“Carlo Antoni. Un filosofo liberista” di Francesco Postorino

Carlo Antoni

Pubblichiamo volentieri questa recensione inviataci da Michele Lasala relativa al libro di Francesco Postorino “Carlo Antoni. Un filosofo liberista”. Pur nella distanza da diverse idee espresse dalla figura oggetto del libro, validamente esposte dall’autore e dal recensore, riteniamo importante avviare un lavoro di riscoperta e discussione sulla filosofia italiana, in particolare del Novecento, e contributi come questo non possono che essere utili per un dibattito sul valore che questa tradizione di pensiero presenta, in quanto tale ed in relazione al nostro tempo.


Recensione a: Francesco Postorino, Carlo Antoni. Un filosofo liberista, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016, 162 pp., 11,90 euro (Scheda libro).


Stiamo assistendo in questi ultimi anni a un interesse sempre crescente verso la filosofia italiana, soprattutto novecentesca; interesse che si inserisce nel più vasto dibattito intorno alla cosiddetta Italian Theory, che va avanti oramai da diverso tempo e che vede, tra gli altri, pensatori come Roberto Esposito interrogarsi sui possibili “caratteri” e le possibili “specificità” del pensiero nostrano considerato nell’arco della sua lunga avventura. Capita allora che vengano riscoperti, in questa curiosa ondata di studi sul Novecento filosofico italiano, autori grandissimi, ma poco conosciuti.

Ne è dimostrazione il bel libro di Francesco Postorino, Carlo Antoni. Un filosofo liberista (Rubbettino 2016, prefazione di Serge Audier). Bello a cominciare dalla copertina che, sotto il nome dell’autore e il titolo dell’opera, su uno sfondo chiaro color pergamena, reca il particolare di un capolavoro di Caspar David Friedrich, in cui, tra i ruderi di una chiesa, a fatica si scorge la presenza di due minuscoli contadini davanti alla propria casetta, immersi in una natura selvaggia e padrona. Quei contadini, nonostante la vastità della natura e la monumentalità dell’architettura, esistono, ed esistono con le loro rispettive e singolari identità, coi loro vissuti individuali e con le loro piccole storie da raccontare; esistono davanti alle rovine di un tempio che era sorto per celebrare ed esaltare ciò che per definizione non può in alcun modo morire: l’Eterno. Si ha quasi la percezione che qui sia l’individuo a possedere la storia e non la storia a possedere l’individuo, per usare una frase dello stesso Postorino, ma che egli usa con ben altra intenzione.

Ne sarebbe stato convinto anche Carlo Antoni (Senosecchia, Trieste, 1989 – Roma, 1959), la cui filosofia liberista ha ruotato proprio intorno al valore della singolarità dell’uomo, di contro sia a tutte quelle filosofie di derivazione hegeliana, per cui l’uomo sarebbe inghiottito nel divenire storico e dialettico dello Spirito, e sia in opposizione a ogni forma di esistenzialismo, dove l’individuo sembrerebbe destinato a naufragare nel nulla o – considerando il Dasein di Heidegger – a «essere-per-la-morte». Agli occhi di Antoni infatti l’uomo non è un ente fra gli enti, ma addirittura esso coinciderebbe con l’universale. Per questo motivo gioca un ruolo fondamentale nella teoresi di Antoni la dimensione estetica, grazie alla quale l’individuo può capire di essere «di più» di un semplice “dato” mondano e scoprire dentro di sé il valore e il dono della gratuità spirituale.

Nel libro di Postorino, il pensiero politico di Antoni si offre gradualmente ai nostri occhi in tutta la sua complessità e originalità. L’A. non a caso divide il suo lavoro in due parti: la prima è dedicata alla filosofia di Antoni; la seconda è dedicata alla politica del filosofo triestino. E ciò per meglio favorire, partendo proprio dall’universo teoretico di matrice crociana del pensatore, una adeguata comprensione e interpretazione del suo particolare liberalismo progressista dal sapore squisitamente antihegeliano.

Ma anche per mettere ben in evidenza quel «divario» di pensiero che pur separa Antoni dal suo maestro Benedetto Croce. Infatti Postorino analizza il pensiero di Antoni in un serrato e costante confronto col filosofo abruzzese, così da sottolineare, in un certo modo, ciò che è vivo e ciò che è morto della dottrina di Croce nella riflessione del suo discepolo neo-giusnaturalista.

È ancora viva per esempio la scansione dello spirito in quattro distinti momenti: estetico, economico, logico ed etico; anche se in Antoni queste espressioni dello spirito assumeranno diversa valenza rispetto a Croce, andando così a rappresentare i motivi di una riflessione del tutto autonoma. A cominciare dal significato che Antoni attribuisce all’arte. Per il filosofo triestino l’arte è la dimensione dell’«io-bambino», dove l’uomo immagina e «sogna ad occhi aperti in una riscoperta fanciullezza» e l’artista, che è capace di giungere alla sintesi a priori di intuizione ed espressione, di forma e contenuto, è quel «bambino particolare» che non recide il legame poetico tra ciò che è reale e ciò che reale non è. In questo modo l’artista sfugge al tempo e a qualsiasi economica «narrazione dell’utile» per incamminarsi verso la luce autentica della verità e della bellezza. E, nel dono del gratuito, riconoscere la falsità della nietzschiana morte di Dio e di ogni forma di angosciante nichilismo. Se la bellezza appartiene all’artista, o comunque allo strato più recondito dell’io, la bruttezza appartiene alla natura, alla temporalità dell’uomo comune, di quell’uomo che ha perduto il senso del mondo e di sé.

Tuttavia, secondo Antoni l’arte è strettamente connessa all’utile, perché da un lato l’uomo ha sempre interiorizzato l’infinito, dall’altro lato egli ha sempre agito, ha sempre voluto; e «riscoprire il motore della vita, la vitalità, i primi granelli della volontà», scrive Postorino, è indispensabile «per rivisitare con maggior senso etico l’universale». Cioè l’infinito che è dentro l’uomo. In questo rapporto strettissimo che Antoni individua tra l’estetica e l’economia, e cioè tra il bello e l’utile, trova spazio il senso trascendentale che egli attribuisce alla democrazia, vista come – diversamente da Croce – raccoglimento dell’io; mentre l’atto etico-politico del voto esprimerebbe, in questa particolare concezione, un insieme di speranze e sentimenti; narrerebbe, in sostanza, una biografia. Nella dimensione democratica, dunque, l’io esiste; ed esiste perché racconta se stesso, o – come avrebbe detto Armando Carlini, filosofo che, come Antoni, andrebbe riscoperto – l’io si esistenzializza, cioè agisce nel mondo dando vita alla realtà etico-sociale. «L’“io” di Antoni» – precisa l’A. – «è sentito come il respiro irreversibile dell’universale concreto, che a sua volta si riflette nelle molteplici situazioni in cui le categorie si individualizzano e le singole opere si universalizzano».

Nella visione di Antoni il liberalismo rivolge cristianamente lo sguardo alla dimensione spirituale dell’individuo, in opposizione a qualsiasi concezione di stampo socialista, che invece dovrebbe piuttosto esser posta su un piano per così dire «a-spirituale». Inoltre la sua concezione economico-politica della libertà lo porta a prendere le distanze dal marxismo; distanze che Antoni stesso denuncia già nel 1951, quando, scrivendo il «Manifesto per la libertà della cultura», arriverà a dichiarare – facendo irritare lo storico dell’arte e marxista Ranuccio Bianchi Bandinelli – che «qualsiasi regime non tolleri la libertà è destinato a cadere perché è artificioso e debole internamente». E la libertà che il regime dovrebbe tollerare è sempre e comunque quella del singolo, dell’uomo inteso nella sua genuina spiritualità, affinché l’uomo possa emanciparsi e attualizzare la sua identità, narrare, in altre parole, il suo vissuto esistenziale.

Anche per questo Antoni prenderà le distanze da Guido Calogero, il cui liberalsocialismo poteva essere scisso in due aspetti, uno di contenuto, riconducibile all’ambito del politico, e perciò mutevole e storico; e uno di principio, inerente la sfera dell’etica, coincidente in sostanza con il Sollen. Il liberalsocialismo di Calogero si tradurrebbe allora nella “giusta libertà” che occorre attribuire, grazie ai mezzi politici opportuni, alla umanità. Ma per Antoni l’individuo non può subordinarsi alle regole o al «ritmo democratico», né ricevere una libertà dall’alto, e questo perché la democrazia non è un fuori, ma è intimamente connessa alla vita interiore dell’uomo, andando così a rappresentare – come scrive l’A. – «il racconto liberale di un io che versa in una precisa condizione particolare» ed è «l’atto più importante e pubblico di promovimento dell’io interiore». Diverso rapporto invece instaurerà Antoni con l’ultimo de Ruggiero, il cui liberalismo sociale non sembrerà poi tanto differente rispetto al suo; e ancor più stretta sarà l’affinità che il filosofo triestino manifesterà nei confronti del liberalismo di Omodeo, secondo il quale – seguendo l’insegnamento di Croce – la libertà altro non sarebbe che il principio regolatore della giustizia, mettendo così in evidenza la superiorità morale della prima rispetto alla seconda.

Nel capitolo Il partito liberale Postorino tratteggia velocemente, ma in modo magistrale, quella che è la politica dell’“accadimento” in Croce, focalizzando l’attenzione sulla natura e i caratteri del Partito liberale, fondato dal filosofo abruzzese e da lui stesso riformulato nel ’43, quando oramai il fascismo non rappresentava già più una seria minaccia, e Croce doveva fare i conti coi nuovi nemici: il Partito d’Azione e il Partito comunista. Il Partito, diversamente da come lo intenderà Carlo Antoni, viene concepito da Croce come un «pre-partito», avente lo scopo di promuovere e far rispettare la libertà. Non già la libertà del singolo, ma quella Libertà che rappresenterebbe idealisticamente la vera stoffa del reale o, detto in maniera diversa, il vero senso della Storia. Da questo punto di vista, la Libertà di Croce non è poi molto dissimile dalla raison illuminista, perché come questa poteva governare il mondo attraverso lo strumento critico e analitico, la Libertà crociana divinamente segna le tappe dell’accadere storico e umano. Stando così le cose, il Partito liberale per il filosofo neoidealista non può intervenire sulla vita politica e sociale, poiché l’uomo non può agire con le sue leggi sulla Libertà dello spirito. Ed è per questo che per Croce – come ricorda l’A. – «La politica del Partito liberale non può inseguire un Sollen e neppure un qualunque modello ideologico volto a migliorare la vita. Si tratta di un partito che non vuole poiché è vissuto dalla Storia». Da qui si comprende il perché quello di Croce è inteso come un «pre-partito». Tale perché viene prima di ogni possibile ideologia. E se non può intervenire nell’accadere delle cose alterandone l’ordine, esso può almeno cercare di favorire l’ingresso della Storia nella dimensione umana e mondana. La libertà politica è dunque guidata da una forza superiore, da una ragione storica.

Ma questa visione normativa dell’accadimento, presente nel Partito liberale di Croce, non è accettata da Carlo Antoni, per il quale il Partito deve piuttosto intervenire sui fatti perché esso ha come scopo quello di promuovere la vita dell’uomo e non – come vorrebbe Croce – la conservazione dello spirito; deve, in altre parole, favorire l’elevazione morale, la quale può essere ottenuta per Antoni soltanto mediante “politiche normative”. È l’uomo, dunque, al centro degli interessi del Partito liberale di Antoni e non la Storia, dal momento che l’uomo non è solo un fine in sé, ma è anche «lo spirito assoluto aperto alla storicità», come scrive Postorino. Ed ecco allora perché lo stesso A. ama ripetere, più volte nel testo, che «l’individuo di Antoni si storicizza e non si storicizza». L’individuo si storicizza nella misura in cui esprime se stesso e il suo vissuto nella storia e nella dimensione democratica; ma allo stesso tempo non si storicizza proprio perché esso non può in alcun modo essere annientato dal divenire della Storia, né ridotto a mero strumento o «pseudoconcetto» dello Spirito, della Libertà. Il vero oggetto del Partito liberale, nella visione di Antoni, è proprio quella componente dell’uomo che non può essere storicizzata e che coincide con la sua spiritualità. «Il suo Partito liberale», scrive l’A., «deve riflettere la continua ricerca del volto etico dell’uomo». Tuttavia, col passare degli anni, Antoni conferirà al suo liberalismo una connotazione alquanto differente, spostando egli sempre più l’attenzione dall’individuo, considerato nella sua accezione più universale, a quel «ceto medio» rappresentato dalla classe della borghesia moderna e imprenditoriale; quel ceto cioè che più sarebbe stato in grado di amare e intendere i suoi principi, come Antoni stesso scrive nel ’44 in L’avanguardia della libertà, lavoro che assieme a Sulla storia d’Italia (1943) e a Ciò che è vivo e ciò che è morto nella dottrina di Carlo Marx (1944) andrà a definire i contorni e la fisionomia del suo liberalismo a cavallo tra la caduta del fascismo e il nascente regime democratico. Un cambiamento di rotta che porterà Antoni ad abbracciare già dal ’47 le scelte – seppur con le dovute riserve – della Mont Pèlerin Society, la società internazionale svizzera che promuoverà il libero mercato e che vedrà tra i suoi membri anche Luigi Einaudi.

L’accento posto sul ceto medio borghese è dovuto al fatto che, secondo il filosofo triestino, «l’intero processo della società moderna è diretto […] non verso la degradazione al proletariato universale, ma alla progressiva elevazione all’unico ceto cosiddetto “medio”». Al borgese moderno deve dunque d’ora in poi guardare il Partito liberale, senza però dimenticare la sfera spirituale dell’uomo. Una visione questa che però non potrà trovare le simpatie, nel ’54, del nuovo segretario del Partito liberale Giovanni Malagodi, che invece orienterà la sua politica verso una direzione più conservatrice. Antoni deciderà così di abbandonare il Partito liberale e aderire in seguito al Partito radicale, nato nel febbraio del 1956, vedendo egli in esso una vera alternativa non soltanto all’utopia comunista ma anche allo stesso liberalismo conservatore di Malagodi. Il Partito radicale rappresenterà per Antoni, negli ultimi suoi anni, lo strumento necessario per andare «alla radice delle cose», compreso l’individuo, la cui radice consisterebbe nella genuina sfera del «gratuito», in quella legge morale di kantiana memoria cui Antoni ha sempre creduto lungo l’intero arco della sua vita e per cui ha lottato sino alla morte sviluppando quindi un “liberismo” «volto a promuovere» come sottolinea Postorino, «l’energia morale di ciascun uomo».


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Laureato in Scienze filosofiche presso l’Università degli studi di Bari con una tesi dal titolo "Armando Carlini e il problema della metafisica". Autore di diversi articoli di critica d’arte, di saggi e di prefazioni. Tra i suoi lavori, Was ist Metaphysik? Armando Carlini interprete di Martin Heidegger (Limina Mentis Editore, 2016). Attualmente i suoi interessi sono orientati verso il pensiero italiano, con particolare attenzione ai filosofi della prima metà del XX secolo.

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