“Capitalismo contro capitalismo” di Branko Milanović
- 16 Gennaio 2023

“Capitalismo contro capitalismo” di Branko Milanović

Recensione a: Branko Milanović, Capitalismo contro capitalismo. La sfida che deciderà il nostro futuro, Laterza, Roma-Bari 2020, pp. 336, 24 euro (scheda libro)

Scritto da Tancredi Bendicenti

8 minuti di lettura

Capitalismo contro capitalismo di Branko Milanović (edito da Laterza) è un’opera senza dubbio ambiziosa, un saggio che si propone di portare avanti un’analisi rigorosa e complessiva del presente economico globale, del passato che lo ha generato e del futuro che genererà, particolarmente attenta ai temi della disuguaglianza e dell’organizzazione politica della società. Moltissimi gli ambiti affrontati, molteplici gli approcci: non si tratta di un libro ideologico. Le tesi sostenute non sono posizioni aprioristiche da dimostrare in funzione di un determinato assetto valoriale, quanto piuttosto il risultato di un continuo confronto critico con i dati economici e le rilevazioni statistiche. Indubbiamente pregevoli gli innesti di trattazioni multidisciplinari, specificamente a livello storico e filosofico.

La tesi principale è riassumibile nella seguente proposizione: esiste, oggi, sostanzialmente un unico modo di produzione, il Capitalismo, il quale ha però assunto due forme fondamentalmente differenziate, il capitalismo liberal-meritocratico (di matrice occidentale) e quello politico (di matrice orientale), in competizione e conflitto tra loro, sebbene risulti «improbabile che qualunque cosa accada […] si possa arrivare ad un unico sistema».

Il primo dei cinque capitoli del saggio è dedicato ad una breve analisi del mondo sorto dalla caduta del muro di Berlino, e dalle ceneri del “socialismo realmente esistente” (il socialismo reale). Milanović impiega come strumento quantitativo principale, sia in questa introduzione, che in buona parte del testo successivo, il coefficiente di Gini, un indice compreso tra 0 e 1 (semplificato in una percentuale per una notazione più chiara) che misura la disuguaglianza sia nelle nazioni che tra le nazioni. La prima osservazione riportata dall’autore, la quale funge da fondamento per l’intero impianto concettuale del libro, è che si è oggi davanti ad un riequilibrio della potenza economica tra Asia e Occidente. Riequilibrio perché si sta sostanzialmente tornando alle rispettive percentuali sul PIL Mondiale precedenti alla Rivoluzione industriale. Si sta, cioè, esaurendo la spinta propulsiva, produttiva e tecnologica, che aveva reso l’Europa capace di dominare il resto del globo a dispetto di una popolazione autoctona relativamente esigua, soprattutto se confrontata a quella di giganti demografici come l’India o la Cina. Tale riavvicinamento progressivo ha, secondo Milanović, una causa principale ben identificabile:

«La convergenza dei redditi asiatici con quelli occidentali si è verificata durante un’altra rivoluzione, quella digitale e informatica legata al progresso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione; una rivoluzione della produzione che stavolta ha favorito l’Asia […] La rivoluzione digitale ha contribuito non solo alla crescita molto più rapida dell’Asia, ma anche alla deindustrializzazione dell’Occidente, con un percorso non dissimile dalla deindustrializzazione occorsa in India durante la Rivoluzione industriale».

La tesi dell’autore è interessante, ma forse, almeno in alcuni punti, discutibile. Viene identificato una sorta di portentoso e continentale caso di leapfrogging, attraverso cui l’Asia avrebbe scavalcato il lungo e faticoso processo di innovazione tecnologica occidentale adottando direttamente i sistemi più recenti, avanzati e sofisticati. Una tale interpretazione dei fatti è pacifica: dimostrata dalla nascita di giganti industriali globali in Paesi che erano, fino a pochi decenni fa, sostanzialmente feudali-agricoli, come la Cina e ancor più la Corea del Sud. Ciò che invece è meno certo, è quanto la Rivoluzione digitale abbia svantaggiato l’Occidente. I suoi grandi protagonisti sono infatti, ancora oggi, e probabilmente per il prossimo futuro, imprese multinazionali nate negli Stati Uniti (Microsoft, Google, Apple, eccetera). Contemporaneamente il processo di deindustrializzazione/delocalizzazione che ha caratterizzato l’Occidente, potrebbe, in funzione della crescita dei salari in Oriente, colpire anche le recentemente emerse potenze manifatturiere asiatiche, con uno spostamento di capitali e investimenti verso nazioni che presentino un costo del lavoro inferiore, siano anch’esse asiatiche (India, Indonesia, Vietnam), meso/sudamericane o africane. È chiaramente difficile, se non impossibile, costruire un modello coerente che preveda il futuro, ma è forse azzardata un’interpretazione tendente a delineare chiare forze ascendenti e chiare forze discendenti, data la complessità delle dinamiche che regolano il mercato globale.

Altro fenomeno di particolare interesse, tra quelli presi in esame in questo primo capitolo introduttivo, è quello della disarticolazione: riprendendo il coefficiente di Gini, se da un lato si sta assistendo ad una convergenza dei redditi, e quindi ad una diminuzione della disuguaglianza tra aree geografico-politiche del mondo, dall’altra si sta osservando un tendenziale aumento delle disuguaglianze interne all’economie occidentali. Si è ossia verificata, tanto in Europa quanto in America, una frattura tra i vincitori della globalizzazione (le élite istruite altoborghesi) e i vinti (la classe operaia la cui identità sociale e forza contrattuale è stata fortemente indebolita dalla deindustrializzazione). Milanović paragona la situazione attuale in occidente a quella dei Paesi africani appena decolonizzati, durante i primi decenni della seconda metà del Novecento: società afflitte da una bassa coesione sociale e culturale, esacerbata da fortissime disuguaglianze economiche.

Il secondo capitolo, a parere di chi iscrive quello forse fondamentale, analizza in particolare lo sviluppo e le prospettive del capitalismo liberal-meritocratico. Milanović tratteggia una storia del capitalismo occidentale articolata in tre fasi: il capitalismo classico (la forma sviluppatasi tra l’Ottocento e l’inizio del Novecento), il capitalismo social-democratico (che nasce col New Deal e termina con la crisi petrolifera degli anni Settanta e il generale indebolimento delle tutele di welfare) e il capitalismo liberal-meritocratico (la forma attuale che coincide con la revanche del liberismo).

L’analisi dell’autore è molto dettagliata e ben ragionata; perciò, non riassumibile per intero in una recensione: ci si limiterà a prendere in considerazione i tratti di maggiore interesse e originalità da essa astraibili. La prima osservazione di Milanović riguarda l’aumento della quota del reddito da capitale sul reddito totale delle nazioni occidentali. Riprendendo l’interpretazione di Robert Solow, tale fenomeno viene ricondotto alla già citata diminuzione di potere contrattuale subita dai lavoratori. Il social tipo del lavoratore subordinato descritto da Lodovico Barassi, all’inizio del Ventesimo secolo, si è sgretolato: il proletariato è disperso e disarticolato, l’azione di aggregazione e organizzazione della lotta sindacale è resa sempre più difficile dalla preponderanza crescente delle “catene di valore globali”. Da questo nuovo assetto strutturale, meno protettivo nei confronti del lavoro come fattore di produzione e come fonte di dignità sociale, deriva l’aumento del reddito da capitale, e la complementare diminuzione, stagnazione o crescita meno che proporzionale del reddito da lavoro. La seconda osservazione riguarda il rafforzarsi del fenomeno dell’omogamia: ci si sposa sempre più spesso con partner dello stesso ceto. Non vi è, cioè, miscela tra le classi più ricche e quelle più povere. Ciò contribuisce chiaramente a perpetuare le disuguaglianze e ad evitare un efficace ricambio generazionale relativo. Determinante in questa trasformazione è stata probabilmente la diffusione di un impiego femminile generalizzato, che ha reso più conveniente il matrimonio tra persone con patrimoni e istruzione (più generalmente capitale umano) simili. La terza osservazione è forse la più rilevante delle tre, almeno a parere di chi scrive, e la più interessante dal punto di vista sociale: per la prima volta nella storia del capitalismo moderno vi è un’alta correlazione tra reddito da capitale e reddito da lavoro, ossia, coloro che hanno già una buona rendita da capitale tendono ad avere anche un reddito da lavoro ben maggiore di chi non la ha, e viceversa. L’alta borghesia si sta dunque progressivamente trasformando in una classe di iperprofessionisti, che reinvestono ciò che guadagnano. E, dall’altro punto di vista, coloro che possiedono già un buon reddito da capitale tendono comunque ad intraprendere carriere professionali molto ben pagate. Sempre più rara è, perciò, la figura del ricco che vive di sola rendita, il rentier di settecentesca memoria.

Il terzo capitolo riguarda, nello specifico, la nascita, l’evoluzione e la fenomenologia del capitalismo politico. Milanović incomincia la sua trattazione con una non casuale analisi storiografica degli effetti che il “comunismo” di matrice sovietica e il modello cinese maoista hanno avuto sull’economia e la politica globale. Riducendo la tesi sostenuta alla sua forma elementare, potremmo riassumere il pensiero dell’autore nella seguente proposizione: «Il socialismo reale, ottenuto attraverso la combinazione di una rivoluzione sociale ed una politica, ha avuto la funzione di industrializzare, dotare di un apparato statuale-burocratico centralizzato, e rendere politicamente indipendenti i popoli che erano rimasti alla periferia delle rivoluzioni industriali precedenti».

Inoltre, Milanović propone una relazione di inversa proporzionalità tra lo sviluppo capitalistico di partenza di una nazione e il successo economico del regime socialista instauratovisi. Su ciò è forse opportuno mantenere una giusta prudenza epistemologica: un tale rapporto potrebbe essere infatti determinato dal tipo di modello socialista impiegato dalla nazione in questione, storicamente quasi sempre riproduzione di quello sovietico, e dunque appositamente progettato per un Paese in via di sviluppo (come la Russia zarista) intenzionato ad ottenere una rapida industrializzazione. Si rischia cioè di mistificare la causa in effetto.

Per descrivere le principali caratteristiche del capitalismo politico individuate da Milanović, è forse opportuno citare direttamente lo schema proposto nel saggio: «A questo punto, può essere utile riassumere le caratteristiche sistemiche e le contraddizioni di fondo del capitalismo politico, così come le vedo io. Le tre caratteristiche sistemiche sono:1) burocrazia (amministrazione) efficiente; 2) assenza dello Stato di diritto; 3) autonomia dello Stato. Le contraddizioni sono: innanzitutto, lo scontro fra le caratteristiche sistemiche (1) e (2), vale a dire la contraddizione fra l’esigenza di una gestione impersonale degli affari necessaria per una buona burocrazia e l’applicazione discrezionale della legge. In secondo luogo, la contraddizione tra la corruzione endemica generata dall’assenza della certezza del diritto e la base su cui si fonda la legittimità del sistema. Vediamo, in un certo senso, che le contraddizioni derivano dalle caratteristiche principali del sistema».

Ciò che è forse più interessante notare del modello interpretativo proposto da Milanović è la seconda contraddizione: nonostante la necessità sistemica di una corruzione e di una discrezionalità del diritto endemiche, i regimi di capitalismo politico devono garantire una pace sociale e un livello minimo delle prestazioni tali da non generare eccessiva insoddisfazione, e dunque eventuale disobbedienza. Nella prefazione, tra l’altro, l’autore iscrive proprio in questo solco la più efficiente e sollecita reazione iniziale della Cina alla crisi pandemica (per quanto discutibile nei metodi).

Il capitolo quarto risulta essere meno organico e meno sistematico dei precedenti, ampliando la tematica generale attraverso la trattazione di una successione di problematiche economiche, politiche e sociali centrali per la gestione della contemporaneità, unite dal fil rouge della globalizzazione. Tra queste spiccano lo studio sulle migrazioni, imperniato sul concetto di “rendita di cittadinanza”, ossia il valore economico-commerciale che il possedere la cittadinanza di un determinato Paese garantisce, e quello sul fenomeno della corruzione, specialmente della sua funzione nei sistemi di capitalismo politico.

Il quinto e ultimo capitolo, è, come spesso accade in saggi di questo tipo, dedicato al futuro, o comunque alle tendenze del presente che plausibilmente potrebbero continuare nel breve e nel lungo termine. Milanović tratta lungamente dell’esternalizzazione della morale, del trapassare dell’interiorità deontologica nella legalità positiva, ossia, della diffusione e condivisione di una convinzione personale e ideologica secondo la quale ciò che si possa fare o non fare è determinato solo dalle regole giuridicamente coercibili. A questo discorso senza dubbio condivisibile, anche se forse trattato dall’autore con un pessimismo non del tutto giustificato, sarebbe forse opportuno accostare il fenomeno della mercificazione della morale, cioè della trasformazione di certi beni di consumo in feticci ideologico-politici, utili a riconoscersi in una determinata parte culturale (greenwashing, et similia). Segue la riflessione sulla trasformazione antropologica della persona, dell’homo novus del ventunesimo secolo, mutata in “centro di produzione capitalistica”, atomizzata e astratta dall’eticità primitiva della famiglia e della comunità elementare, portata a trasformare ogni sua azione e pensiero in uno strumento di produzione di ricchezza.

Ma quale futuro ci aspetta? Milanović non ritiene che vi siano, oggi, delle reali alternative al modo di produzione capitalista, ma che un miglioramento innovativo sia necessario, anzi irrinunciabile. Il capitalismo liberal-meritocratico ha bisogno di un nuovo paradigma, che renda competitivo e soprattutto socialmente sostenibile l’Occidente. Due sono le strade. Quella di gran lunga peggiore è la convergenza verso il capitalismo politico, chiaramente inaccettabile dal punto di vista etico e giuridico. L’altra, auspicata dall’autore, si presenta a sua volta in due sistemi, uno più moderato, l’altro più radicale:

  1. Il capitalismo popolare (il più moderato): tutti hanno quote equivalenti di reddito da lavoro e reddito da capitale all’interno della popolazione. Un aumento della quota di reddito da capitale sul reddito nazionale, dunque, ha effetti positivi su tutta la popolazione. Esiste comunque la disuguaglianza, per cui alcuni hanno reddito (sia da lavoro che da capitale) più alto, ma è mitigata dalla mobilità sociale;
  2. Il capitalismo egualitario (il più radicale): tutti hanno quantità equivalenti di reddito da lavoro e reddito da capitale; perciò, la disuguaglianza tende ad avere poca rilevanza.

 I modelli proposti da Milanović sono perciò entrambi improntati ad evitare la formazione di élite consolidate e inamovibili, e ad una redistribuzione indiretta della ricchezza, che mantenga però la spinta propulsiva verso lo sviluppo economico, determinata dall’interesse personale, propria del capitalismo.

Capitalismo contro capitalismo è, senza dubbio, un saggio ambizioso. Un progetto di ricerca sistematico, che tenta di valutare e mettere in relazione, attraverso un’analisi rigorosa e documentata, le molte variabili economiche, storiche e politiche che caratterizzano il mercato globale. Molte, specularmente, sono le critiche che si potrebbero avanzare nel merito, ma nessuna di esse, a mio parere, fondamentale. Capitalismo contro capitalismo è un libro da leggere, dunque, con attenzione, irrinunciabile per chiunque voglia approfondire il tema delle disuguaglianze globali, interne ed esterne, nel nostro complesso presente storico.

Scritto da
Tancredi Bendicenti

Studente di Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ha vinto il concorso di ammissione come allievo ordinario di Scienze Giuridiche presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

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