uscito vittorioso dalle elezioni del 2015 si ritrova anche a fare i conti con la difficile questione economica, penalizzata dalla cleptocratica dittatura militare e dalle sanzioni imposte dall’Occidente. Queste ultime, in particolare, hanno fatto pendere l’ago della bilancia del precedente governo militare in favore di investimenti – da accordi su infrastrutture alla vendita di armi da impiegare nelle guerriglie etniche – della Cina, la quale vede nell’ex-Birmania uno strategico tassello nella scenario geopolitico indopacifico. Ed è proprio nel tentativo di sfuggire al rischio di divenire un burattino nelle mani di Pechino che la Signora ha premuto per richiamare a sé il «contrappeso Occidentale» (p. 92).

Nonostante alcuni elementi non cambino – come gli incessanti conflitti etnici, l’onnipresente ombra del governo militare, il costante contendersi il Paese da parte di potenze di Oriente ed Occidente – neanche il Myanmar riesce a sfuggire al richiamo della globalizzazione. «Devi andarci ora in Birmania. Prima che cambi» (p. 125) si consiglia al viaggiatore, un po’ come per chi voleva respirare la vera Cuba comunista, prima che perdesse il suo genuino feeling blue. Eppure questo cambiamento, seppur accompagnato dai segni di un consumismo all’Occidentale fin troppo noto, è anche affiancato dall’allontanamento di un periodo in cui la vita per i birmani era più dura, più cupa. «La percezione più profonda promana dalla diminuzione di paura nelle persone che incroci» (p. 95). Nel 2012, lo stesso autore viene depennato dalla blacklist birmana – in cui è rimasto per due anni e mezzo – potendo finalmente riprendere a viaggiare nel Paese.

E quand’ecco che quando la fatica di Morello doveva sembrare potersi chiudere in un epilogo di speranza, ovvero in un Myanmar volto a consolidare il suo volto democratico sotto la guida della nota Signora, il 2021 cambia le carte in tavola. Il golpe militare ed il ritorno agli arresti del volto della democrazia birmana fanno piombare in un disilluso sconforto, non potendo far altro che essere testimoni del ripetersi della storia. Il disastro generato dalla pandemia e dalla sua malagestione, nonché la difficoltà di ottenere notizie attendibili in un regime dittatoriale, rendono difficile capire cosa stia effettivamente accadendo nel Paese. Ma la speranza rimane riposta in Aung San Suu Kyi e in ciò che rappresenta, augurandosi che la sua immagine non si limiti a rimanere una stampa su magliette, come per il Che.

Scritto da
Giulia Dugar

Nata in provincia di Venezia nel 1992, ha conseguito la laurea triennale e magistrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia in Lingua, Cultura, Economia e Giurisdizione dell’Asia e dell’Africa Mediterranea, con un curriculum in studi giapponesi. Durante gli studi magistrali ha portato a termine un anno di scambio universitario presso l’Università di Kobe, in Giappone. Ha poi proseguito gli studi con un Master su Immigrazione. Fenomeni Migratori e Trasformazioni Sociali sempre presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È attualmente dottoranda in Scienze Politiche e Sociali presso l’Università di Bologna tramite cui ha intrapreso un periodo di Visiting Research all’Università di Tokyo, Giappone. Tra un percorso accademico e l’altro ha potuto intraprendere esperienze di lavoro presso la Fondazione Leone Moressa a Mestre, su studi migratori in Italia, e presso Kairos, agenzia di euro-progettazione a Londra, incentrandosi su progetti per l’integrazione della componente immigrata nella capitale inglese.

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