I cento giorni di Bolsonaro
- 26 Marzo 2019

I cento giorni di Bolsonaro

Scritto da Federico Nastasi e Giuliano Yajima

9 minuti di lettura

Pagina 2 – Torna all’inizio

Militari, la spina dorsale del governo

I militari rappresentano la spina dorsale del governo, con sette ministri (tra i quali difesa, scienza e tecnologia, miniera e energia, relazioni col parlamento) più il vicepresidente, Hamiltón Mourão. Era dai tempi della dittatura militare, 1964-85, che non si registrava una presenza così forte di militari al governo. E Jair Bolsonaro, capitano di riserva dell’Esercito, è il primo militare a divenire presidente dopo la fine della dittatura. Alcuni commentatori internazionali si sono quindi chiesti se il nuovo governo non sia una forma mista di amministrazione civile e militare[3].

L’anticomunismo di Bolsonaro, la promessa di liberare il Brasile dal socialismo che sarebbe stato instaurato dai governi Lula-Roussef, è uno dei punti di contatto maggiore con i settori conservatori e legati al potere militare, i nostalgici della dittatura che credono che il golpe militare salvò il Brasile dal comunismo durante la guerra fredda. Il giudizio di Bolsonaro sul ventennio di dittatura è molto chiaro: nel votare a favore dell’impeachment alla ex presidente Dilma Roussef, Bolsonaro ha dedicato il suo voto al colonnello Brilhante Ustra, il torturatore della Roussef durante gli anni della dittatura. Di recente ha inoltre dichiarato che la democrazia e lo stato di diritto esistono grazie alla presenza dei militari.

Nei primi giorni di governo, ha spostato sotto l’egida del Ministero dei diritti umani la commissione per l’amnistia, incaricata di valutare le richieste di indennizzo delle vittime della dittatura, svuotandola così dal potere riconosciutole sotto il Ministero della Giustizia. La seconda iniziativa ha previsto di ampliare il numero di scuole che si ispirano a un modello educativo militare[4].

Il Paese ha le forze armate più grandi del continente, supportate da un’industria militare forte, complessa e con un apparato di centri studi molto efficace. Il più importante tra questi è la Scuola Superiore della Guerra (ESG), finanziata dal ministero della difesa. Negli anni della guerra fredda, il dipartimento di ricerca dell’ESG, in uno studio sugli obiettivi di lungo periodo delle forze armate individuò: un’alleanza con gli USA in chiave anticomunista; l’estensione dell’influenza geopolitica a tutto il continente realizzando così il “destino manifesto’’ del Brasile; il controllo dell’Amazzonia.

Fin dai tempi del governo di Getúlio Vargas (1930-45), i militari brasiliani hanno influenzato la politica economica brasiliana. Basti pensare che gran parte delle aziende oggi fiore all’occhiello del Brasile nacquero in quel periodo, su iniziativa dello Stato. In quel tornante storico, i militari brasiliani riuscirono ad imporre il loro progetto di industrializzazione del Paese contro la volontà e gli interessi dei proprietari terrieri. Ancora oggi i militari hanno una visione dello Stato sviluppista, che ha permesso una parziale convergenza di intenti durante i governi Lula, il quale, nella prospettiva di rafforzare il ruolo egemonico brasiliano nella regione, avviò un piano di costruzione di infrastrutture oltre i confini nazionali.

Già si intravede una prima frattura nel governo, tra i sostenitori dell’austerity e del monetarismo, attraverso il Ministro dell’Economia Guedes, e i militari, le cui ambizioni geopolitiche richiedono un ruolo forte e attivo dello Stato.

Guardasigilli: il giudice che ha condannato Lula

Sergio Moro, ministro della Giustizia e Sicurezza Pubblica, è il giudice stella mediatica dell’operazione anticorruzione “Lava Jato”. Ha ridisegnato la politica brasiliana con arresti spettacolari, ricorrendo alla “delação premiada” (un beneficio concesso all’accusato di una causa penale che accetti di collaborare o consegnare i suoi complici), uso e abuso delle prove indiziarie e della prigione preventiva. Gilmar Mendes, giudice del tribunale supremo, afferma che “la Lava Jato ha creato norme che non hanno nulla a che vedere con la legge”. La scelta di Bolsonaro di nominare Moro ministro della Giustizia, aumenta le ombre sulla terzietà della sua condotta da giudice. Dubbi rafforzati dalla rivelazione del vice di Bolsonaro, il quale ha ammesso che l’accordo Moro-Bolsonaro esistesse già prima del voto. Moro come giudice dichiara di ispirare la propria azione a Mani Pulite.

Guedes, lo “Zico” della finanza alla guida dell’economia

L’indicazione di Paolo Guedes come ministro dell’economia ha sorpreso molti. L’economista infatti era sconosciuto al grande pubblico e rappresentava una voce isolata nel mondo accademico brasiliano. Come è riuscito questo apparente outsider a finire alla guida del superministero che accorpa le competenze dell’economia, della pianificazione, dell’industria, del commercio estero e di gran parte del lavoro? La risposta va cercata proprio nella traiettoria (accademica e non) di Guedes.

Dottore in economia presso l’Università di Chicago, tra i fondatori dell’Istituto Millenium, think thank brasiliano volto a promuovere valori e principi “come la libertà individuale, i diritti di proprietà, l’economia di mercato, i limiti istituzionali all’azione del governo”.

Dal quotidiano O Globo si è scagliato contro la “maledizione dirigista” brasiliana, l’eccessivo interventismo della politica nell’economia, il principale ostacolo verso l’affermazione della “Grande Società Aperta”, processo irreversibile di cui l’incarceramento di Lula rappresentava una tappa fondamentale[5].

Grazie a diverse operazioni speculative condotte sugli esiti delle riforme monetarie brasiliane tra gli anni Ottanta e Novanta, divenne famoso nell’ambiente finanziario brasiliano con il soprannome di “Zico” per la sua abilità nel disegnare fantasiose strategie d’investimento e quadruplicare così il patrimonio della sua piccola agenzia di broker.

Agli inizi degli anni Ottanta venne chiamato a insegnare all’Universidad de Chile, in quell’epoca oggetto di epurazioni da parte del regime militare di Pinochet. Del Cile apprezza il sistema pensionistico privato, al quale si ispira il piano di riforma per il suo Paese. Il modello di riferimento è quello di José Piñera – fratello dell’attuale presidente cileno nonché ministro della previdenza negli anni di Pinochet – tutt’ora in vigore nel Paese, seppur con delle modifiche. Attraverso un sistema di capitalizzazione individuale (tutto a carico del lavoratore che versa il 10% del salario per un periodo trentennale) Piñera promise il pagamento di prestazioni pari al 70% del valore dell’ultimo salario percepito dal contribuente. La gestione delle risorse è in mano ad un oligopolio di 6 fondi pensione privati, il cosiddetto sistema delle Administradoras de fondos de pensiones (AFP). Negli ultimi anni il sistema è stato oggetto di forti contestazioni da parte della popolazione cilena, che ha visto drammaticamente cadere i propri redditi da pensione a seguito della crisi finanziaria del 2008. Secondo uno studio, nel 2012 il valore delle contribuzioni è più che raddoppiato rispetto a quello delle prestazioni pagate, che per il 90% dei cileni non supera la metà del salario minimo del Paese, poco più di 200 euro. Di contro, nel 2017 le AFP hanno ottenuto profitti pari a circa 1,5 milioni di dollari al giorno[6], gestendo il 95% delle pensioni, l’equivalente di quasi il 70% del Pil cileno. Questi fondi hanno svolto un ruolo prociclico nelle crisi del ‘98-’99 e del 2008, rendendosi responsabili della fuga di capitali per un valore equivalente al 4,8% e del 2,1% del Pil in quegli stessi anni[7].

La riforma proposta da Guedes per il Brasile rischia di colpire i pensionati in condizioni di povertà e i lavoratori rurali. Per i primi viene innalzata l’età per poter percepire il minimo attuale, per i secondi verrà introdotto un minimo contributivo di 20 anni. Chi rischia di trovare le porte chiuse al sistema previdenziale sono gli informali, il 40% dei lavoratori brasiliani[8]. A dover “salvare” il Brasile saranno perciò chiamati gli strati più vulnerabili della società, mentre la riforma stessa potrebbe essere ben più generosa i militari, esattamente come nel modello cileno[9]. La riforma rischia di accentuare ancora di più il carattere regressivo della fiscalità brasiliana – tenendo anche in considerazione il progetto di abbassare le aliquote – che rivela una logica volta esclusivamente al risparmio sul bilancio statale. Tuttavia, tra le voci di spesa più consistenti per le casse dello stato federale risulta la spesa per gli interessi sul debito. Un flusso che ha arricchito principalmente gli strati più ricchi della società brasiliane, anche grazie a pratiche esercitate dal superministro Guedes negli anni da “Zico” dei mercati finanziari.

Continua a leggere – Pagina seguente


[3] R. Zibechi, ¿Qué quieren los militares brasileños?, Le Monde diplomatique en espanol, febrero 2019.

[4] N. Viana, Militares y evangelistas: los poderes que sostienen al nuevo gobierno de Brasil, 9 enero 2019, The New York Times en Español

[5] P. Guedes: MALDIÇÃO DIRIGISTA, Instituto Millenium (Imil), 10/4/2018

[6] R. Gálvez, investigador Fundación SOL, EL “CORRALITO LEGAL”: ¿QUIÉN GANA CUANDO LAS AFP SE HACEN RICAS?, CIPER el 7 de junio 2017

[7] R. Ffrench Davis, “Reformas economicas en Chile”, Taurus 2018, cap. VIII e X

[8] Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in questa categoria rientra “(…) tutto il lavoro retribuito (…) che non è registrato, regolamentato o protetto da quadri legali o regolamentari” fonte: ILO www.oitcinterfor.org/en/taxonomy

[9] Le pensioni dei militari cileni sono gestite da un organo pubblico, la Caja de Previsión de la Defensa Nacional. Nel 2015, il 94% dei contributi versati agli iscritti a questa cassa proveniva dal bilancio statale, mentre solo il restante 6% proveniva dal sistema a contribuzione. Fonte: CIPER https://ciperchile.cl/2017/01/16/el-exorbitante-gasto-fiscal-por-jubilaciones-de-ff-aa-38-billones-entre-2011-y-2015/


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Scritto da
Federico Nastasi e Giuliano Yajima

Federico Nastasi è siciliano, classe 1988, dottorando in Economia a La Sapienza. Ha studiato e vissuto in Francia, Italia e America Latina. L’economia di quest’area del mondo è anche oggetto della sua ricerca accademica. Allo studio ha affiancato un’intensa esperienza politica, prima nell’Onda studentesca e poi nei Giovani Democratici. Coltiva passioni per letteratura di viaggio, bicicletta e scrittura. Giuliano Toshiro Yajima è italo-brasiliano e vive a Roma. Dottorando in Economia e Finanza presso l'Università "La Sapienza", si occupa di economia della crescita post-keynesiana e strutturalista, macroeconomia monetaria, economia evolutiva.

Pandora di carta

Seguici

www.pandorarivista.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]