Che ne sarà di Cuba?

Cuba

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Cuba: Paese in via di sviluppo, problemi da paese sviluppato

L’economia cubana è un ibrido pubblico-privato dove si mescolano varie forme di produzione, diritti di proprietà, investimento, con un welfare smagrito, grandi compagnie pubbliche gestite dalle burocrazie tecniche/militari in settori strategici dell’economia, e il sistema del partito e del sindacato unico. Cuba, come molti paesi latinoamericani, esporta materie prime e importa beni industriali. La crisi degli anni Novanta ha accelerato la deindustrializzazione e danneggiato la produzione agricola, peggiorando la bilancia commerciale. Dal 2000 al 2016, le importazioni sono cresciute del 38%, mentre le esportazioni si sono più che dimezzate, -57%[1], con il deficit commerciale che è quasi quadruplicato. Zucchero grezzo, tabacco e rum rappresentano il grosso dell’export, mentre le importazioni riguardano il petrolio e prodotti alimentari, soprattutto grano e latte. Caduta l’URSS, il principale partner commerciale è la Cina, numerosi sono i programmi di cooperazione con Pechino, tra questi lo sviluppo del trasporto pubblico che ha portato lungo le strade cubane i bus di fabbricazione cinese Youtong.  Il petrolio arrivava a prezzi concordati dal Venezuela, in seguito però l’instabilità politica del regime di Maduro ha portato ad aumentare le importazioni da Russia e Algeria.

La struttura industriale[2] dell’isola è caratterizzata da bassa produttività, poca incorporazione di scienza e tecnologia e scarsa differenziazione. Il principale investimento di politica industriale degli ultimi anni, il porto di Mariel e la sua zona economica speciale, è ancora in fase di decollo, con l’obiettivo di intercettare una parte delle navi container in transito dal Canale di Panama[3], ma sconta i limiti della debole attività di esportazione. Una felice eccezione è il settore dei prodotti farmaceutici e botanici, la cui produzione è in costante aumento e impiega forza lavoro altamente qualificata.

L’economia cubana vive di molti paradossi, tra questi il dover affrontare fenomeni tipicamente da mondo sviluppato: l’invecchiamento della popolazione, lavoratori più istruiti rispetto alle occupazioni che svolgono, terziarizzazione dell’economia. Agli inizi del 2000, Oscar Espinosa Chepe, economista e dissidente politico cubano, denunciava la mancanza del diritto al progresso economico nel suo paese[4]. Oggi sembra esserci una qualche forma di progresso, concentrato però in pochi settori, i cui benefici restano nelle tasche di pochi. Questa minoranza è rappresentata dai cuentapropistas, piccoli proprietari di un affittacamere, un ristorante, un’automobile, che stanno costituendo la nuova “classe media” cubana – concetto da maneggiare con cautela ai tropici, ma che rende l’idea del fenomeno – che prospera grazie al sistema della doppia valuta.

La doppia moneta

Il paese ha due monete ufficiali: il peso cubano (CUP) e il peso convertibile (CUC). Quest’ultimo è stato gradualmente introdotto a partire dal 2003, per rafforzare la politica monetaria contro la dollarizzazione dell’economia. Di fatto il dollaro circolava sull’isola dall’inizio degli anni Novanta, durante il cosiddetto. “periodo speciale”, che nel gergo ufficiale cubano indica la catastrofe economica seguita al crollo dell’URSS.

Oggi però si sono create due economie parallele: chi viene pagato in CUC ha un salario decisamente più alto della media dei salari in CUP. I salari del settore pubblico sono pagati in CUP e il loro potere d’acquisto è limitato. Chi lavora nei settori più produttivi, nel turismo, negli investimenti esteri, riceve rimesse dall’estero, ha un salario in CUC e un potere d’acquisto maggiore. Questo è il motivo per cui si dice che a Cuba ci sono i tassisti più istruiti del mondo, non è raro infatti imbattersi in un medico o un insegnante che ha scelto di guidare un taxi per guadagnare in pochi giorni l’equivalente di un mese di stipendio in CUP.

Il sistema della dualità monetaria non sembra più sostenibile, ormai anche economisti ufficiali come Armando Nova Gonzalez[5] indicano apertamente l’urgenza di un cambio. Nel quadro della cooperazione tra l’isola e l’UE, l’Unione sta offrendo assistenza tecnica e consulenze per guidare il processo di unificazione monetaria, sulla scorta dell’esperienza euro[6]. Non basterà unificare le monete per risolvere i problemi delle disuguaglianze salariali, causate soprattutto da una grande differenza di produttività tra i settori.

La nuova “classe media”, impiegata nei settori a produttività maggiore e con salari in CUC, ha nuove abitudini e stili di vita (sta crescendo il turismo dei cubani dentro l’isola) e, soprattutto, risparmia. La teoria economica riconosce al risparmio una funzione fondamentale per determinare l’investimento e la domanda. Il problema fondamentale di Cuba è come orientare questo risparmio verso investimenti e imprenditorialità privata, dato che la struttura istituzionale dell’economia socialista non permette l’investimento su grande scala di imprese private e le modifiche finora attuate sembrano limitate e su piccola scala (Palacios, 2012). Dalla nuova “classe media” cubana può nascere la pietra d’inciampo del regime cubano, il quale deve rapidamente trovare una soluzione a questo possibile corto circuito risparmio-investimento privato o rischia di mettersi contro la parte più dinamica della società cubana.

Reggaeton e Fidel Castro. Un quadro politico sociale

Il Malecón, il lungomare de L’Avana, è una lente attraverso cui osservare la Cuba odierna. Tra le case diroccate de L’Avana Vieja, che ricordano Bari vecchia o i mercati storici di Palermo, le persone vivono dappertutto e nelle condizioni più disparate, inventando soluzioni fantasiose ai numerosi problemi della vita quotidiana, aggravate dagli uragani che hanno colpito l’isola a inizio anno, nell’indifferenza dei media occidentali. C’è povertà, non ci sono lussi né miseria, non ci sono senzatetto né bambini a chiedere le elemosina, protagonisti onnipresenti di molte città latino-americane.

La nuova generazione cubana ascolta il reggaeton, la musica commerciale prodotta negli studi di Puerto Rico, veste in stile occidentale, studia l’inglese per interagire con i turisti e vive di espedienti. Uno dei più diffusi è fare la “mula”, cioè partecipare a un viaggio all’estero per importare prodotti che altrimenti non arriverebbero a Cuba, mercanzie di ogni tipo, abbigliamento, arredamento, tecnologia, da rivendere sul mercato nazionale. Si organizzano viaggi in gruppo verso i grandi centri commerciali di Panama City, con uno degli otto voli giornalieri che partono dall’aeroporto de L’Avana.

Cuba ha sconfitto l’analfabetismo da tempo. Il livello di cultura diffusa è notevole, come mostra l’indice di sviluppo umano (UNDP HDI, 2018), che posiziona Cuba 73esima tra 187 paesi, un buon risultato, molto al di sopra della media mondiale e latino-americana. L’istruzione è gratuita, al punto che una delle tante battute amare che circolano a Cuba è che ci siano le prostituite più istruite del mondo.

L’immaginario cubano mescola i volti degli eroi della rivoluzione – l’unica propaganda presente su un’isola indenne da pubblicità commerciale – e culti più antichi, dal cattolicesimo fino alla santeria, sincretismo tra cattolicesimo e culti degli schiavi africani. La Cuba sotterranea coltiva culti tollerati dal regime, come racconta un bel reportage fotografico di Nicola Lo Calzo, pubblicato da Internazionale[7].

C’è poi uno scenario artistico rilevante, riunitosi attorno l’ultima edizione della biennale dell’arte, intitolata enfaticamente La costruzione del possibile, dislocata tra l’Avana e Matanzas (l’Atene di Cuba) che ha portato sull’isola artisti di tutto il mondo e ha esposto una produzione artistica locale di ottimo livello.

L’Avana è una capitale multirazziale, intere città cubane sono a maggioranza di afro-discendenti. Gli africani arrivarono schiavi sull’isola per la coltivazione della canna da zucchero della corona spagnola. Oggi il razzismo però non è un problema sull’isola, basti vedere la dinamica demografica che ha portato al ridursi della popolazione bianca e nera, e all’aumentare di quella meticcia. E anche il maschilismo sembra non avere la stessa portata che in altri paesi della regione. Le donne sono ben integrate nella società cubana, ricoprono incarichi di responsabilità, non c’è discriminazione salariale di genere per legge, più della metà dei membri dell’Assembla nazionale del potere popolare (il parlamento cubano) è composto da donne e presieduto da un afro-discendente.

I cubani si vantano del loro proverbiale senso di sopravvivenza, il cubano “lotta, lavora e inventa” racconta un tassista interrogato su come abbia fatto a comprarsi la casa in cui vive. Tuttavia, il senso di sopravvivenza del cubano e l’inefficienza del settore pubblico alimenta uno dei principali problemi dell’isola: la corruzione.

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[1] Anuario estadístico de Cuba, Sector Externo, 2016.

[2] Per una interessante diagnostica dell’economica cubana si veda Correa Mautz, Felipe. (2014). Growth Diagnostic: las restricciones al crecimiento de Cuba para el siglo xxi. Economía y Desarrollo151(1), 136-148.

[3] Perfil Marítimo y Logístico, Cepal, 2019.

[4] Espinosa Chepe, O. (2007). Cuba: Revolución o Involución.

[5] Armando Nova González, Unificación monetaria y cambiaria en Cuba: decisión impostergable, Cuba debate, 28 marzo 2019

[6] N. Acosta, EU offers to assist Cuba with monetary consolidation: EU official, Reuters

[7] Cuba sotterranea, Internazionale, 27 marzo 2017


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Siciliano classe 1988, dottorando in Economia a La Sapienza. Ha studiato e vissuto in Francia, Italia e America Latina. L’economia di quest’area del mondo è anche oggetto della sua ricerca accademica. Allo studio ha affiancato un’intensa esperienza politica, prima nell’Onda studentesca e poi nei Giovani Democratici. Coltiva passioni per letteratura di viaggio, bicicletta e scrittura.

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