Carlo Levi e la narrazione dell’Altro
- 28 Novembre 2018

Carlo Levi e la narrazione dell’Altro

Scritto da Michelangelo Morelli

9 minuti di lettura

A più di settant’anni dalla prima pubblicazione Cristo si è fermato a Eboli rimane una delle pietre miliari della letteratura contemporanea italiana. In quelle pagine memorabili Carlo Levi riuscì nell’impresa di immortalare un “altro” lontano dai canoni della Storia ufficiale. La sua narrazione si presenta come l’apice di quello sforzo conoscitivo e ontologico che caratterizzò la vita dell’intellettuale torinese, testimoniato dall’impegno politico attivo e dalla costante ricerca di nuove modalità espressive in campo pittorico.

Carlo Levi nacque il 29 novembre 1902 a Torino da un’agiata famiglia borghese di origine ebraica: il padre, Ercole Raffaele Levi, era rappresentante di una ditta inglese di tessuti, mentre la madre Annetta Treves era la sorella del leader socialista Claudio Treves. Dopo aver terminato gli studi liceali Levi si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Torino. In quegli anni conobbe Piero Gobetti, fondatore nel 1922 della rivista Rivoluzione Liberale, che lo introdusse agli ambienti dell’avanguardia pittorica torinese, che allora gravitava intorno alla scuola del novarese Felice Casorati.

La passione di Levi per la scrittura, già presente negli anni della gioventù, si accompagnò a una forte vocazione per la pittura. La sua formazione artistica si svolse inizialmente in ambito familiare, essendo il padre disegnatore e pittore dilettante. Fu però l’incontro con Casorati nel 1923 a orientarlo a un maggior impegno nella pittura, arrivando nel 1924 a esporre un proprio quadro, Arcadia, alla XIV Biennale di Venezia. Già l’anno prima Levi aveva soggiornato a Parigi, dove venne a contatto per la prima volta con le opere dei Fauves, leggendovi un incitamento alla ribellione contro la stantia cultura di regime del fascismo.

Nel 1924 Levi si laureò in medicina all’Università di Torino, dove collaborò fino al 1928 come assistente presso la Clinica Medica dell’ateneo, preferendo però alla professione medica l’attività politica e pittorica. Quest’ultima, arricchita in quegli anni dalla lezione di Casorati e dall’esperienza parigina dei Fauves, registrò un importante cambiamento stilistico, influenzato prima dalla Scuola di Parigi[1] e proseguito poi con l’incontro con Amedeo Modigliani tra il 1929 e il 1930.

Verso la fine del 1928 Levi, stimolato dai critici d’arte Edoardo Persico e Lionello Venturi, diede vita insieme ad altri pittori[2] al movimento pittorico dei Sei di Torino, che lo portò a esporre in una serie di mostre fino al 1931. Il gruppo si poneva in netto contrasto sia con il conformismo proprio dell’arte di regime sia con il modernismo ipocrita rappresentato dal movimento futurista. L’esperienza artistica torinese si muoveva al contrario in un’ottica anticonformista ed europeista, lontana dalla ritualità grigia e oppressiva del fascismo e da qualsiasi imposizione autarchica.

L’impegno in campo artistico di Carlo Levi fu per molti versi il movente e il motore della sua attività politica. L’amicizia con Gobetti e l’esperienza di Rivoluzione Liberale durante gli anni Venti lo avevano portato a incontrare personalità di spicco del mondo politico antifascista, tra cui i fratelli Carlo e Nello Rosselli. Con quest’ultimo, reduce insieme al fratello dal confino a Lipari, diede alle stampe nel 1929 La Lotta Politica, rivista di brevissima durata (ne uscì solo un numero) che già prefigurava la strategia politica perseguita dal movimento Giustizia e Libertà, fondato da Carlo Rosselli qualche mese dopo e a cui Levi aderì, partecipando attivamente alla stesura del Programma rivoluzionario di Giustizia e Libertà. I soggiorni parigini di Levi tra il 1931 e il 1933 furono vitali per stabilire un collegamento tra gli antifascisti operanti clandestinamente a Torino e la galassia degli esuli italiani in Francia, finendo con l’assumere de facto una sorta di leadership nella cospirazione contro il regime.

L’ostilità di Levi al Fascismo prendeva le mosse dalle peculiarità proprie dell’arte fascista, ritenuta dal pittore torinese la forma visibile dell’oppressione e della censura artistica di regime. Alla vuotezza e ipocrisia dell’arte fascista Levi opponeva invece una piena libertà di espressione, che costituiva uno dei capisaldi dell’ideologia alla base del liberalismo di matrice gobettiana e del liberal-socialismo di Giustizia e Libertà.

L’impegno politico di Levi subì una prima battuta d’arresto il 13 marzo 1934, quando venne arrestato ad Alassio e internato nel carcere di Torino per sospetta partecipazione al movimento di Giustizia e Libertà. Rilasciato con un’ammonizione il 9 maggio, fu arrestato nuovamente il 15 maggio del 1935, e dopo un breve soggiorno nel carcere di Regina Coeli a Roma il 15 luglio venne condannato a tre anni di confino da scontare nel piccolo paese lucano di Grassano, in provincia di Matera.

 

Carlo Levi al confino nella terra senza Cristo

Carlo Levi arrivò a Grassano il 3 agosto del 1935, «una piccola Gerusalemme immaginaria nella solitudine di un deserto»[3], dove restò però per un solo mese. Il prefetto di Matera infatti, per timore dell’arrivo di bagagli e persone che potessero sfuggire alla censura, propose il trasferimento di Levi da Grassano ad Aliano, minuscolo villaggio al confine tra le due province lucane, in cui Levi resterà fino al maggio del 1936.

L’esperienza del confino lucano fu raccontata da Levi nel suo capolavoro Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato nel settembre 1945 dall’editore Einaudi. Il libro nacque a Firenze da una sorta di sfida letteraria tra Levi stesso e lo scrittore bolognese Manlio Cancogni. Quest’ultimo, ex ufficiale che aveva combattuto in Albania, rinunciò subito dopo aver letto l’incipit scritto da Levi, che in otto mesi di intenso lavorio, in una Firenze schiacciata dal giogo nazifascista, scrisse pagine memorabili su quel Meridione dimenticato persino dalla parola di Cristo.

Il Cristo di Levi rappresenta l’inizio della Storia, che nel contesto raccontato significa allo stesso modo la fine di essa. La Lucania è un mondo dove la Storia è sospesa in una bolla, terminata senza nemmeno iniziare, anzi limitandosi a toccarla come la ferrovia, simbolo del progresso e perciò della Storia in movimento, che arriva solo nell’estrema propaggine campana. L’uomo senza Storia di Levi è la rappresentazione tragica di una creatura senza scopo, irrisa dal destino persino dallo stesso dialetto, quello lucano, che definisce “cristiano” proprio colui che Cristo non l’ha mai davvero conosciuto.

La terra brulla della Lucania è dipinta da Levi (in senso letterario e artistico)[4] sì come la landa degli uomini rassegnati e senza speranza, ma anche come una realtà magica e stregonesca, in cui la superstizione diventa la sostanza della ritualità vuota e insensata del Cristianesimo. I due pilastri della Storia, il Cristo e lo Stato, la religione e la politica, nel racconto assurgono a espressioni di quel Male inestirpabile che flagella da sempre la vita contadina, scandita dai rintocchi del campanile e dalle adunate di piazza convocate dal podestà. Nel Cristo si è fermato a Eboli l’Indifferenza regna incontrastata, sia da parte degli oppressi sia da parte degli oppressori, entrambi attori di un teatro sospeso al di sopra della “fiumana del progresso”.

Carlo Levi

Il confino di Levi ebbe termine il 20 maggio del 1936, quando il ministero degli interni dispose la liberazione dei confinati politici in occasione della proclamazione dell’Impero[5]. Tornato a Torino il 26 di quello stesso mese riprese contestualmente l’attività politica e artistica, esponendo in quell’anno a Genova e a Milano alcuni suoi dipinti realizzati durante il confino. L’anno seguente fu segnato dalla nascita della figlia Anna, avuta dalla relazione con Paola Levi, e dalla morte di Carlo e Nello Rosselli, assassinati in Francia il 9 giugno da alcuni fascisti francesi, probabilmente su ordine del regime fascista italiano.

La promulgazione delle leggi razziali in Italia nel 1938 costrinse Levi a rifugiarsi in Francia a La Baule, presso St. Nazaire in Bretagna. In questo periodo rifiutò di trasferirsi negli Stati Uniti, come avrebbe voluto la moglie Paola (trasferitasi nell’estate del 1940 a San Domenico di Fiesole), approfittando del visto internazionale concesso dal presidente Roosevelt agli intellettuali europei perseguitati. Nella primavera 1941 fece ritornò in Italia, stabilendosi a Firenze, e l’anno seguente aderì al Partito d’Azione, divenendone uno dei principali animatori.

Nell’aprile del 1943 Levi venne arrestato e internato prima al carcere torinese de Le Nuove e poi alle Murate di Firenze, dove rimarrà fino al 26 luglio di quell’anno. Dopo la liberazione di Firenze, avvenuta l’11 agosto del 1944, partecipò come rappresentante del Partito d’Azione al Comitato di Liberazione Toscano, assumendo nel settembre di quell’anno la conduzione del quotidiano del CLN La Nazione del Popolo in quota Pd’A. Nel Giugno del 1945 si trasferì a Roma, dove assunse la direzione de L’Italia Libera, organo nazionale azionista, partecipando a diverse iniziative e inchieste politico-sociali sull’arretratezza del Mezzogiorno.

 

Dopo la guerra

Nel 1945 Einaudi pubblicò la prima edizione di Cristo si è fermato a Eboli, che ottenne immediatamente un notevole successo in tutto il mondo. Gli anni del successo letterario furono anche quella di una compiuta maturazione dello stile pittorico: allo stile espressionista sviluppato nel corso degli anni Venti e Trenta Levi sostituì una pittura ispirata ai canoni del neorealismo, declinata sapientemente in moltissimi dipinti di tema meridionalista.

L’impegno politico di Levi proseguì con la candidatura per l’Assemblea Costituente nel maggio 1946 nella lista di Concentrazione Democratica Repubblicana per il collegio Bari-Foggia e in quello Potenza-Matera, dove raccolse solo 252 voti di preferenza. La successiva eclissi del Partito d’Azione e i torbidi rivolgimenti politici degli anni della Ricostruzione provocheranno una profonda lacerazione politica in Levi, espressa magistralmente in suo romanzo del 1950, L’Orologio, dove l’ironico sdegno verso la classe politica italiana viene esemplificato nella figura di Ferruccio Parri[6], tristemente definito un «crisantemo su un letamaio».

Nel corso degli anni Cinquanta Levi intraprese una serie di viaggi in Italia e all’estero, trasposti poi in varie opere letterarie. Tra il 1951 e il 1952 si recò in Calabria, viaggiando da Melissa alla Sila in compagnia dello scrittore Rocco Scotellaro, conosciuto nel corso della fallimentare campagna elettorale per la Costituente nel 1946. Nello stesso periodo visitò due volte la Sicilia, recandovisi nuovamente nel marzo del 1955: risultato di questi viaggi nell’isola fu Le parole sono pietre. Tre giornate in Sicilia, diario dei tre viaggi tra 1952 e 1955, in cui era ritratta la miseria di un mondo altrettanto dimenticato come la Lucania, quello dei contadini siciliani, completamente sottomesso ai privilegi dei potenti.

Carlo Levi

Sempre nel 1955 fu la volta dell’URSS, toccata da Levi tra il 17 ottobre e il 19 novembre, la cui esperienza fu trasposta ne Il futuro ha un cuore antico. Viaggio in Unione Sovietica, ritratto di un Paese, la Russia, custode di sentimenti e costumi antichi, risalenti a quando l’Europa era unita e credeva in alcune poche verità ideali, fiduciosa nell’avvenire e della propria esistenza. L’ultimo resoconto di viaggio pubblicato fu La doppia notte dei tigli nel 1959, tratto dall’esperienza di viaggio in Germania: al contrario dell’empatia verso i paesi visitati, tipica dei precedenti scritti, Levi identificava nella Germania un qualcosa di completamente alieno, aggredendola da tutti lati per far emergere la sua reale essenza al di là delle vetrine scintillanti del miracolo economico tedesco. Al contrario di queste esperienze, le corrispondenze e gli appunti tenuti nei viaggi in India (1956) e in Cina (1959) non furono raccolti dall’autore in un volume.

Gli anni Sessanta aprirono una nuova e intensa fase politica nella vita di Levi. Gli scontri di Genova del giugno 1960[7] lo videro infatti in prima linea nella battaglia antifascista, pronunciando il 6 agosto di quell’anno un accorato discorso in piazza della Libertà a Reggio Emilia in memoria dei caduti di quegli scontri. Il 28 aprile del 1963 venne eletto senatore nel collegio di Civitavecchia come indipendente nelle liste del Pci, entrando nel gruppo misto e nella commissioni istruzione pubblica e belle arti. Riconfermato senatore nel 1968 nel collegio di Velletri in lista PCI-PSIUP, entrò a far parte del gruppo parlamentare della Sinistra Indipendente.

Durante gli anni a Palazzo Madama Levi intervenne su questioni di politica interna, in particolare sulla questione meridionale e sul fenomeno dell’emigrazione, condividendo (seppur da indipendente) la strategia del PCI di opposizione alla nascente coalizione di centrosinistra. Si occupò inoltre di questioni di politica estera, come la guerra del Vietnam e la “primavera di Praga”, e di temi marcatamente culturali, come la tutela dei beni artistici e paesaggistici. Venne ricandidato nel 1972 nel collegio di Caltagirone in lista Pci, ma non venne rieletto.

Nel gennaio del 1973 Levi subì il distacco della retina, in seguito al quale venne operato due volte all’Ospedale San Domenico di Roma. La temporanea perdita della vista non gli impedì di realizzare nuovi disegni e anche, con l’ausilio di uno speciale telaio, la stesura di Quaderno a cancelli, diario autobiografico pubblicato postumo nel 1979 in cui emerge lo stato di sconforto e vulnerabilità che colpì Levi negli ultimi anni di vita. Il 23 dicembre 1974 fu ricoverato al policlinico di Roma, dove si spense il 4 gennaio 1975 dopo alcuni giorni di coma.

Carlo Levi visse tre vite in una sola: dapprima medico, poi artista e scrittore, costantemente guidato dall’aspirazione alla piena comprensione del reale in tutte le sue forme e aspetti. L’immenso rispetto per la vita, di cui l’amore per la Lucania è testimonianza esemplare, fu la sorgente di un impegno politico umanamente sentito e di un’arte sospesa tra espressione emotiva e indagine. La narrazione artistica e letteraria di Levi, lungi dall’essere semplice sentimentalismo o per converso grigio reportage di luoghi e personaggi, è in realtà uno strumento prezioso per sondare le pieghe di un’epoca ambigua e senza riposo, di cui egli fu sempre attento e mai banale interprete.


[1] Per Scuola di Parigi si intende convenzionalmente l’insieme di artisti francesi e stranieri che vissero e operarono a Parigi nel periodo tra l’inizio del XX secolo e la seconda guerra mondiale. La Scuola, in cui operavano esponenti di più correnti artistiche, vantava nomi del calibro di Pablo Picasso, Amedeo Modigliani, Joan Mirò, Henri Matisse e Marc Chagall.

[2] Oltre a Levi i componenti del movimento furono Gigi Chessa, Nicola Galante, Francesco Menzio, Enrico Paulucci e Jessie Boswell.

[3] Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi, Torino 2014, p. 5

[4] L’attività pittorica di Levi proseguì durante il confino, registrando anzi un aumento nella produzione di opere, specialmente durante il periodo in cui gli fu proibito l’esercizio della professione medica ad Aliano.

[5] La guerra italo-etiopica (ottobre 1935-maggio 1936) si concluse con l’annessione italiana dell’Etiopia, la creazione dell’Africa Orientale Italia e la proclamazione dell’Impero Italiano (5 maggio).

[7] Il 30 giugno 1960 ebbe luogo una manifestazione antifascista a Genova in risposta alla volontà dei neofascisti di tenere nella città il sesto congresso del MSI, per giunta nei pressi di un sacrario della Resistenza. Gli scontri che ne derivarono tra manifestanti e forze dell’ordine si propagarono in tutta l’Italia nella prima metà di giugno con morti e feriti.

Scritto da
Michelangelo Morelli

Nato nel 1996. Laureato in Storia delle Istituzioni Politiche all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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