Capire Podemos – di Pablo Iglesias

Uno degli obiettivi che Pandora si è sempre proposta è quello di fornire elementi per un dibattito serio e approfondito su alcuni problemi rilevanti del presente, a partire dall’insoddisfazione per come le questioni politiche e di attualità vengono presentate dal sistema di informazione italiano. In particolare per quanto riguarda la politica degli altri paesi, l’ottica in cui vengono presentate le vicende è spesso carente: si propongono indebiti parallelismi con la politica italiana che, lungi da permettere di vedere i reali punti di convergenza, finiscono per rendere più difficoltosa la comprensione dei fenomeni.
E uno dei fenomeni più interessanti che l’attualità propone è la nascita di nuovi movimenti che propongono una critica forte dell’attuale ordinamento europeo. Podemos rappresenta uno degli esempi più interessanti di questa tendenza. Ma slogan e parallelismi forzati rendono davvero difficile comprendere di che cosa si tratti. Per questa ragione abbiamo deciso di tradurre dalla New Left Review, storica e autorevole rivista di riflessione politica britannica, un lungo articolo in cui lo stesso Igleasias, segretario generale e membro fondatore di Podemos, ne descrive la genesi, lo sviluppo e le ragioni fondanti. Ringraziamo la New Left Review per il permesso accordatoci di pubblicare questa traduzione.

Precisiamo che la stesura dell’articolo risale a prima delle elezioni locali.

La traduzione è a cura di Stefano Poggi, Francesco Saccomanni e Roberto Volpe.


L’esplosione della crisi finanziaria del 2008 ha prodotto una serie di inaspettate conseguenze politiche, in particolare in Europa. Per le forze della sinistra radicale qual è il modo migliore di rispondere a questa sfida senza precedenti? Lo scopo qui è di spiegare quale sia l’analisi che ha dato forma alla strategia politica di Podemos in Spagna: chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare – la riflessione più completa che io abbia potuto buttar giù da quando sono stato eletto leader di Podemos lo scorso novembre. è anche un’opportunità per parlare con la mia voce, al di fuori del format dell’intervista sui media mainstream. Dei due ruoli che ricopro come Segretario Generale e come teorico di scienze politiche, il primo non sarebbe stato possibile senza il secondo. Questa è una delle caratteristiche che definiscono Podemos.

Di fronte alla situazione politica senza precedenti creata dalla crisi della zona euro, il nostro punto di partenza è stato il riconoscimento della sconfitta del ventesimo secolo, come già registrato dalla New Left Review (NLR)1. Il ‘secolo breve’ di Hobsbawm, dalla rivoluzione bolscevica alla caduta del muro di Berlino, ha assistito agli orrori del fascismo, alla guerra, alla violenza coloniale, ma è stato anche un’era di speranza e di progresso sociale. Dopo il 1945, i programmi sociali avviati nei paesi capitalistici più avanzati hanno comportato una limitata redistribuzione della ricchezza e standard di vita più elevati per importanti settori della classe operaia, specialmente laddove i sindacati erano più forti. Le rivoluzioni russa e cinese si sono dimostrate incapaci di combinare la ridistribuzione economica con la democrazia, ma hanno prodotto innegabili progressi di modernizzazione e industrializzazione; la forza militare sovietica, responsabile in gran parte della sconfitta del nazismo, era anche una dimostrazione di sviluppo economico. Nel periodo del dopoguerra l’URSS rappresentava un reale contrappeso all’interventismo americano. Se da un lato la Guerra Fredda generò nel blocco orientale Stati satellite privi di ogni reale sovranità, dall’altro aprì anche uno spazio che consentì ai movimenti anticoloniali di sfidare l’egemonia americana, e in Occidente contribuì a puntellare il welfare e l’estensione dei diritti sociali.

Dagli anni ’70 in poi, Washington e le altre potenze occidentali hanno puntato su un nuovo insieme di politiche per risolvere i problemi che andavano crescendo nelle loro economie: sconfiggere i sindacati, dare maggiore potere al settore finanziario, privatizzare gli asset pubblici e accelerare il trasferimento delle attività produttive in regioni a basso costo del lavoro, tutto questo accanto alla creazione di un sistema monetario globale basato sul dollaro e non più sull’oro. Il crollo del blocco sovietico diede una spinta enorme al Consenso di Washington, ma anche alla preponderanza del capitale finanziario all’interno dell’Unione Europea. Questa prese forma costituzionale nel Trattato di Maastricht, con il quale gli Stati membri si impegnarono a cedere sovranità monetaria a una ‘indipendente’ Banca Centrale Europea. I criteri di convergenza e il Patto di Stabilità che facevano da corona alla nuova moneta unica segnalarono l’egemonia crescente della Germania all’interno del progetto europeo; le politiche macroeconomiche nazionali furono limitate alla riduzione della spesa pubblica, al contenimento dei salari e alla promozione delle privatizzazioni – o dell’emigrazione. Molte delle battaglie degli ultimi decenni possono essere viste come lotte di difesa contro il continuo logoramento della sovranità nazionale. In questo contesto di sconfitta delle sinistre esistenti, il pensiero critico fu in gran parte separato dalla prassi politica – in forte contrasto con i legami organici esistenti tra produzione teorica e strategia rivoluzionaria che caratterizzarono gli inizi del Ventesimo secolo. Diventò l’opera di professori universitari piuttosto che di leader politici radicali. Eppure, i temi del pensiero critico contemporaneo sono intimamente collegati con la sconfitta storica.

Nonostante ciò, nonostante il restringersi delle possibilità politiche derivante dallo svuotamento delle sovranità statali, gli ultimi quindici anni hanno visto l’emergere di nuovi avversari per il neoliberismo, non solo nella forma di movimenti sociali ma anche a livello statale. In America Latina, in condizioni di gravi crisi economiche e politiche, formazioni popolari e progressiste hanno ottenuto vittorie elettorali che si sono trasformate in progetti di recupero della sovranità, in termini sia nazionali che regionali. Se il contesto che ha prodotto tali processi differisce per molti aspetti – strutture economiche, sociali e culturali – rispetto all’Europa, per non parlare degli USA, c’è però un punto in comune. Anche l’America Latina aveva osservato la sconfitta storica della vecchia sinistra durante i disastrosi anni Settanta e Ottanta. L’emergere di queste nuove forze ci ha ricordato che la politica, come scenario di lotte in costante evoluzione, non si ferma mai, per quanto difficili possano essere le condizioni in cui essa opera.

Anche senza la minaccia dell’antico spettro, l’ordine mondiale è entrato in un periodo di transizione geopolitica nel corso degli ultimi quindici anni, un risultato in parte frutto dello spostamento dell’equilibrio industriale tra Nord Atlantico ed Estremo Oriente. Il predominio unilaterale di Washington è stato moderato dall’emergere di grandi potenze, vecchie e nuove, i cui interessi non si possono racchiudere facilmente in quelli degli USA. Le riforme di Deng Xiaoping hanno dimostrato la fattibilità di un ultra-capitalismo pianificato di Stato, che ha trasformato la terra della Rivoluzione Culturale nella prima area produttiva del mondo e in un potente attore internazionale. Nella regione ‘pivot’ dell’Eurasia, la Russia semi-democratica di Putin continua a dimostrare che Mosca è tornata sulla scena globale.

Linee di faglia

La crisi del 2008 ha ora prodotto degli spiragli politici inattesi, in particolare in Europa del Sud, in forme che pochi avrebbero predetto. I salvataggi statali di istituzioni finanziarie in bancarotta hanno portato all’esplosione dei debiti nazionali e degli spread sui tassi d’interesse. Le politiche di emergenza per ‘salvare l’euro’ imposte – e presto normalizzate – dal blocco a guida tedesca hanno avuto effetti disastrosi in Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna, dove milioni di persone hanno perso il proprio lavoro, decine di migliaia sono stati sfrattati dalle proprie case e sono stati accelerati lo smantellamento e la privatizzazione dei sistemi pubblici di sanità e istruzione, mentre l’onere del debito è stato passato dalle banche ai cittadini. L’UE è stata divisa su linee nord-sud, una divisione del lavoro che esige per i paesi mediterranei una manodopera a basso costo e la produzione di beni e servizi a basso valore aggiunto, mentre i giovani e i lavoratori più qualificati sono costretti a emigrare. Il bilancio UE 2014-2020 rappresenta una vittoria per questa linea.

Non così tanto tempo fa, la Spagna era indicata come una storia di successo dell’UE grazie a un modello di sviluppo basato su bolle immobiliari e progetti urbanistici corrotti, sotto la supervisione del Partido Socialista Obrero Español (PSOE) e il Partido Popular (PP) cominciata con la Transizione dopo la morte di Franco. Ora la Spagna, insieme agli altri PIIGS, è costretta a cedere diritti sociali storici mediante politiche di austerità che la Germania e i suoi alleati del nord non oserebbero mai imporre a casa loro. Ma la crisi stessa ha permesso di plasmare nuove forze, il cui esempio più noto è Syriza in Grecia – che finalmente ha un governo sovrano che difende un’Europa sociale – così come Podemos in Spagna, che aprono la possibilità di un reale cambiamento politico e il recupero dei diritti sociali. Chiaramente nelle attuali condizioni questo non ha nulla a che vedere con una rivoluzione, o con una transizione verso il socialismo, nel senso storico di questi termini. Ma diventa invece realizzabile puntare a processi sovrani che possano limitare il potere della finanza, spronare una trasformazione nel modo di produrre, assicurare una redistribuzione più ampia della ricchezza e spingere per una configurazione più democratica delle istituzioni europee.

Una crisi di regime?

Ma che genere di crisi sta agitando la Spagna? Nella definizione classica di Gramsci, l’egemonia è la capacità delle élite al potere di convincere i gruppi subalterni che essi condividono con loro gli stessi interessi, riuscendo a includerli all’interno di un consenso generale, seppur in posizione subordinata. La perdita di tale egemonia crea una crisi organica, che può manifestarsi nel fallimento delle istituzioni al potere – partiti politici mainstream inclusi – a conservare e rinnovare la propria legittimità. In Spagna, come in altri paesi dell’Eurozona, il collasso economico e le misure imposte per “salvare la moneta unica” hanno evocato lo spettro di una crisi organica, che ha condotto a quella che, in termini politici, chiamiamo una crisi di regime: ossia, lo sfibramento del sistema politico e sociale emerso dalla transizione post-franchista. La principale espressione sociale di questa crisi di regime è stato il movimento 15-M, l’ampia mobilitazione degli indignados che, iniziata il 15 maggio 2011, ha occupato le piazze cittadine in tutta la Spagna per molte settimane. La sua principale espressione politica è stata Podemos.

La transizione spagnola post-1975 ha trasformato il franchismo in un sistema liberaldemocratico, paragonabile a quello della maggior parte dei paesi occidentali. Crucialmente, ha lasciato le élite economiche franchiste intatte, e aiutato a riciclarsi una buona parte della leadership politica e amministrativa, che ha mantenuto le sue posizioni nell’apparato statale persino dopo la vittoria schiacciante del PSOE alle elezioni del 1982. Uno “spirito di consenso” ha governato non solo i riformatori franchisti, guidati da Adolfo Suárez, ma anche l’opposizione democratica – il Partito Comunista di Spagna (PCE), fulcro dell’opposizione clandestina alla dittatura, e il PSOE, agli inizi parecchio più piccolo. Con generoso sostegno dai media mainstream, soprattutto El País, il nuovo, influente giornale del gruppo Prisa, tale consenso si incarnò nei Patti della Moncloa del 1977, che impegnavano i sindacati alla moderazione salariale in cambio di maggiori servizi sociali. Esso fu codificato a livello giuridico nella Costituzione del 1978, poi confermata con referendum, da cuiil nome di “Regime del ‘78”. A poco a poco, nonostante le resistenze dei consolidati partiti nazionalisti catalani e baschi e di certi settori della sinistra, questo consenso ha ottenuto il sostegno della maggioranza della popolazione spagnola. Custoditi in una “monarchia costituzionale” sotto il successore designato di Franco, Juan Carlos I, i nuovi accordi garantirono l’ingresso della Spagna nella NATO e nella Comunità Europea, con pochi costi per l’élite economica.

I mediocri risultati del PCE nelle elezioni del 1978 non ne alterarono la tattica possibilista, sulla scorta della “pragmatica” linea eurocomunista dei partiti [comunisti] francese e italiano, con lo stesso stile conservatore. Al picco del dibattito sull’eurocomunismo, sui suoi scarsi frutti elettorali e sullo smantellamento del movimento sociale, Manuel Sacristán – forse la mente migliore del marxismo spagnolo – rivolse l’attenzione alla sconfitta storica del movimento dei lavoratori e della sinistra all’interno di un nuovo contesto socioeconomico, dominato dal consumismo, dalla crescente influenza dei mass media, e di una situazione internazionale che imponeva stretti limiti a ogni trasformazione significativa nel sud dell’Europa2. La lezione da trarre non era solo l’impossibilità del socialismo e della rivoluzione – dal punto di vista odierno, colpisce abbastanza notare che allora ci fossero leader politici in Spagna che credessero nella fattibilità di questi progetti – ma anche l’impossibilità di schemi più moderati di miglioramento sociale, considerati come elettoralmente impraticabili in un contesto di rampante egemonia neoliberale. Ciò che andava fatto “nel frattempo” [mientras tanto, NdT], secondo Sacristán, era dare il via ad azioni politiche a “livello micro”, fuori dallo Stato, nel movimento ambientalista, pacifista e femminista, costruendo forme alternative di vita quotidiana. Per finalità elettorali, il PCE formò nel 1986 un’alleanza più ampia, Izquierda Unida. Per la sinistra spagnola sembrava non ci fossero opzioni migliori.

Dopo il 2011

Oggi, come risultato della débâcle dell’Eurozona, non viviamo più “nel frattempo” ma in una vera e propria crisi di regime – una situazione in cui è possibile alterare i parametri della politica spagnola in un modo che non accade dalla transizione post-franchista. Bisogna evidenziare che questa non è una crisi “di Stato”, un collasso dell’apparato statale, come si prospettava in Bolivia ed Ecuador prima che Morales e Correa entrassero trionfalmente in carica nel 2006. Le istituzioni statali in Spagna, seppur impoverite e infiacchite dalla corruzione, ancora adempiono alle loro funzioni – che vanno ben oltre il monopolio della forza – provvedendo ai meccanismi regolatori per l’esistenza sociale, nonché generando lealtà e sicurezza per l’ordine costituito. Ciononostante, l’indiscusso fallimento delle politiche di austerità ha contribuito a innescare una crisi di regime, che ha aperto – non sappiamo per quanto tempo – una serie di opportunità politiche senza precedenti. Le aspettative frustrate di importanti settori della classe media, dei salariati, conseguenza delle “riforme strutturali”, sono tra i fattori più decisivi per comprendere le possibilità politiche del presente.

Il movimento 15-M ha funzionato da valvola di sfogo per queste frustrazioni. Il fatto che non avesse trovato espressione elettorale aveva dimostrato che la crisi egemonica portata alla luce da questa sollevazione popolare, che aveva sorpreso il mondo, era anche una crisi della sinistra spagnola esistente. Il 15-M ha messo la sinistra davanti a uno specchio, rivelando le sue carenze. Ha anche messo sul tavolo la componente principale di un nuovo senso comune: rifiuto delle élite politiche ed economiche dominanti, sistematicamente indicate come corrotte. Il 15-M ha anche cristallizzato una nuova cultura di contestazione che non poteva essere catturata dalle categorie di destra e sinistra – un qualcosa che i leader della sinistra esistente hanno rifiutato di riconoscere fin dall’inizio. La logica del movimento 15-M ha condotto al suo dissolvimento; i suoi attivisti più impegnati, che speravano che il “sociale” fosse in grado di sostituire l’”istituzionale”, non hanno ottenuto gli effetti sperati. Cercare di ridurre la politica alla semplice funzione di contrappeso di forze sociali, costruite con la mobilitazione e l’attivismo paziente, è stato uno dei principali abbagli dell’intellighenzia movimentista spagnola, che non è stata in grado di realizzare che il “frattempo” era precisamente quello: un modo di prepararsi all’arrivo del momento dell’audacia, quando sarebbero state necessarie tecniche politiche piuttosto differenti.

Le sconfitte subite dal PSOE nelle elezioni regionali e nazionali del 2011, successive al 15-M, sono state di portata storica: ha perso quasi il 40% del suo voto del 2008. Il risultato immediato è stato l’ingresso trionfale del PP al governo di diverse giunte regionali e la conquista della maggioranza assoluta nelle Cortes. Ma da quel momento in avanti, le scosse all’interno del sistema partitico erano percepibili. Dai sondaggi era chiaro che sia il PP al governo che il PSOE stavano perdendo sostegno elettorale, mentre Izquierda Unida e i piccoli partiti liberali – Ciudadanos, fondato in Catalogna nel 2006, e l’Union Progreso y Democracia (UPyD), nato nel 2007 – avanzavano. In questa nuova congiuntura, IU aveva l’opportunità di mettere a punto una strategia più audace – o perlomeno, meno timida – di quella fino allora perseguita. Sarebbe stato sufficiente seguire l’esempio dell’Alternativa di Sinistra in Galizia (AGE), un’alleanza di IU, Anova – un partito nazionalista gallego – ecologisti ed altri. Una simile mossa a livello nazionale avrebbe permesso a IU di dare rappresentazione elettorale al montante scontento sociale, ma l’opportunità non è stata colta.

Intanto, in Catalogna, appariva ovvio come Convergencia i Uniò, il partito conservatore-nazionalista egemone, stesse perdendo terreno rispetto alla sua controparte, moderatamente socialdemocratica, Esquerra Republicana de Catalunya, che mirava a diventare il partito principale del campo indipendentista – chiaramente la spina dorsale dello scontento sociale in quel periodo. Nei Paesi Baschi e in Navarra, il ritorno nell’arena elettorale della sinistra abertzale3 minacciava l’egemonia del Partito Nazionalista Basco in Euskadi, e persino quella dell’Unión del Pueblo Navarro, conservatori.

Se aggiungiamo a queste tendenze l’irruzione di Podemos, i suoi risultati nelle elezioni europee del maggio 2014 e la successiva traiettoria nei sondaggi, il modello bipartitico spagnolo sarebbe dovuto sembrare in cattive acque. L’offensiva incessante contro Podemos, condotta con una virulenza senza precedenti per la Spagna, rivela la portata di quella che abbiamo visto come una vera minaccia al sistema partitico dinastico. E’ ovvio che la partita è appena cominciata. Nei prossimi mesi affronteremo dure sfide, a partire dalle elezioni regionali del 24 maggio. Ma appare altresì chiaro, oltre ai risultati immediati usciti dalle urne, che ci siano segni di irreversibilità in questa crisi di regime. La politica spagnola non ritornerà a com’erano le cose prima di Podemos.

L’ipotesi Podemos

Ipotizzando che, in determinate condizioni, sia possibile generare una narrativa di identità popolare che possa essere politicizzata su linee elettorali, in quel momento in Spagna, nel contesto di una nascente crisi di regime prodotta dal disastro dell’Eurozona, tali condizioni sembravano essere soddisfatte. Il compito, allora, era aggregare le nuove domande generate dalla crisi attorno a una leadership mediatica, capace di dicotomizzare lo spazio politico. Dati questi fattori, la nostra ipotesi non è difficile da capire. In Spagna, lo spettro di una crisi organica stava generando le condizioni per l’articolazione di un discorso dicotomizzante, capace di assemblare i nuovi costrutti ideologici del 15-M in un soggetto popolare, in opposizione alle élite.

Per i fondatori di Podemos, questa non era un’ipotesi nuova; avevamo iniziato ad abbozzarla nelle nostre riflessioni iniziali sul movimento 15-M. Il nostro pensiero si rifaceva a un particolare gruppo di esperienze politiche – il “decennio guadagnato” in America Latina – e a un modello preciso per la comunicazione politica: il nostro programma televisivo, La Tuerka [La Vite]. L’analisi degli sviluppi in America Latina ci aveva offerto nuovi strumenti teorici per interpretare la realtà della crisi spagnola, nel contesto della periferia dell’Eurozona; dal 2011, abbiamo iniziato a parlare della “latinamericanizzazione” dell’Europa meridionale come finestra per una nuova struttura di opportunità politiche. Questa possibilità populista è stata teorizzata nello specifico soprattutto da Íñigo Errejón, traendo ispirazione dal lavoro di Ernesto Laclau.

La seconda chiave per questa ipotesi è stato La Tuerka. Sin dall’inizio, con i nostri modesti mezzi, abbiamo considerato La Tuerka un “partito”. La gente non si impegna più politicamente attraverso i partiti, pensavamo, ma attraverso i media. La Tuerka e il nostro secondo programma, Fort Apache, sono stati i “partiti” attraverso cui avremmo lanciato la nostra battaglia politica sul più fondamentale terreno di produzione ideologica: la televisione. La Tuerka è diventato la nostra scuola di preparazione, che ci ha insegnato come intervenire con la massima efficacia nei talk show della televisione mainstream. Ci ha anche addestrati al lavoro di consulenza per la comunicazione politica da noi sviluppata, che a sua volta ci ha dato esperienza nel pianificare campagne elettorale e consigliare portavoce e leader politici. Grazie a La Tuerka e all’addestramento ricevuto, abbiamo imparato come produrre “slot” televisivi – e come pensare politicamente nel medium televisivo.

I nostri obiettivi a quel punto erano modesti; non avremmo mai pensato che saremmo arrivati fin qui. Ma ottenere questi obiettivi limitati – scrivere paper, promuovere iniziative di piccola scala, produrre e presentare programmi TV, studiare comunicazione audiovisiva, dare consulenza a leader politici sulla strategia mediatica – ci ha assicurato di essere ben preparati per l’ingrediente indispensabile dell’ipotesi Podemos: una figura di leadership, con un elevato fattore di riconoscimento in Spagna. Non c’era alcuna inevitabilità sulla nostra presenza in TV, e nessuna garanzia che si sarebbe dimostrata efficace e duratura. Da maggio 2013, comunque, sono stato costantemente sui mass media. Quell’estate, abbiamo iniziato a pensare alla possibilità di usare la mia presenza mediatica per un intervento politico nazionale. In quella fase, il mio punto di vista era che un simile progetto potesse essere portato avanti solo in collaborazione con la sinistra esistente. La proposta da noi fatta ai partiti di sinistra per primarie aperte comuni segnalava tale orientamento. Pensavamo che aprire la scelta dei candidati ai cittadini avrebbe aiutato a far pendere l’equilibrio delle forze sull’asse politico in nostro favore: la sinistra sarebbe stata più simile alla gente.

Guardavamo a noi stessi come a una forza di rinnovamento; ciò che non avevamo previsto era che la freddezza, per non dire l’aperta ostilità con cui le nostre proposte sono state accolte, ci avrebbe permesso di andare molto oltre. L’ostinato conservatorismo dei leader di IU, incapaci di assumere altri stili o prospettive, e il disdegno di alcuni gruppi attivisti, ci hanno costretto a iniziare a mettere in pratica la nostra ipotesi virtualmente in solitudine; ma ciò significava anche che non avevamo obblighi di fare concessioni al conservatorismo della sinistra, o agli stili paralizzanti di alcuni movimenti sociali. Paradossi della storia: le circostanze che hanno reso possibile il fenomeno Podemos includono le riserve che ha generato proprio tra coloro che teoricamente avrebbero avuto più possibilità di condividere il nostro progetto – grazie alle quali abbiamo potuto volare più in alto, e più liberamente.

La configurazione dello spazio politico nella divisione destra-sinistra aveva creato un contesto in cui un cambiamento, in una direzione progressista, non era più possibile in Spagna. Sul terreno simbolico di destra e sinistra, coloro che tra noi sono fautori di una trasformazione post-neoliberale per mezzo dello Stato – difesa dei diritti umani, sovranità, e legame tra democrazia e politiche redistributive – non hanno la minima chance di vittoria elettorale. Quando i nostri avversari ci mettono addosso l’etichetta di “sinistra radicale” e provano, incessantemente, a identificarci con i suoi simboli, ci spingono su un terreno dove la loro vittoria è più facile. Il nostro compito politico-discorsivo più importante è stato sfidare la struttura simbolica delle posizioni, combattere per gli “oggetti della conversazione”. In politica, coloro che decidono gli oggetti del contendere determinano gran parte del risultato. Questo non ha nulla a che vedere con “abbandonare principi” o “moderazione”, ma con l’assunzione che finché siamo noi stessi a definire il terreno dello scontro ideologico, sarà questo a porre i limiti del repertorio narrativo a nostra disposizione.

Questo è possibile solo in situazioni eccezionali, come quella in cui ci troviamo adesso. Richiede una strategia specifica per identificare le strutture che possano definire tale nuovo contesto, così come la narrativa che lo proietti nella mediasfera. Quando insistiamo a parlare di sfratti, corruzione e disuguaglianza, ad esempio, e siamo refrattari a farci trascinare in dibattiti sulla forma di Stato (monarchia o repubblica), memoria storica o politica carceraria, non significa che non abbiamo una posizione su tali questioni o che abbiamo “moderato” la nostra posizione. Piuttosto, assumiamo che, senza apparato di potere istituzionale, non ha senso a questo punto concentrarsi su aree di combattimento che ci alienerebbero dalla maggioranza, coloro che non sono “a sinistra”. E senza essere maggioranza, non è possibile avere accesso all’apparato amministrativo che ci permetterebbe di combattere queste battaglie discorsive in altre condizioni, intervenendo in parallelo con politiche pubbliche.

Nazione TV

Per decenni, la televisione è stata l’apparato ideologico centrale nelle nostre società. Negli ultimi anni i social network hanno aperto nuovi luoghi di confronto ideologico, democratizzando l’accesso alla sfera pubblica, nonostante la loro penetrazione diseguale tra strati sociali differenti. Sebbene essi siano ancora lontani dal competere con la televisione, hanno giocato un ruolo chiave nella nostra campagna per le elezioni europee e rimangono uno degli elementi distintivi di Podemos. La televisione, però, condiziona e aiuta persino a costruire le cornici attraverso cui le persone pensano – le strutture mentali e i valori loro associati – a un livello di intensità parecchio più elevato dei tradizionali luoghi di produzione ideologica: la famiglia, la scuola, la religione. Per quanto riguarda attitudini politiche e opinioni, in Spagna i talk show televisivi sono probabilmente i principali produttori di argomentazioni ad esplicito uso popolare. Gran parte delle argomentazioni che si ascoltano nei bar o nei luoghi di lavoro sono generate da “opinion-maker” che appaiono in TV o alla radio. Gli immaginari sociali sono chiaramente formati da format apparentemente non-ideologici e apolitici, presentati come “mero” intrattenimento – le operazioni ideologiche più importanti sono quelle che danno l’impressione di essere non ideologiche a nozioni percepite come senso comune. Nel contesto della crisi, però, con specifico riferimento ai dibattiti politici, gli studi televisivi sono diventati i veri parlamenti. Una delle più importanti manifestazioni della crisi è stata proprio l’apertura di un nuovo spazio all’interno dei dibattiti televisivi, che era possibile occupare: qualcuno doveva rappresentare le “vittime” della crisi. Quel che dicevamo permetteva a queste vittime – strati subalterni, soprattutto le classi medie impoverite – di riconoscersi come tali e visualizzare, nella forma di un nuovo “noi”, il “loro” dei loro avversari: le vecchie élite.

Il fenomeno televisivo del “professore col codino” potrebbe essere definito come l’occupazione più efficace di tale spazio, precedentemente tentata da altri a sinistra, con la fortuna o con la pratica. Nei fatti tale discorso tele-visuale è stato il risultato di intensa preparazione per ciascun intervento. Passo dopo passo, un ospite di talk-show non-convenzionale e di sinistra è diventato un punto di riferimento per lo scontento socio-politico causato dalla crisi. Convertire questo punto di riferimento in un candidato era una strategia ad alto rischio: la nostra campagna per le elezioni europee ha avuto successo perché siamo riusciti a mantenere quella presenza nei media, che fino alle ultime due settimane della campagna era in sostanza quella di un inconsueto ospite di talk-show piuttosto che di un candidato o leader politico. Il principale obiettivo della campagna era spiegare che “il tizio col codino” in TV stava partecipando alle elezioni. Ecco perché abbiamo optato per qualcosa che non era mai stato fatto prima in Spagna: usare la faccia del candidato sulla scheda. Il “popolo della televisone” – el pueblo de la televisión, o la nazione TV, per così dire – non era a conoscenza di un nuovo partito politico di nome Podemos, ma sapeva del tizio col codino.

Questa popolazione, politicamente socializzata per mezzo televisivo, non era “rappresentabile” attraverso le categorie tradizionali dello spazio politico, destra-sinistra. Nel contesto di elevata insoddisfazione verso le élite, il nostro obiettivo di identificare un nuovo “noi” che includesse la nazione TV inizialmente era stato racchiuso nel significante “Pablo Iglesias”. Prima e durante la campagna, il nostro lavoro nei talk show televisivi aveva avuto l’obiettivo di introdurre nuovi concetti e argomentazioni che ci avrebbero aiutato a definire il campo di battaglia politico a nostro vantaggio. Il modo in cui è stata utilizzata la nozione di “Casta” – per indicare l’establishment economico e politico spagnolo – è forse l’esempio migliore. Un’analisi dei palinsesti TV ha rivelato che questo nuovo spazio mediatico, sensibile alla politicizzazione, si stava formando già da un certo periodo. La travolgente popolarità della trasmissione settimanale di attualità Salvados e del suo presentatore Jordi Évole non può essere spiegato solo dalla sensibilità sociale dei suoi argomenti o dalle posizioni progressiste di Évole. La chiave del suo successo è stata la sua abilità nel concentrarsi sul tema centrale dell’insoddisfazione sociale, creando – consciamente o meno – un nuovo discorso che ha attraversato i confini politici; nei termini di Laclau, è stato trasversale.

Verso un partito

Dal lancio nel gennaio 2014 fino alle elezioni europee del maggio dello stesso anno, il gruppo dirigente di Podemos era costituito da qualche dozzina di quadri, che sostenevano i classici compiti di un team elettorale. Insieme ad un gruppo di studiosi e ricercatori dell’Università Complutense di Madrid, questo nucleo era composto da una nuova generazione di militanti di Juventud sin Futuro, de La Tuerka e di altre organizzazioni politiche e sociali, così come di progetti culturali alternativi e del 15-M. Questo gruppo ha formato il nucleo iniziale di Podemos e ha condotto la prima fase della sua campagna elettorale, concentrandosi sulla comunicazione – social network, programmi televisivi, eventi pubblici, propaganda. Qualche settimana dopo il lancio, abbiamo pubblicato un appello per la creazione dei Circoli di Podemos, gruppi locali e tematici che hanno iniziato a svilupparsi stabilendo la nostra presenza nel paese. Nonostante questo lavoro, eravamo ancora ben lontani dall’essere un’organizzazione politica. Podemos rimaneva un movimento di cittadini che aveva suscitato un tremendo entusiasmo – espresso nella creazione di Circoli, nella crescente partecipazione ai nostri eventi, nell’attività di migliaia di persone sui social network e nella possibilità che questa speranza potesse essere trasformata in voti il 25 maggio. Ma non eravamo ancora un’organizzazione politica.

Dopo le elezioni europee Podemos poteva contare su cinque europarlamentari, nonostante fosse ancora sfornito di una leadership politica formale, di una struttura territoriale e tematica così come di meccanismi decisionali precisi. Fin dal principio abbiamo scommesso su metodi che consentissero la partecipazione popolare nella definizione delle decisioni più importanti; in questo modo abbiamo selezionato il gruppo tecnico che ha organizzato nel novembre 2014 il nostro congresso fondativo, l’Assemblea dei Cittadini. In quell’occasione, che ha rappresentato una pietra miliare storica in termini di partecipazione, Podemos si convertì da movimento di cittadini dotato di un progetto elettorale in una vera e propria organizzazione politica con organi dirigenti, sistemi interni di controllo, linee guida politiche e tattiche e un chiaro obiettivo di efficienza organizzativa. Da quel momento abbiamo iniziato la costituzione di Podemos a livello locale e regionale, che è appena terminata. Durante l’Assemblea abbiamo definito la nostra strategia elettorale di base: supportare candidati di unità popolare alle elezioni comunali – nelle quali Podemos non si sarebbe quindi presentata con liste autonome – e correre invece con il nostro logo alle elezioni regionali.

La nostra Assemblea Costituente, e i processi costituenti a livello locale e regionale, hanno stabilito lo scheletro di un partito politico, in vista delle elezioni politiche del novembre 2015. Ma la “muscolatura” di Podemos va ben al di là della sua stessa organizzazione, dato che ha la capacità di collegare fra loro i settori più avanzati della società civile in un progetto di cambiamento politico più largo, lavorando al tempo stesso per includere i movimenti popolari in un processo che non potrebbe essere svolto isolatamente. Per essere un partito di governo, Podemos ha bisogno dei migliori quadri della società civile; vincere le elezioni ci imporrà di salvaguardare quei collegamenti decisionali con la società tramite il mantenimento del voto aperto a tutti. Se qualcosa ci ha resi forti è stato il non aver permesso a ristretti nuclei di militanti di isolarci dai desideri della società, di sequestrare quindi un’organizzazione che è – al di là delle identità dei suoi leader politici, quadri e militanti – uno strumento pensato per il cambiamento politico in Spagna.

La Marcia per il Cambiamento di Podemos, svoltasi il 31 gennaio di quest’anno, non è stato solo un evento storico per il livello di partecipazione – fra le 100 mila e le 300 mila persone -, ma anche per il suo carattere non convenzionale. Non è stata una protesta, né il suo fine era quello di sollevare un insieme definito di domande sociali. La storia del movimento dei lavoratori del ventesimo secolo ci mostra come non tutti gli scioperi avessero bisogno di essere giustificati da specifiche rivendicazioni; piuttosto, nei momenti decisivi, uno sciopero può essere reso uno strumento politico, senza il bisogno di mediazioni rappresentative. La Marcia per il Cambiamento è stato un evento prettamente politico, collegato alla rappresentazione pubblica di una volontà sociale che ha trovato in Podemos uno strumento fondamentale per il cambiamento. La sua importanza non risiede solo nel fatto che nessun’altra forza politica spagnola ha avuto la capacità di organizzare una mobilitazione di tale portata. Molto più importante, la Marcia per il Cambiamento ha segnalato la determinazione a chiudere la scollatura fra mobilitazioni di massa e politica elettorale. I vecchi partiti politici spagnoli appaiono ai cittadini come poco più di strumenti per accedere all’amministrazione statale per via elettorale. Le elezioni successive al movimento 15-M sono state percepite come illusioni ottiche: in esse politici e partiti completamente screditati e considerati dai cittadini come un problema hanno continuato a dominare il regno della democrazia formale, in un modo apparentemente ineluttabile. La Marcia per il Cambiamento ha portato la politica di nuovo nelle strade. Anche se non è stata altrettanto grande quanto la Marcia per la Dignità del marzo 2014, che mise assieme sindacati e movimenti sociali sotto le parole d’ordine di “Pane, Lavoro e Abitazioni”, essa ha comunque dimostrato sia la forza delle nostre capacità organizzative sia il supporto massiccio dei cittadini spagnoli. La reazione beffarda al movimento 15-M delle vecchie élite – che invitavano i dimostrati a presentarsi alle elezioni – non potrà essere facilmente ripetuta nei prossimi tempi. La mobilitazione del gennaio 2015 ha segnalato l’inizio di un nuovo ciclo, aprendo un anno decisivo per la Spagna.

Cambiando il terreno

A partire dalle elezioni europee, ed in particolare dall’inizio del 2015, gli attacchi a Podemos si sono fatti incessanti da parte delle classi dirigenti, superando decisamente quelli distribuiti alle altre forze politiche. Ciò era assolutamente prevedibile, a riprova di quanto abbiamo messo in allarme gli storici potentati del nostro paese. La vertiginosa crescita di un’organizzazione come Podemos nei sondaggi ha provocato nervosismo e agitazioni nei nostri avversari. Nei primi mesi del 2015, gli argomenti scagliati contro di noi dai propagandisti del PP e del PSOE hanno avuto generalmente un effetto boomerang, accrescendo il nostro consenso e permettendo ai nostri portavoce di contrattaccare con notevoli effetti nei mass media. Negli ultimi mesi, le tecniche e la natura di questi attacchi si sono fatti più intelligenti e hanno quindi iniziato ad essere più efficaci. Dobbiamo prendere atto che la nostra battaglia di comunicazione non potrà più essere condotta nelle stesse condizioni vantaggiose di prima e che questi attacchi sono destinati a continuare – almeno fino a quando non avremo raggiunto una posizione istituzionale nelle elezioni. Le ultime campagne mosse contro di noi ci hanno mostrato che possiamo perdere la capacità di stabilire l’agenda politica del paese.

La sfida più importante che abbiamo di fronte sono le elezioni politiche di novembre. E’ difficile dire fino a dove riusciremo ad arrivare, ma quello per cui dobbiamo lavorare è che queste elezioni si trasformino in un plebiscito fra PP e Podemos. Nonostante sia possibile per noi riuscire a sorpassare il PSOE, siamo comunque lontani da una “Pasokizzazione” – il collasso completo subito dal PASOK moderato in Grecia, una volta il più potente partito del paese e ora ridotto all’irrilevanza dopo aver formato con Nuova democrazia una coalizione pro-austerità. Il PSOE ha ancora un significativo supporto elettorale. Le elezioni regionali in Andalusia di marzo hanno avuto per lui l’effetto di una maschera di ossigeno, nonostante il loro risultato dipendesse largamente da condizioni locali. Podemos ha triplicato il suo voto rispetto alle Europee dell’anno precedente, conquistando 15 seggi regionali e il 15% dei voti – un buon risultato, che però non prefigura un sorpasso dei due partiti tradizionali, PP e PSOE. Questo è il motivo per cui le elezioni regionali del 24 maggio – ed in particolare quelle di Madrid, Valencia e delle Asturie – così come le elezioni catalane di settembre sono così importanti per noi.

Il nostro obiettivo fondamentale per quest’anno è quello di superare il PSOE – una precondizione essenziale per il cambiamento politico in Spagna, anche se non riuscissimo a superare il PP. L’ipotesi che i Socialisti facciano un’inversione a U e rigettino le politiche di austerità, di modo che diventi possibile raggiungere un accordo con loro, è plausibile solo nel caso noi li riuscissimo a superare. A quel punto, il PSOE o accetterà la leadership di Podemos o sceglierà di suicidarsi politicamente sottomettendosi alla guida del PP. La dirigenza del PSOE e le differenti correnti interne sono consapevoli di questo e hanno lavorato al meglio per minimizzare il nostro vantaggio. L’aver tenuto le elezioni regionali in Andalusia due mesi prima del previsto ha rappresentato un chiaro tentativo della baronessa locale del PSOE, Susana Díaz, di assicurarsi che la prima prova di quest’anno elettoralmente decisivo si tenesse dove i Socialisti hanno sofferto il minor logoramento – e ce l’hanno fatta.

Un’altra questione cruciale che verrà definita nel 2015 sarà la nostra responsabilità nella scena post-elettorale, dove Podemos potrebbe far fronte alla possibilità di governare con il supporto di altri partiti, o supportando essa stessa altre formazioni. Potremmo vedere la formazione di una serie di grandi coalizioni a livello regionale fra PP e PSOE, il che rafforzerebbe il ruolo di Podemos come principale opposizione – anche se questo scenario sarebbe disastroso per la Spagna. Ma per i Socialisti questo potrebbe implicare una Pasokizzazione e i suoi leader esploreranno verosimilmente altre possibilità. Il PSOE sarà così intrappolato nella contraddizione fra la ragion di stato e l’interesse di partito – e non è ancora chiaro come risolverà tale contraddizione. Lo stesso dilemma attende Ciudadanos, il partito “senza-etichetta” delle élite, promosso a “Podemos di destra”: tale formazione sarà obbligata a discutere possibili accordi con il PP, ma essendo consapevole al tempo stesso degli effetti negativi che questi avrebbero sulla sua crescita elettorale.

Per Podemos sarà importante ricoprire un ruolo nei governi regionali dopo le elezioni e di tenere il PP fuori dalle maggioranze. Ma la cosa più importante rimane arrivare alle elezioni nazionali nella posizione più solida possibile. L’accedere al potere istituzionale ci potrebbe dare delle tutele ed un’esperienza vitale, ma al tempo stesso potrebbe portarci a perdere il nostro vantaggio di “outsider”. Dovremo forse affrontare delle contraddizioni che potrebbero indebolire il nostro obiettivo fondamentale: quello di arrivare alle elezioni nazionali nella posizione di poter ridefinire il campo della politica spagnola.


Le elezioni regionali del 24 maggio, dove Podemos si è presentato con il suo simbolo, hanno visto una discreta affermazione elettorale: con 119 seggi complessivi diventa terza forza a livello nazionale. Pur non accettando di entrare a far parte di alcuna giunta, gli eletti di Podemos hanno favorito la formazione di numerosi governi di minoranza a guida PSOE, in dichiarata funzione anti-PP. Nello stesso giorno Podemos raggiunge il risultato di maggiore impatto alle municipali, conquistando i comuni di Barcellona e Madrid (e mettendo fine nella capitale a 24 anni di governo del PP). Il modello è il ‘fronte di unità popolare’ con candidature uniche alla testa di coalizioni sociali in cui confluiscono movimenti per la casa, associazioni di vicinato e altri elementi della società civile, ma anche gruppi organizzati di lavoratori della scuola (‘marea verde’) e della sanità (‘marea blanca’) e, nel caso catalano, partiti storici della sinistra iberica come Izquierda Unida. [NdR]


1 “L’unico punto di partenza per una sinistra realistica oggi è una lucida accettazione della sconfitta storica” Perry Anderson, ‘Renewals’, NLR 1, Gen–Feb 2000. Anderson invoca una presa di posizione di irremovibile realismo, che rifiuti ogni sorta di conciliazione con il sistema di potere e rifiuti ogni rivalutazione auto-consolatoria della propria forza: pagg. 16, 13–14.

2 Per un punto di vista alternativo, che sostiene che una convinta alleanza tra PCE e PSOE avrebbe potuto strappare ai franchisti un accordo significativamente più democratico, soprattutto per via dell’elevata militanza operaia di quel periodo, si vedano questi due articoli di Patrick Camiller: ‘Spanish Socialism in the Atlantic Order’, NLRI/156, Marzo-Aprile 1986, e ‘The Eclipse of Spanish Communism’, NLRI/147, Settembre-Ottobre 1984.

È Segretario Generale di Podemos e membro fondatore. Ha insegnato Scienze Politiche all'Università Complutense di Madrid. Conduce dal 2010 le trasmissioni La Tuerka e Fort Apache su una rete di TV locali e internet per il pubblico spagnolo. Dal 2014 è parlamentare europeo.

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