“Le campagne elettorali in Italia” di Edoardo Novelli

Campagne elettorali

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Le campagne elettorali e l’età della televisione (1960-1990)

La seconda fase delle campagne elettorali italiane è segnata da elementi assolutamente nuovi, sia strettamente politici, come la progressiva crisi delle ideologie e dei partiti che su di esse si fondano, sia sociali e tecnologici: il boom economico, la modernizzazione del Paese e dell’elettorato e l’ingresso dirompente della televisione e del cinema nella vita degli italiani. Una testimonianza diretta della profondità di queste trasformazioni sulla società, ad esempio, è il referendum sul divorzio del 1974, la cui campagna elettorale per la prima volta è stata caratterizzata dal coinvolgimento di nuovi soggetti esterni ai partiti ma figli delle lotte operaie e studentesche, dei movimenti per la casa e del nascente movimento femminista.

I principali partiti, consci della progressiva flessione degli iscritti e dello sviluppo di questi nuovi soggetti sociali, si adoperano per organizzare al loro interno degli organismi a cui viene affidato il compito specifico di dirigere la campagna elettorale, affidandosi anche a soggetti esterni (è il periodo di nascita dell’attività professionalizzata di campaigning) che si muovono nel mondo della pubblicità, della grafica e della comunicazione mediatica. «Per i partiti la comunicazione passa dal costituire una risorsa importante e uno strumento indispensabile, a tratto identitario e qualificante. Come se l’attualità e la qualità dell’offerta politica fossero in qualche misura già contenute e sintetizzate nella capacità di comunicarla» (p. 83).

L’elemento di novità delle campagne elettorali della seconda metà del Novecento, analizzato con cura nel secondo e terzo capitolo, è di certo l’utilizzo propagandistico della televisione. La nascita del programma Tribuna Elettorale sposta il dibattito politico dalle piazze agli studi della Rai, offrendo «un momento ufficiale ed istituzionalizzato per parlare agli italiani in televisione» (p. 52).

La televisione diviene pertanto il medium principale della comunicazione politica, con la conseguente prevalenza della logica dei media e la spettacolarizzazione dei formati[1]. Questa sovrapposizione del linguaggio televisivo a quello politico trova la propria massima espressione nello spot politico, nuovo medium comunicativo sorto nei decenni in esame sul modello delle pubblicità commerciali, il quale rappresenta senz’altro «il principale contributo delle televisioni commerciali alla trasformazione e alla modernizzazione delle campagne elettorali» (p. 94). 

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Classe 1993. Laureato in giurisprudenza all'Università di Roma Tor Vergata e praticante avvocato nella stessa città, dove si occupa di diritto penale di impresa e tributario. Interessato di politica, economia ed istituzioni italiane ed europee.

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