Cesarismo e transizione fra seconda e terza repubblica

La nozione gramsciana di cesarismo ha avuto un ampio utilizzo da parte dei cronisti politici italiani ed è quindi molto nota al grande pubblico per il massiccio uso che ne è stato fatto negli ultimi anni. Nonostante ciò il suo utilizzo è avvenuto spesso in modo distorto se non palesemente errato.

Gramsci parla di cesarismo nei Quaderni del Carcere, nelle note su Machiavelli, come di una fase storica in cui “le forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico, cioè si equilibrano in modo che la continuazione della lotta non può concludersi che con la distruzione reciproca“. Per evitare che il logoramento dovuto all’infruttuosa prosecuzione dello scontro conduca alla distruzione di entrambe le forze in campo ha luogo una “soluzione arbitrale”, affidata “a una grande personalità”.

Una simile soluzione si caratterizza quindi per la comparsa di una personalità politica in grado di superare la situazione di stallo a favore di una delle due parti in contesa. E’ da sottolineare che l’entrata in scena di un simile elemento non elimini le cause del conflitto (il cesarismo non conclude la lotta di classe) ma si limiti a permettere ad una componente di avere la meglio sull’altra e di poter godere per un periodo più o meno lungo della possibilità di esercitare direttamente il potere attraverso lo Stato.

Il cesarismo può avere, secondo Gramsci, una natura “progressiva” o “regressiva” a seconda della situazione storica in cui esso si esercita e una tale caratteristica non dipende da uno schema “sociologico” predeterminato. Quindi se a prevalere sarà lo componente sociale storicamente “progressiva” allora il cesarismo potrà godere della medesima aggettivazione, mentre se sarà strumento per la prosecuzione del dominio delle componenti regressive allora si tratterà di un fenomeno regressivo.

Per comprendere cosa intenda Gramsci quando definisce la coppia di opposti “progressivo/regressivo” bisogna estrapolare dai Quaderni una lunga citazione di Marx, tratta dalla Critica all’economia politica, da cui si evince che “una formazione sociale non perisce prima che non siano sviluppate tutte le forze produttive per le quali essa è ancora sufficiente e nuovi più alti rapporti di produzione non ne abbiano preso il posto”.

Quindi il fatto che in una determinata struttura produttiva siano emerse ”contraddizioni insanabili” non è sufficiente per un cambiamento, in quanto le forze ancora dominanti cercano di resistere. E’ in questa fase storica che si forma “il terreno dell’occasionale sul quale si organizzano le forze antagonistiche” che attraverso polemiche filosofiche, ideologiche, economiche e ppolitiche cercano di dimostrare di essere pronte “perché determinati compiti possano e quindi debbano essere risolti storicamente” a proprio favore.

Gli esempi del cesarismo di Napoleone I (progressivo), Bismarck e Napoleone III (regressivo) servono a meglio illustrare il fenomeno, con l’avvertenza che “nel mondo moderno i fenomeni di cesarismo sono del tutto diversi”. La componente militare, in passato determinante, assume un ruolo marginale rispetto a quella poliziesca, della quale fanno parte “interi partiti politici e altre organizzazioni economiche”. Con ciò Gramsci intende dimostrare che un’opzione di tipo militare non può bastare a risolvere il conflitto in quanto entrambe le forze in campo devono dimostrare di poter resistere ad una “guerra di posizione”, nel senso di essere capaci oltre che sul piano strettamente bellico anche su quello della gestione dello Stato e della produzione. In una parola devono essere capaci di esercitare l’egemonia sulle classi affini e il “dominio” attraverso le strutture repressive dello Stato solo sulle classi irriducibilmente avverse.

Gramsci lascia quindi un margine di interpretazione del cesarismo, sottolineando la necessità di esaminarne la natura alla luce della fase storica in cui si manifesta e tenendo ben ferma la bussola della lotta di classe quale principio cardine per la comprensione della realtà sociale.

Disgiungere il materialismo storico dalla nozione di cesarismo conduce ad una suo completo travisamento, rendendone l’utilizzo fuorviante e non esaustivo. Parlare di cesarismo in ogni circostanza in cui emerga un leader carismatico non aiuta a comprendere la situazione storica in cui una simile pulsione si manifesta e assume spesso i toni di una requisitoria di carattere morale nei confronti di un processo che ha evidenti basi economiche e sociali per la cui comprensione non sono sufficienti gli strumenti della psicologia sociale.

Può quindi il termine cesarismo essere utilizzato come strumento di comprensione per la leadership ventennale di Berlusconi e e per quella nascente di Matteo Renzi?

I media hanno accostato questo termine ad entrambe le figure, mantenendo le loro analisi ad un livello esclusivamente sovrastrutturale, lasciando in ombra gli aspetti economici (strutturali e di rapporti di produzione) che hanno determinato le condizioni di sviluppo delle rispettive leadership.

Per comprendere il fenomeno Silvio Berlusconi occorre un’analisi precisa del carattere economico e produttivo assunto dal Paese nei venti anni in cui ha governato a fasi alterne il Paese (esercitando costantemente una funzione di indirizzo dal punto di vista “ideale”), per distinguere in modo chiaro “i movimenti organici (relativamente permanenti) da quei movimenti che si possono chiamare di congiuntura (e si presentano come occasionali, immediati, quasi accidentali)”.

Mettendo a fuoco questi eventi attraverso le lenti sopraindicate emergono una realtà ben più nitida rispetto alla banalizzante definizione di questa fase come “anomala” oltre ad una serie di elementi utili a spiegare l’improvvisa ascesa di Renzi.

Berlusconi ha rappresentato, insieme alla Lega Nord, un mondo produttivo specifico: quello delle partite Iva e dei piccoli imprenditori insieme a quello delle grandi compagnie e aziende ex statali legate ad un “capitalismo di relazione” tipicamente italiano. Le privatizzazioni degli anni ’90 avevano garantito cospicui incassi allo Stato (200mila miliardi di lire dal ’93 al 2000) e permesso di abbattere parzialmente il debito pubblico e iniziare a ridurre il deficit per poter aderire alla moneta unica. Il capitale nostrano, teoricamente libero dai vincoli di uno Stato che cessava di giocare un ruolo attivo nelle questione economiche, ha cercato di tutelare la propria “italianità”, garantendo alle grandi famiglie di industriali il controllo di interi comparti industriali in virtù di patti di sindacato e partecipazioni azionarie incrociate, trovando un proprio equilibrio di cui l’ormai ex Cavaliere era il tutore massimo ed indispensabile. La separazione tra proprietà e controllo del capitale, determinante in una fase di maturità del modo di produzione “borghese” non è perciò avvenuta, le banche “privatizzate” nominalmente ma di fatto ancora legate a doppio filo alla politica grazie al ruolo delle Fondazioni hanno cristallizzato questa situazione e permesso ad un sistema avviluppato e asfittico di continuare ad esistere e a progredire nonostante le palesi ed interne contraddizioni.

L’attore politico che meglio ha tutelato una simile organizzazione dei rapporti di produzione è stato appunto Silvio Berlusconi, che ha fatto della protezione di questo sistema di potere economico finanziario la propria teleologia.

in Italia la spinta neoliberista, potenzialmente alternativo rispetto al modello di potere appena descritto, è stata quindi filtrata e attutita dai vari governi succedutisi alla guida dello Stato, in modo che i costi della libera circolazione dei capitali ricadessero esclusivamente sul lavoro dipendente e che le inefficienze di un simile sistema fossero assorbite conti dello Stato (costante aumento del debito ad esclusioni delle fasi di governo gestite da Prodi). La classe imprenditoriale del Nord, dai titolari di ditte individuali alle piccole e medie imprese, ha potuto godere di venti anni di moderazione salariale prima mai sperimentata per il lavoro dipendente, della possibilità di delocalizzare una buona parte della produzione all’estero sfruttando le maggiori libertà garantite dall’Unione Europea, di poter nascondere al fisco somme ingenti senza il rischio di incorrere in sanzioni. La depenalizzazione sul falso in bilancio, per citare una norma, ha influito sulle sorti del paese ben più delle famigerate leggi ad personam, mostrando plasticamente come il diritto sia uno degli strumenti attraverso cui “ogni Stato tende a creare e a mantenere un certo tipo di civiltà e di cittadino”. Le privatizzazioni degli anni ’90 non hanno favorito una concorrenza “positiva” tra imprese ma hanno permesso che interi comparti industriali nostrani finissero nelle mani di famiglie con pochi capitali ma ottime relazioni con con la “nuova” classe dirigente del paese. Il fallimento di questi colossi nel giro di un decennio (Cirio), il salvataggio da parte statale di alcune di esse (Alitalia, Mps), la rovina del settore siderurgico (Ilva di Taranto, Lucchini di Piombino), la delocalizzazione della Fiat, testimoniano la scarsa lungimiranza di queste scelte.

Nonostante le intrinseche contraddizioni di un simile sistema di potere il lassismo della lotta all’evasione e una munifica distribuzione di prebende pubbliche (incentivi, commesse, incarichi amministrativi) a questi grandi gruppi ha permesso al “blocco storico” forza-leghista di resistere almeno sino alla fine del primo decennio del 2000. La calmierazione dei tassi di interesse sul nostro debito pubblico, garantita anch’essa dall’adozione del trattato di Maastricht, ha indirettamente favorito una gestione distorta dei conti pubblici italiani attuata scientemente per sostenere i costi di questo sistema di rapporti di produzione, in una fase in cui il grande capitale internazionale focalizzava la propria attenzione sul boom dei paesi asiatici rispetto alle vicende europee. La polverizzazione del sistema produttivo in numerose aziende di medie e piccole imprese (numero di addetti più alto rispetto agli altri paesi) ha inoltre favorito il quasi totale azzeramento del livello di conflittualità in fabbrica e nei nuovi segmenti produttivi, riuscendo a ridurre all’irrilevanza gli sconfitti di questa fase della lotta di classe.

Il controllo dei media e dei principali centri di formazione delle elites ha invece giocato un ruolo fondamentale nel gestire la fase di contestazione del modello neoliberista a cavallo degli anni 2000, culminata nei fatti del G8 di Genova. In questo caso il blocco di potere dominante ove ha potuto sfruttare la “forza” della Stato nei confronti degli attori della protesta utilizzando invece gli strumenti mediatici per ridurre al silenzio le ragioni alla base di quella fase di contestazione. Le “fabbriche di consenso”, per dirla alla Chomsky, hanno avuto perciò un ruolo ausiliario non secondario nel permettere la prosecuzione del controllo del potere al fondatore di Forza Italia

Perciò parlare in senso stretto di cesarismo per descrivere la figura di Silvio Berlusconi non è corretto. Egli ha assunto il potere in una fase di cambiamento del panorama politico e produttivo, privilegiando la prosecuzione di un modello produttivo obsoleto senza che tuttavia ci fosse alla base della sua leadership un contrasto tra modelli di sviluppo antitetici il cui confronto rischiasse di sfociare nella “pace dei cimiteri”. Egli si è limitato a favorire una componente del capitale “regressiva” rispetto al neoliberismo imperante ma comunque funzionale alla divisione internazionale del lavoro tesa a marginalizzare l’Europa come centro di produzione secondario. E’ semmai da sottolineare come l’egemonia forzista sia stata favorita “dalla debolezza relativa della forza progressiva antagonista”.

In venti anni tuttavia la frazione di capitale trainante (ex monopoli di stato) non è riuscita a sfruttare le favorevoli condizioni di sviluppo garantitele dai vari governi succedutisi alla guida dello Stato, che ha invece pagato un prezzo molto a queste disfunzioni in termini di crescita del debito pubblico e peggioramento della bilancia commerciale.

La crisi del 2008 ha investito un paese ormai dipendente dai mercati esteri per il mantenimento del proprio debito pubblico, senza un sistema economico in grado di reggere una simile crisi di sovrapproduzione e senza la valvola di sfogo del deprezzamento della moneta utilizzata per tutti gli anni ’80.

Le richieste dell’Europa recapitate all’ultimo governo Berlusconi in merito ad una modernizzazione del panorama produttivo italiano altro non sono state che un richiamo all’ordine neoliberista, in una fase in cui l’Europa tornava prepotentemente al centro dell’interesse internazionale e i cui mercati diventavano appetibili terre di conquista per i capitali finanziari fiaccati dalla bolla speculativa dei mutui sub prime e alla ricerca di nuovi spazi in cui espandersi..

Stante l’impossibilità strutturale per il blocco sociale forza-leghista di continuare ad esercitare la propria leadership, fallito il tentativo di Monti, organico alle elites finanziarie internazionali ma eccessivamente “cosmopolita” per poter prendere le redini del blocco storico orfano del proprio leader, tramontato Enrico Letta per non aver saputo rappresentare un panorama produttivo mutato rispetto a quello nel quale suo zio Gianni era dominus assoluto, è stata la volta di Renzi

Non potendo fare un’analisi storica di un fenomeno appena iniziato occorre limitarsi ad analizzare le premesse e gli indizi del cambiamento di blocco storico rappresentato dal giovane premier.

Gramsci scriveva nel secolo scorso che un pericolo esterno incombente e minaccioso “crea fulmineamente l’arroventarsi delle passioni e del fanatismo, annichilendo il senso critico e la corrosività ironica che possono distruggere il carattere carismatico del condottiero”; di fronte al pericolo di una crisi senza fine Renzi ha potuto affermare la propria leadership in pochi mesi e giungere al governo del Paese.

Le prime misure adottate riguardo al mondo del lavoro (decreto Poletti) indicano che la direzione intrapresa è in corrispondenza assoluta rispetto ai Diktat che la Bce rivolse al governo Berlusconi nell’estate del 2011, in ossequio ai dogmi neoliberisti che ne hanno permeato l’azione in questi anni. La dicotomia rinnovamento-conservazione è stata la traduzione politica audace e “vincente” di queste ricette economiche.

Il continuo riferimento del neo-premier alla tecnologia, ad un’imprenditoria dal volto umano (Farinetti, Cucinelli), indica a quale frazione del capitale risponda il nostro. Egli risponde ad una nuova leva di imprenditori che necessitano di condizioni favorevoli (basso costo e basse tutele del lavoro, mercato interno in ripresa, snellimento pratiche burocratiche) per poter esprimere il proprio potenziale in settori marginalizzati negli anni 2000 e ad una parte del capitalismo storico italiano “maturo”(gruppo Fiat, Pirelli etc) che necessita dell’innervamento di capitale straniero per poter continuare ad esistere. A queste necessità “nazionali” corrisponde l’interesse dei grandi gruppi finanziari euro atlantici ad investire in mercati più stabili rispetto a quelli emergenti (crisi valutaria argentina, rallentamento Brics), in una fase in cui godono di molta liquidità a basso costo (quantitative easing statunitense e Ltro europeo) .

In che senso possiamo quindi giudicare un fenomeno nascente come il renzismo e uno al termine come il berlusconismo attraverso la nozione di cesarismo?

Entrambi i leader si sono presentati sulla scena politica in momenti di crisi, uno dopo tangentopoli e a cavallo della “fine della storia”, raccogliendo i frutti della ristrutturazione economica necessaria per aderire a Maastricht, l’altro in un momento storico in cui la crisi economica scoppiata nel 2008 e l’impossibilità di un suo superamento sembrava mettere a repentaglio la coesione sociale del Paese.

Nel caso di Berlusconi tuttavia non sembra che lo scontro tra le forze politiche nate dalla ceneri del PCI e la neonata Forza Italia avrebbe potuto condurre ad una distruzione reciproca. Egli ha saputo incarnare le aspirazioni dell’imprenditoria “storica” italiana di continuare a giocare un ruolo fondamentale a dispetto dei cambiamenti dei rapporti di produzione avvenuti a livello mondiale (globalizzazione).

Berlusconi ha fondato la sua fortuna su un modello produttivo in via di sparizione nelle altre economie occidentali sviluppate, non cogliendo le possibilità della rivoluzione informatica e i benefici dei primi anni dell’euro, esercitando una leadership “regressiva” ma non compiutamente cesaristica.

Renzi sembra voler implementare una serie di politiche marcatamente neoliberiste di sinistra (alla Blair) dopo che la storia ne ha mostrato il fallimento nei risultati e la fallacia dei presupposti. In questo senso egli sembra incarnare un cesarismo più coerente rispetto alla caratterizzazione datane da Gramsci, volto a favorire forze economiche che hanno condotto all’attuale crisi ma che possono ancora mantenere il controllo dello Stato grazie all’assenza di alternative politiche valide. Dai presupposti sembra quindi che la sua conduzione del governo possa effettivamente configurarsi come cesarismo regressivo, a dispetto degli slogan marcatamente “progressisti”.

Nato nel 1987 in Toscana, si è laureato in Scienze Politiche presso l'università di Pisa e attualmente lavora per Anci Toscana.

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