Carlo Levi e la narrazione dell’Altro

Carlo Levi

A più di settant’anni dalla prima pubblicazione Cristo si è fermato a Eboli rimane una delle pietre miliari della letteratura contemporanea italiana. In quelle pagine memorabili Carlo Levi riuscì nell’impresa di immortalare un “altro” lontano dai canoni della Storia ufficiale. La sua narrazione si presenta come l’apice di quello sforzo conoscitivo e ontologico che caratterizzò la vita dell’intellettuale torinese, testimoniato dall’impegno politico attivo e dalla costante ricerca di nuove modalità espressive in campo pittorico.

Carlo Levi nacque il 29 novembre 1902 a Torino da un’agiata famiglia borghese di origine ebraica: il padre, Ercole Raffaele Levi, era rappresentante di una ditta inglese di tessuti, mentre la madre Annetta Treves era la sorella del leader socialista Claudio Treves. Dopo aver terminato gli studi liceali Levi si iscrisse alla facoltà di medicina dell’Università di Torino. In quegli anni conobbe Piero Gobetti, fondatore nel 1922 della rivista Rivoluzione Liberale, che lo introdusse agli ambienti dell’avanguardia pittorica torinese, che allora gravitava intorno alla scuola del novarese Felice Casorati.

La passione di Levi per la scrittura, già presente negli anni della gioventù, si accompagnò a una forte vocazione per la pittura. La sua formazione artistica si svolse inizialmente in ambito familiare, essendo il padre disegnatore e pittore dilettante. Fu però l’incontro con Casorati nel 1923 a orientarlo a un maggior impegno nella pittura, arrivando nel 1924 a esporre un proprio quadro, Arcadia, alla XIV Biennale di Venezia. Già l’anno prima Levi aveva soggiornato a Parigi, dove venne a contatto per la prima volta con le opere dei Fauves, leggendovi un incitamento alla ribellione contro la stantia cultura di regime del fascismo.

Nel 1924 Levi si laureò in medicina all’Università di Torino, dove collaborò fino al 1928 come assistente presso la Clinica Medica dell’ateneo, preferendo però alla professione medica l’attività politica e pittorica. Quest’ultima, arricchita in quegli anni dalla lezione di Casorati e dall’esperienza parigina dei Fauves, registrò un importante cambiamento stilistico, influenzato prima dalla Scuola di Parigi[1] e proseguito poi con l’incontro con Amedeo Modigliani tra il 1929 e il 1930.

Verso la fine del 1928 Levi, stimolato dai critici d’arte Edoardo Persico e Lionello Venturi, diede vita insieme ad altri pittori[2] al movimento pittorico dei Sei di Torino, che lo portò a esporre in una serie di mostre fino al 1931. Il gruppo si poneva in netto contrasto sia con il conformismo proprio dell’arte di regime sia con il modernismo ipocrita rappresentato dal movimento futurista. L’esperienza artistica torinese si muoveva al contrario in un’ottica anticonformista ed europeista, lontana dalla ritualità grigia e oppressiva del fascismo e da qualsiasi imposizione autarchica.

L’impegno in campo artistico di Carlo Levi fu per molti versi il movente e il motore della sua attività politica. L’amicizia con Gobetti e l’esperienza di Rivoluzione Liberale durante gli anni Venti lo avevano portato a incontrare personalità di spicco del mondo politico antifascista, tra cui i fratelli Carlo e Nello Rosselli. Con quest’ultimo, reduce insieme al fratello dal confino a Lipari, diede alle stampe nel 1929 La Lotta Politica, rivista di brevissima durata (ne uscì solo un numero) che già prefigurava la strategia politica perseguita dal movimento Giustizia e Libertà, fondato da Carlo Rosselli qualche mese dopo e a cui Levi aderì, partecipando attivamente alla stesura del Programma rivoluzionario di Giustizia e Libertà. I soggiorni parigini di Levi tra il 1931 e il 1933 furono vitali per stabilire un collegamento tra gli antifascisti operanti clandestinamente a Torino e la galassia degli esuli italiani in Francia, finendo con l’assumere de facto una sorta di leadership nella cospirazione contro il regime.

L’ostilità di Levi al Fascismo prendeva le mosse dalle peculiarità proprie dell’arte fascista, ritenuta dal pittore torinese la forma visibile dell’oppressione e della censura artistica di regime. Alla vuotezza e ipocrisia dell’arte fascista Levi opponeva invece una piena libertà di espressione, che costituiva uno dei capisaldi dell’ideologia alla base del liberalismo di matrice gobettiana e del liberal-socialismo di Giustizia e Libertà.

L’impegno politico di Levi subì una prima battuta d’arresto il 13 marzo 1934, quando venne arrestato ad Alassio e internato nel carcere di Torino per sospetta partecipazione al movimento di Giustizia e Libertà. Rilasciato con un’ammonizione il 9 maggio, fu arrestato nuovamente il 15 maggio del 1935, e dopo un breve soggiorno nel carcere di Regina Coeli a Roma il 15 luglio venne condannato a tre anni di confino da scontare nel piccolo paese lucano di Grassano, in provincia di Matera.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Pennelli e antifascismo

Pagina 2: Carlo Levi al confino nella terra senza Cristo

Pagina 3: Dopo la guerra


[1] Per Scuola di Parigi si intende convenzionalmente l’insieme di artisti francesi e stranieri che vissero e operarono a Parigi nel periodo tra l’inizio del XX secolo e la seconda guerra mondiale. La Scuola, in cui operavano esponenti di più correnti artistiche, vantava nomi del calibro di Pablo Picasso, Amedeo Modigliani, Joan Mirò, Henri Matisse e Marc Chagall.

[2] Oltre a Levi i componenti del movimento furono Gigi Chessa, Nicola Galante, Francesco Menzio, Enrico Paulucci e Jessie Boswell.


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Nato nel 1996. Laureando in Storia all’Università di Bologna. Si occupa prevalentemente di storia del Novecento, con una particolare attenzione per la seconda metà del secolo e per la teoria e prassi dei principali partiti europei.

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