“Che cosa sa fare l’Italia. La nostra economia dopo la Grande Crisi” di Giunta e Rossi

Giunta e Rossi

Recensione a: Anna Giunta e Salvatore Rossi, Che cosa sa fare l’Italia. La nostra economia dopo la Grande Crisi, Laterza, Roma – Bari 2017, pp. 240, 20 euro (scheda libro).


Il testo di Giunta e Rossi apre lo sguardo sulle imprese italiane, sul loro stato di salute e più in generale su ciò che le imprese “sanno fare”. Il focus del libro dei due economisti è infatti l’impresa italiana oggi: sia pur caratterizzata dalla carenza di investimenti e da una dimensione troppo limitata e una gestione “familistica”, essa è ancora l’elemento imprescindibile della nostra economia, pertanto elemento cardine da cui partire per una trattazione sul capitalismo italiano.

Gli Autori hanno esposto obiettivamente i problemi del sistema produttivo senza cadere in facili stereotipi, spesso non vicini alla realtà, e senza nascondere gli ostacoli che l’Italia dovrà affrontare per uscire da una stagnazione decennale.

Giunta e Rossi partono dal ruolo dell’impresa come generatrice primaria della ricchezza nazionale. L’economia italiana ha conosciuto una spettacolare evoluzione nell’arco di qualche decennio. L’Italia dell’Ottocento era povera ed arretrata, sebbene con differenze territoriali anche marcate. Solo con l’età giolittiana, a inizio XX secolo, la Penisola ha avviato l’industrializzazione che ha generato una prima fase di progresso economico.

Ma è solo con il secondo Dopoguerra che l’Italia è progredita a tal punto che ne è cambiata la fisionomia: «il PIL pro-capite, tra il 1951 e il 1973, è aumentato in media del 5% e la produttività del lavoro di quasi il 6%, in tutti i settori»: l’abbondante manodopera a bassa specializzazione e a basso costo ha rappresentato il “serbatoio” ideale per le fabbriche del Nord strutturate sul modello fordista. La parità tra lira e dollaro, stabilita a Bretton Woods, «favoriva la competitività dei produttori nazionali e il trasferimento di risorse dai settori più tradizionali verso quelli che producevano beni esportabili».

Se il contesto politico-internazionale del Secondo Dopoguerra rappresentava un vantaggio per l’Italia, dagli anni Ottanta/Novanta la situazione è radicalmente mutata: da un lato è finita la Guerra Fredda e l’Italia non era più un paese di “confine” tra i due blocchi, dall’altro il sistema produttivo italiano, assuefatto dalle svalutazioni monetarie, non ha migliorato la propria competitività e non ha colto l’occasione del boom del settore informatico. Questi aspetti rappresentano i principali motivi per cui, a partire dalle crisi del 1992-93, l’economia italiana non è stata più in grado di rilanciarsi. A tale situazione di stagnazione hanno ovviamente concorso ulteriori elementi: l’invecchiamento della popolazione, la presenza di moltissime PMI e di poche grandi imprese, con un enorme divario di produttività tra piccole e grandi imprese.

Tutti i fattori citati, che più avanti nella recensione verranno ripresi, hanno fiaccato l’economia italiana rendendola particolarmente esposta al “peso” della “Guerra dei 7 anni”, cioè della crisi economica del 2008. Nel 2015 il sistema produttivo italiano produceva quasi un decimo di meno rispetto a 7 anni prima e l’apparato manifatturiero ha subito un calo di 1/6 della sua capacità produttiva. Gli investimenti nel 2014 erano 1/3 di meno rispetto al periodo antecedente alla Crisi.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Che cosa sa fare l’Italia di Giunta e Rossi

Pagina 2: Le peculiarità del modello italiano

Pagina 3: Le sfide dell’economia italiana

pagina 4: Le questioni aperte


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Classe 1993. Studente di Scienze Politiche presso l'Università di Bologna. Si interessa di Storia Contemporanea e politica.

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