Che cosa “è” l’Antropocene?

Antropocene

“Che cos’è l’Antropocene?” Questa domanda comincia a venire posta anche in Italia, e non solo all’interno delle accademie. Una parola nuova si aggira nelle menti di chi vuol capire qualcosa sul presente. Ad essa si accompagnano sentimenti e reazioni diverse. Vi è già chi la disgusta, chi la ritiene un’arma nelle mani dell’analisi critica del presente, chi non vi riesce a vedere nulla di politico (“ma questa è scienza, cosa c’entra con la lotta politica?”), chi si prepara a combatterla con ogni mezzo. Ma che cos’è l’Antropocene? E perché questo concetto sta scaldando gli animi, al di qua ed al di là dell’oceano Atlantico, sopra e sotto l’Equatore?

L’Antropocene, in effetti, non è. Esso è, potremmo dire, un “significante vuoto”. Si tratta di una parola che evoca qualcosa ed i cui vari significati hanno solo qualche sottile linea di congiunzione l’uno con l’altro. Proviamo a dirlo nel modo più generale possibile: l’Antropocene sarebbe l’epoca geologica attuale, cominciata in un momento imprecisato del passato, in cui l’uomo sarebbe il principale fattore “influenza” (ma cosa significa influenzare?) esistente nel pianeta Terra. Risulta molto chiaro come una simile definizione non serva né insegni nulla; e sopratutto, che bisogno c’era di inventare un termine del genere, o almeno, di donargli un valore politico? Non bastava forse parlare di “crisi ambientale”? Come mai ribolle, nel mondo accademico ed in quello della divulgazione, nella teoria critica e nel conservatorismo sociale più radicale, nell’ecologismo come nel movimento produttivista, un dibattito feroce su tale termine? Per capire questo, bisogna innanzitutto capire che ci sono almeno tre possibili modi di intendere l’Antropocene. Esso può essere buono, catastrofico o relazionale.

Due visioni dell’Antropocene

L’Antropocene “buono” è quello che si sta affacciando, secondo un composito insieme di scienziati e di autori, sul teatro della storia. L’essere umano (non altrimenti specificato) starebbe, dopo secoli di oppressione da parte della natura, ottenendo la possibilità reale di emanciparsi dalla sua condizione di costrizione. Egli avrebbe finalmente il potere di liberarsi dalla materialità della sua esistenza (questo, ad esempio, nelle teorie della singolarità) e di librarsi al di là degli estremi confini. L’uomo non è un animale come gli altri non perché si collochi alla cima di una qualche Creazione, ma perché è egli stesso il Creatore. In barba al secondo principio della termodinamica, l’Antropocene degli apprendisti stregoni è il termine finale di una strada gloriosa in cui l’uomo è il solo protagonista. In questi pensieri, non c’è nemmeno più un Dio che ponga l’uomo sulla strada di una storia della salvezza. L’uomo, come il barone di Munchausen, che si sollevava da solo dalla sua palude tirandosi per i capelli, può andare già da sempre al di là. L’uomo, qui, non ha un mondo. Egli può addirittura sfuggirne, come invocano Stephen Hawking e, a modo suo, Christopher Nolan nel suo Interstellar. 

L’Antropocene “catastrofico” è quello che, all’interno di un vasto ambiente culturale e filosofico, identifica la nostra era come era della fine di ogni cosa. Facendosi forza anche di un certo atteggiamento di parte della teoria ecologica e del pensiero ambientalista da inizio ‘800 in poi secondo cui l’uomo sarebbe in sostanza il cancro del pianeta, questo tipo di atteggiamento vede l’Antropocene o come era ineludibile della catastrofe finale, cioè della fine di ogni mondo possibile (ribaltando l’antropocentrismo dei signori del mondo di cui parlavamo prima: non vi è mondo senza uomo), o come fine di ogni umanità possibile.

Continua a leggere – Pagina seguente


Indice dell’articolo

Pagina corrente: Due visioni dell’Antropocene

Pagina 2: Facce della stessa medaglia

Pagina 3: Un altro Antropocene


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora? Tutte le informazioni qui

Nato a Faenza (RA) nel 1992, diplomato al liceo Classico Torricelli di Faenza, dottorando alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato a Bologna in Scienze Filosofiche. Si occupa di filosofia francese contemporanea, in special modo del lavoro di Michel Foucault, teoria critica ed ecologia politica, nei suoi rapporti con la soggettività e la biopolitica da un punto di vista storico e filosofico.

Comments are closed.