Camminare insieme: raccogliere la sfida dell’ideale
- 16 Marzo 2020

Camminare insieme: raccogliere la sfida dell’ideale

Scritto da Eleonora Desiata

9 minuti di lettura

Questo contributo fa parte di un dibattito su temi sollevati dall’articolo che apre il numero 6/2019 della Rivista «il Mulino», dal titolo Perché la democrazia è in crisi? Socialisti e liberali per i tempi nuovi, scritto congiuntamente da Giuseppe Provenzano ed Emanuele Felice. Tra i temi sollevati nella discussione la parabola storica del liberalismo e il possibile incontro con il pensiero socialista, le cause delle disuguaglianze, il ruolo e l’apporto delle culture politiche ai cambiamenti storici, le chiavi per comprendere il cambiamento tecnologico, le forme della globalizzazione e la crisi ambientale. Per approfondire è possibile consultare l’introduzione del dibattito con l’indice dei contributi pubblicati finora.


Il saggio di Emanuele Felice e Giuseppe Provenzano comparso nel numero 6/19 della Rivista «il Mulino» apre un dibattito tempestivo sul senso del progressismo oggi, e lo lega a doppio filo alla questione troppo spesso trascurata delle culture politiche. La tesi di fondo del contributo è che la risposta alla “democrazia in crisi” che stiamo vivendo si possa rintracciare nel tornare ad intrecciare, con consapevolezza, le fila di due grandi tradizioni politiche, quella socialista e quella liberale. Nel reciproco scambio, scrivono gli autori, queste due culture hanno dato vita ad esperienze socialdemocratiche in grado di coniugare la crescita economica all’espansione dei diritti civili e sociali: oggi, “l’uguaglianza nella libertà” potrebbe rivelarsi la chiave di volta del risveglio progressista. Una riflessione ambiziosa, meritevole di essere raccolta e approfondita.

Viviamo un tempo attraversato da pulsioni politiche confuse. Le molteplici declinazioni dell’esclusione dell’altro e del diverso, la subordinazione dei diritti umani ai requisiti di cittadinanza, le forzate individuazioni di comunità immaginate entro cui asserragliarsi, le schizofreniche riemersioni di un giustizialismo che spazia dal legalitario all’anarchico, gli sforzi parcellizzati di una sinistra che fatica a farsi egemone.

Oggi capiamo che la riduzione delle disuguaglianze e l’aumento della mobilità sociale, durante il “trionfo della democrazia liberale” e del capitalismo democratico evocato nelle pagine di Felice e Provenzano, ha coinciso con un periodo di eccezione nella storia umana, e non con la regola. La convinzione che si trattasse dell’esito irreversibile di un ineludibile processo sociale, politico ed economico è stata forse fra i maggiori complici dell’inversione di tendenza a cui abbiamo assistito nei decenni successivi. Di una fase che, come richiamano anche Felice e Provenzano, ha visto la rimozione dall’agenda politica delle misure di contrasto attivo alle disuguaglianze e l’identificazione del liberalismo occidentale con la globalizzazione neoliberista.

Non a caso si è al tempo stesso assistito al tramonto di quella cultura democratica che al liberalismo “era cresciuta accanto”. La ritirata della democrazia degli ultimi decenni ha mostrato plasticamente come il capitalismo non sia affatto democratico per vocazione. Le economie emergenti non hanno sentito l’esigenza di democratizzare i propri regimi politici quanto si immaginava, mentre molti sistemi consolidati hanno virato verso democrazie sempre meno inclusive. Resta perciò da chiedersi quale sia e possa essere realmente, al di là delle aspettative e delle semplificazioni, il rapporto fra rappresentanza democratica e progresso economico. E, alla luce di questa lettura, chi e che cosa debba rappresentare il socialismo oggi.

Da dove far ripartire, in altre parole, la sfida di un nuovo socialismo? Scriveva Carlo Rosselli quasi un secolo fa che il liberalismo è la forza ideale ispiratrice, e il socialismo la forza pratica realizzatrice, del medesimo principio di libertà. L’apertura del socialismo all’istanza liberale si profilava così per lui come una necessità storica e politica.
Oggi, riprendendo Axel Honneth, Felice e Provenzano propongono di suggellare questa nuova alleanza “superando il liberalismo dall’interno”. Di farne cioè la cornice di senso di una politica che metta al centro la giustizia sociale, il quadro valoriale di tutela della democrazia all’interno del quale poter costruire una società radicalmente diversa.

Per fare questo, il liberalismo deve affrancarsi senza ambiguità da quella subalternità alle degenerazioni neoliberiste che, nelle parole di Felice e Provenzano, ne ha in ultima istanza determinato il declino. Ripercorrendo la loro riflessione, se è vero che in nuce il pensiero liberale – persino in autori come Mill – si propone di combattere la staticità ingiusta delle rendite di posizione, la storia del capitalismo ha contraddetto radicalmente molti dei pilastri del liberalismo. Ha dimostrato che i luoghi non sono indifferenti, che anzi le disuguaglianze si giocano e si sovrappongono, amplificandosi, nella dimensione territoriale. Ha provato che il libero mercato non tende affatto all’infinito avanzamento degli individui. Ci restituisce la fotografia di un mondo di patrimoni concentrati, stati sociali ridimensionati e divari oggi sempre più larghi.

Va detto che la distinzione fra liberismo e liberalismo è un’accortezza concettuale quasi del tutto circoscritta al dibattito intellettuale italiano, che malgrado tutto è rimasta pressoché ferma al noto confronto fra Benedetto Croce e Luigi Einaudi. Al lato pratico la differenza politica fra liberali e liberisti è netta anche laddove non si hanno parole per esprimerla, come nel caso del mondo anglosassone. Definire univocamente l’apporto della cultura liberale oggi non è però un’impresa semplice. Con una definizione minima, potremmo dire che il pensiero liberale rivendica i valori e principi fondanti dello Stato di diritto che per qualche decennio abbiamo dato per scontati e che oggi, sempre più spesso, sembrano rimessi in discussione. Un snodo di partenza cruciale, purché sostanziato dalla centralità di un solido e avanzato impianto socialista.

Di straordinaria lungimiranza, in questo senso, la suggestione di Rosselli, per cui «il socialismo, colto nel suo aspetto essenziale, è l’attuazione progressiva della idea di libertà e di giustizia tra gli uomini», è la lotta per assicurare a tutti gli uomini la libertà dalla schiavitù del bisogno materiale e insieme la possibilità di far fiorire liberamente la propria personalità «contro le corruzioni di una civiltà troppo preda del demonio del successo e del denaro».

In questo senso la crisi globale del 2008, oltre a segnare l’esplosione delle contraddizioni del modello capitalista e neoliberista, ha posto alcuni interrogativi essenziali per una nuova riflessione socialista. Non mancava di ricordare Rosselli nel suo Socialismo liberale che i socialisti moderni restano figli di Marx, ma hanno il compito di emanciparsi da quella “pedagogia primaria” che è la teoria marxista, forse il più prezioso fra i filoni del sottosuolo intellettuale socialista, trattenendone la parte vitale e spingendo la riflessione oltre la sua premessa.

Da un lato, limitarsi a considerazioni di ordine materiale (il “demone utilitario”) rischia di annullare gli sforzi liberatori del socialismo. Da solo, il materialismo rischia di trasformarsi in un “capitalismo di senso contrario”, che aspira più ad ingrossare le fila di una borghesia in potenza che non a farsi corpo di una civiltà nuova e di nuovi valori. D’altro canto, l’accentuarsi dei bisogni sociali ed economici degli anni che hanno seguito lo scoppio della crisi, oltre a sollevare la necessità non più rimandabile di rimettere al centro il ruolo dello Stato, riapre alla necessità di un discorso politico che sappia tenere insieme componente materiale e componente ideale. È all’incrocio di queste due esigenze che diventa essenziale, come ha scritto Provenzano ne La sinistra e la scintilla[1], passare da un discorso sui soli mezzi, a un discorso sui fini: il nuovo socialismo deve sapere in che direzione sta andando.

Non è un caso che oggi la destra che vince, anche fra coloro che vivono una situazione di deprivazione, lo fa da un lato proprio riconoscendo questa deprivazione (a differenza, purtroppo, di molte forze progressiste) e offrendo, d’altra parte, una risposta a quell’orizzonte di idealità e identità di cui in un mondo disgregato e complesso si sente il bisogno. Lo fa con ricette spesso superficiali, esclusive, incondivisibili, ma un nuovo socialismo deve raccogliere a sua volta la sfida dell’ideale: non si può pensare che una sola azione esteriore (un cambiamento “ambientale”, direbbe Rosselli) sia sufficiente. Occorre insomma trasformare insieme “cose” e “coscienze”, stando attenti a individuare un equilibrio nuovo fra la dimensione materiale e quella morale.

Il socialismo italiano, tanto vituperato quanto avanzato nel ragionamento politico, quarant’anni fa provava a porsi proprio l’interrogativo della rappresentanza, questione di cui ancora oggi si trova poca traccia nella scarna elaborazione politica del campo progressista. Fra gli altri, la riflessione di Claudio Martelli su merito e bisogno inquadrava i termini di una questione preponderante: a chi si rivolge una politica socialista? Nel 1982, in una nota relazione alla conferenza programmatica del PSI a Rimini, Martelli lanciava la sua idea di quella che sarebbe dovuta essere l’alleanza fra la cultura liberale (del merito) e quella socialista (del bisogno), nella necessità di calare gli antichi ideali nella concretezza della contemporaneità e delle sue trasformazioni.

Nel suo intervento, Martelli afferma che un progetto politico socialista deve rivolgersi ai soggetti sociali che “possono agire” – ossia che ne hanno, oltre alla volontà, gli strumenti, la possibilità, la consapevolezza, in ultima istanza la libertà – e insieme a quelli immersi nel bisogno, ossia che “devono agire” per cambiare le proprie condizioni di vita. Parlando di chi “può agire”, Martelli non allude a rentiers o detentori di privilegi a vario titolo – che tenderanno sempre ad adoperarsi per la conservazione di quelle rendite e quei privilegi –, ma a chi abbia beneficiato della diffusione dei saperi, acquisito una propria professionalità, chi sia divenuto in una certa misura padrone della propria vita e sia pertanto più propenso a spingersi verso il nuovo e il progresso. D’altro canto, in un Paese che pure aveva visto notevoli progressi sul piano economico e sociale, vecchie e nuove povertà (certo povertà materiali, ma anche povertà culturali, affettive, spirituali) si sommavano, deprimendo e azzoppando la realizzazione della cittadinanza per molti.

L’idea essenziale, sulla quale vale la pena soffermarsi, è che i cittadini “a pieno titolo” e le soggettività ai margini debbano e possano far causa comune. Quattro decenni di distanza segnano al tempo stesso la puntualità e la distanza del dibattito socialista dell’82, superato dalla storia nei contenuti, ma profondamente attuale negli interrogativi. Quello che colpisce in particolare, rileggendo Martelli oggi, è come la distinzione dicotomica fra “chi può” e “chi deve” agire appaia stemperata. In molti casi si tratta delle stesse persone: istruite, detentrici di professionalità, beneficiarie di una certa diffusione di saperi e opportunità rispetto alle generazioni precedenti, eppure perennemente ferme alle porte del mercato del lavoro, alla ricerca – per citare Martelli – di quella “casa per sposarsi” che non arriva. Il possesso delle risorse intellettuali non coincide necessariamente con la libertà dal bisogno, e si può essere “detentori di meriti” senza essere cittadini a pieno titolo della propria democrazia. D’altra parte, a maggior ragione per chi è immerso nel bisogno e non possiede invece quelle risorse, mancano spesso le strutture, sociali e organizzative, per essere parte attiva di un’azione politica. Sfaccettature molteplici e complesse che riflettono, tra gli altri, il dualismo fra i settori occupazionali (ad alta e bassa qualifica) e quindi fra le categorie di bisogno (ad esempio social investment contro welfare tradizionale), per cui si rischia in definitiva di non comprendersi e, di conseguenza, di lottare divisi.

Il diritto alla “ricerca della felicità” individuale resta in questo senso una componente parziale del quadro, che da sola rischia di trasformarsi nell’evocazione vuota di un diritto per privilegiati. La crisi ha offerto la dimostrazione plastica di come l’individualizzazione delle condizioni socio-economiche porti a disuguaglianze esasperate. Ragionare per individui, in altre parole, non basta: la disuguaglianza – politica, economica, ambientale, di opportunità – colpisce per categorie, e spesso l’appartenenza a più categorie sociali o economiche fragili o sotto-rappresentate si traduce in disuguaglianze esponenzialmente maggiori. D’altra parte, se l’esposizione alla crisi è strettamente legata al deterioramento sociale[2], si è visto come esistano riserve di socialità e partecipazione collettiva in grado di ridurre fino ad annullarlo l’impatto dell’impoverimento sui legami sociali e di comunità[3].

Molte delle storture evocate nel contributo di Felice e Provenzano hanno a che fare con l’assetto di una società capitalista in cui l’individuo è al contempo consumatore e merce, e a tutte le sfere della vita si applicano inesorabili le logiche del consumo e dell’individualismo. In pochi in questi anni si sono opposti alla mercificazione di tutte le sfere sociali, individuali, private e pubbliche. Allo scoppio della crisi economica prima, e dell’emergenza migratoria poi, si è così venuta a creare una strana unità di intenti, l’insolita alleanza fra cattolicesimo di base e movimenti, fra esperienze che propongono modelli economici alternativi, spesso auto-organizzate in realtà locali, e attivismo cattolico sociale. Oppure nell’apostolato di Papa Francesco, che nella sua Laudato si’ parla di un modello di sviluppo umano e ambientale che si opponga l’ingiustizia sociale, e nei discorsi ai movimenti popolari intreccia una rete di lotte attorno ai tre pilastri di casa, terra e lavoro. Un’attenzione agli ultimi e agli emarginati di un sistema degenerato che non è volenterosa filantropia (che pure non sarebbe un crimine), ma l’espressione concreta di una precisa visione del mondo, maturata nella conoscenza reale della fragilità.

Quanta differenza potrebbe fare da parte sua una nuova spinta socialista, se si facesse voce organizzata e credibile di un’idea di società radicalmente diversa. La sua sfida sta nel costruire un ragionamento e una prassi di lotta politica che, nel riaffermare la dignità inviolabile di ciascun individuo, riescano a ricomprendere anche la struttura, aprendo al progresso di ciascun essere umano nella sua singolare complessità e al tempo stesso nella sua dimensione sociale e relazionale. In un tempo di contrazione dell’universalità dei diritti e del rispetto della dignità della persona, servirebbe recuperare proprio quello “sguardo universale” capace di ricomporre gli interessi particolari, di tornare a costruire una lotta organizzata e diffusa, di opporsi lucidamente ad ogni forma di abuso. In questa prospettiva, l’attenzione che Felice e Provenzano dedicano al liberalismo come pensiero fondato sul lavoro, che proprio nella giustizia sociale del lavoro trova il proprio cardine d’incontro con il pensiero socialista e con la tradizione cattolica sociale, è significativa. È da snodi cruciali come questi che si può ricostruire, tanto sul piano materiale quanto sul piano ideale, la dimensione internazionale e solidale delle lotte socialiste, le cui ragioni crescono e si amplificano in un sistema globale.

Ri-politicizzare lo spazio politico, tornando a unirsi attorno alle giuste linee del conflitto, organizzarsi per portare avanti le lotte di un socialismo avanzato e concreto. Studiare le ingiustizie, chiamarle per nome, lavorare al cambiamento delle strutture che le generano – a partire dalle opportunità di partecipazione e identificazione per tutti. Tenere insieme progresso individuale e progresso collettivo. Potrebbero essere questi alcuni dei punti di partenza per un riscatto. Perché a problemi nuovi non si possono offrire risposte vecchie, e “camminare insieme”, oltre alla scelta più coraggiosa e liberatoria, è anche l’unica possibile.


[1] G. Provenzano, La sinistra e la scintilla, Donzelli, Roma 2019.

[2]P.  Colloca, La “recessione” civica. Crisi economica e deterioramento sociale, il Mulino, Bologna 2016.

[3] L. Bosi e L. Zamponi, Resistere alla crisi. I percorsi dell’azione sociale diretta, il Mulino, Bologna 2019.

Scritto da
Eleonora Desiata

Dottoranda in Scienza Politica e Sociologia alla Scuola Normale Superiore. Dopo la laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche all'Università di Bologna con un periodo di studi a Sciences Po (Parigi) ha conseguito la laurea specialistica in Government all'Università Bocconi. Oggi si occupa principalmente di partecipazione politica, partiti e movimenti sociali.

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