Chim(er)ica: le terre rare nel nuovo scontro globale
- 06 Maggio 2020

Chim(er)ica: le terre rare nel nuovo scontro globale

Scritto da Alberto Prina Cerai

11 minuti di lettura

La relazione tra Stati Uniti e Cina non è mai stata così una chimera come nelle ultime settimane. O meglio, Chimerica. Il concetto fu introdotto al grande pubblico da Niall Ferguson, sulla scia dell’adesione della Cina al WTO l’11 dicembre 2001. Un matrimonio economico e finanziario sicuramente non battezzato all’insegna della pace e dell’armonia globali, dal momento che solo due mesi prima l’America si scopriva insicura e vulnerabile di fronte alla minaccia del terrorismo islamico. Tuttavia, all’epoca la fortunata formula sembrava cogliere una fiducia intrinseca, dal momento che, secondo lo storico ed economista americano, quel concetto «intendeva incapsulare un nuovo ordine economico mondiale, basato sulla crescita guidata dalle esportazioni cinesi e sul consumo eccessivo americano». Un modello che prevedeva per «l’unica superpotenza globale», gli Stati Uniti, «una relazione finanziaria improbabile con il suo futuro rivale più probabile». Con il senno di poi, oggi questa reinterpretazione ci appare in tutta la sua cogenza. A segnalarci come fosse più che auspicabile – come ancora dovrebbe esserlo oggi, per noi europei, mentre assistiamo nella nostra lillipuziana condizione questi due colossi contendersi l’arena globale – una relazione pacifica e stabile tra le due maggiori superpotenze. Che da una relazione prospera potesse giovare tutto il pianeta, o quasi. E, al contempo, come fosse fallace ritenere che l’interdipendenza economica avrebbe calmierato una connaturata divergenza di ambizioni e una sempre più evidente ridistribuzione del potere mondiale. Perché se gli Stati Uniti sono restii ad essere detronizzati e ad accettare un mondo plasmato da Pechino, dall’altra parte sarà sempre più difficile per l’Occidente non confrontarsi con la realtà dei fatti. L’Ottocento è stato il secolo degli europei. Il Novecento il “secolo americano”. Il XXI secolo sarà il secolo degli asiatici? Parag Khanna è convinto di sì. Ma non solo lui. Secondo uno studio del McKinsey Global Institute, il centro gravitazionale del mondo si starebbe spostando sempre di più verso l’Asia, dal momento che, secondo le proiezioni, entro il 2040 il continente asiatico sarà responsabile di più del 50% del PIL mondiale e conterà il 40% dei consumi. Una nuova “grande divergenza”, parafrasando Kenneth Pomeranz, questa volta da Occidente verso Oriente.

A distanza di quasi vent’anni dall’ingresso della Cina dell’Organizzazione Mondiale del Commercio – forse l’evento che più di tutti ha cambiato, direttamente o indirettamente, le nostre vite – potremmo dire che il telos della storia abbia preso la strada della globalizzazione. Con tutte le criticità che abbiamo potuto riscontrare. Tuttavia, nell’interpretare quale direzione la storia abbia intrapreso, a volte scontiamo un eccessivo antropocentrismo. Riteniamo che il mondo sia alla nostra portata. Che i fenomeni globali siano l’esatto prodotto della nostra volontà e immaginazione. Che la causalità delle nostre azioni sia più decisiva delle infinite casualità del contesto in cui avvengono, e che valga dunque come legge universale a dominare sul destino di intere civiltà, di nazioni e individui. E come esseri umani non perdiamo occasione di dimostrare come quest’arroganza ci renda ciechi di fronte ai nostri errori. Perché dalla storia vogliamo trarre insegnamento solo da quegli errori che rinforzano i nostri capisaldi sociali, politici ed economici. E la crisi del Covid-19 è qui a riconfermarcelo. In primo luogo perché già nel 2003, come hanno ricordato l’antropologo Jared Diamond e il virologo Nathan Wolfe, il virus della SARS ebbe origine da animali selvatici che avevano contratto il virus dai pipistrelli, ma il governo cinese tacque volontariamente per non scuotere l’ordine pubblico e ritardò colpevolmente di informare l’Organizzazione Mondiale della Sanità con le ripercussioni che oggi, in misura decisamente più grave, abbiamo potuto scontare. Secondariamente, perché non è un caso che l’attuale pandemia – sulle cui origini naturali la comunità scientifica mondiale sembra concordare univocamente – da emergenza sanitaria globale sia divenuta ben presto una battaglia propagandistica per conquistare i cuori e le menti del mondo nel conflitto ormai conclamato tra Stati Uniti e Cina. Alle accuse di Mike Pompeo sull’origine artificiale del virus in un laboratorio di Wuhan è seguita la risposta sarcastica di Pechino attraverso un cartoon che sbeffeggia tutte le prese di posizione di Washington nella gestione della crisi. Considerando il livello di informazioni allo stato attuale, la verità in questa vicenda ha molteplici sfumature. Una di quelle più in chiaroscuro è la crescente pulsione sinofoba che l’ultimo sondaggio del Pew Research Center ha registrato tra gli americani e che l’amministrazione repubblicana chiaramente cercherà di cavalcare, sull’onda della crisi sanitaria, sia per obiettivi geopolitici di lungo termine sia per calcoli elettorali in favore di Donald Trump nel breve termine.

Quanto è diventata chimerica, ora, la relazione tra l’Aquila e il Dragone? Poco prima dello scoppio della pandemia, la guerra commerciale aveva già fatto ricredere Niall Ferguson, più propenso a riconoscere la realtà di una nuova guerra fredda. «In breve tempo, gli Stati Uniti e la Cina si sono trovati coinvolti in una guerra tecnologica rispetto al dominio globale di Huawei sui network di telecomunicazione del 5G, in un confronto ideologico in risposta agli abusi sulla minoranza islamica degli Uiguri, oltre ad una classica competizione tra superpotenze su scienza e tecnologia», ha scritto sulle pagine del New York Times lo scorso dicembre. Seppur il concetto di “guerra fredda” possa essere oggetto di interpretazioni, tuttavia, secondo lo storico americano, oggi ci aiuta ad accettare l’idea che «quella partnership» sorta nel 2001 sia definitivamente «morta». E la gestione dell’epidemia di Covid-19 da parte di Pechino non ha fatto altro che gettare benzina sul fuoco, oltre ad esigere alcune risposte. «Nel romanzo di fantascienza Il problema dei tre corpi di Liu Cixin, la Cina prima crea e poi risolve una minaccia esistenziale per l’umanità», ha scritto Ferguson sulle pagine del Sunday Times. «Pensavo fosse una strana trama quando ho letto il libro l’anno scorso […] ho imparato che in Cina le cose funzionano diversamente. Per i cinesi è accettabile rovinare il mondo per poi salvarlo». Salvarlo, o dominarlo? La suggestione di Ferguson rimane tale. Quello che è certo è che la pandemia ha confermato – per chi ancora non fosse convinto – che il confronto sino-statunitense diventerà la tara essenziale per soppesare, da qui in futuro, l’evoluzione della politica internazionale. Dalla tecnologia, passando per il soft power sino alla ricerca del vaccino ogni dimensione di questa competizione avrà un peso specifico per il futuro ordine globale. Difficile stabilire quali strumenti saranno decisivi. Se c’è una probabile discontinuità rispetto al passato – che ha visto prima l’Europa e poi gli Stati Uniti trionfare sul mondo per via di una incontrastata proiezione politica, militare ed economica su scala globale – forse giace nelle modalità con cui la Cina probabilmente ambirà ad estendere la sua leadership. Una di queste, come ha giustamente ricordato Ugo Tramballi, è il controllo, pressoché totale, della produzione delle “terre rare”, gli elementi strategici per lo sviluppo della frontiera tecnologica nel XXI secolo.

Poco dibattute nel dibattito pubblico, troppo importanti per poterle ignorare. Perché se la guerra digitale tra USA e Cina è la competizione sul software, quella dei metalli rari rappresenta lo scontro sull’hardware. Ed è qui che la relazione Chimerica, forse alla sua fase conclusiva, diventa una questione di “chimica”. Si è molto dibattuto sulla questione controversa del 5G – raggiungendo un picco di interesse nel nostro paese – che in qualche modo fonde queste due dimensioni dal momento che è in gioco tanto la capacità americana di rispondere all’attivismo commerciale di Huawei, quanto la maggiore fragilità cinese nel campo dei semiconduttori, essenziali nella costruzione delle infrastrutture dell’IoT. Si potrebbe dibattere per giorni sullo status quo della corsa alla supremazia tecnologica tra i due colossi. C’è chi ha provato a tirare le fila in qualche modo. Per quanto affascinanti e cruciali queste riflessioni possano essere, vi è tuttavia uno scarto importante nel dibattito tra ciò che potrà essere raggiunto in termini scientifico-tecnologici e ciò che è già forse la più grande asimmetria geoeconomica del nostro tempo. Mai si era riscontrato nella storia un monopolio di risorse così pronunciato e per giunta sempre più integrato nelle catene del valore – dall’estrazione sino alla produzione di prodotti finiti. A ricordare al mondo – e nel caso specifico, al Presidente Trump – il vantaggio strategico della Cina è stato niente meno che lo stesso Xi Jinping circa un anno fa, durante un tour di uno dei più grandi giacimenti al mondo di rare earths nella provincia dello Jiangxi poco dopo l’annuncio dell’amministrazione repubblicana di aver inserito Huawei nella famosa “lista nera”. Non è stata soltanto una secca replica ascrivibile alle consuete schermaglie diplomatiche, ma rappresenta una lunga tradizione strategica che risale a Deng Xiaoping, a cui si è storicamente attribuito questo adagio del 1992: Il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare. Ci sono due aspetti preliminari che devono essere tenuti in considerazione: la Cina non è l’unico paese in cui sono presenti questi giacimenti, anzi, secondo uno degli ultimi rapporti dell’U.S. Geological Survey, sono «relativamente abbondanti sulla superficie terrestre», con la Cina che detiene il 37% delle riserve mondiali, seguita da Brasile e Vietnam (18% circa) e infine in piccola percentuale dagli Stati Uniti (1.17%); in secondo luogo, sono spesso associati ad altri minerali e dunque richiedono un complicato e dispendioso processo di separazione e raffinazione chimica prima di poter essere impiegati a livello industriale. Inoltre, i siti di estrazione e lavorazione hanno spesso implicato danni ambientali e costi umani enormi. Come si è provato a sintetizzare in un precedente articolo, la storia industriale, le applicazioni tecnologiche e una geografia sempre più globale hanno gradualmente spostato la frontiera dello sfruttamento di queste risorse. Dal 1960 al 1980, in piena Guerra fredda, dalla miniera di Mountain Pass in California si estraeva quasi il 70% della domanda mondiale. Tuttavia, in seguito alla scoperta da parte dell’EPA (Environmental Protection Agency) di disastri ambientali legati alle attività del sito e alla concorrenza dei prezzi dell’industria mineraria cinese, l’attività mineraria gestita da Molycorp (in precedenza Molybdenum Corporation) fu costretta a cessare. Molte delle attività occidentali delocalizzarono la produzione in Cina, dove la pressoché assenza di regolamentazione ambientale e i costi d’estrazione bassi divennero condizioni davvero vantaggiose[1]. Oggi, le industrie cinesi controllano più dell’85% dei processi di lavorazione e, come confermano i dati dell’USGS, producono più del 70% della domanda di metalli rari. Sempre secondo questi dati, tra il 2014 e il 2017 gli Stati Uniti hanno importato l’80% della domanda interna dalla Cina. Secondo il Dipartimento della Difesa americano, questa dipendenza è stata il frutto di una strategia commerciale predefinita da parte di Pechino che ha favorito joint ventures con le aziende occidentali e progressivamente consolidato la sua scalata lungo le catene del valore delle terre rare, dai processi di estrazione alla produzione di beni a più alto valore aggiunto. A confermare questa ascesa – che corrisponde ad una decrescita relativa della quota di produzione mondiale nei settori upstream detenuta dalla Cina prima del 2011 – un’analisi di Adamas Intelligence, specialmente nella produzione di magneti NdFeB e di catalizzatori, le cui applicazioni spaziano dal settore informatico, a quello automobilistico passando per le tecnologie “verdi”. Il mercato di questi prodotti finiti nel commercio delle terre rare ha raggiunto quote esorbitanti: per volume rispettivamente 35 e 26%, per valore il 91% solo per i magneti al neodimio. Sono solo alcune delle cifre che danno un’idea delle potenzialità della produzione cinese di terre rare. E ragionando in prospettiva, con il mercato digitale ed energetico che esploderà nei prossimi anni, questa leva diventerà ancor più decisiva, specialmente se consideriamo che il mercato dei magneti – di circa 14 miliardi di dollari – è già al 60% controllato dalla Cina, come conseguenza del piano pluriennale Made in China 2025.

In una situazione di complicità economico-commerciale come poteva essere la Chimerica del primo decennio del XXI secolo, questa evidente asimmetria (con i dovuti contrappesi oggi, se pensiamo come accennato al mercato e alla produzione dei semiconduttori seppur in crescita in Cina) poteva risultare accettabile se non un buon affare complessivo. Ma la prospettiva di un’arma commerciale di questa portata non può far dormire sonni tranquilli al Pentagono e alla Casa Bianca, soprattutto nel contesto di inimicizia odierna. In realtà già in passato la Cina aveva dimostrato di poter “militarizzare” le terre rare: nel 2010 Pechino decise di tagliare i rifornimenti al Giappone in seguito ad un incidente marittimo verificatosi nell’acque intorno alle contese Isole Senkaku. La crisi che ne seguì, facendo sobbalzare i prezzi delle terre rare ad un picco clamoroso nel 2011 e mai più raggiunto, indusse USA, Unione Europea e Giappone ad appellarsi al WTO che, in seguito ad una disputa durata sino al 2015, alla fine obbligò Pechino a ristabilire le quote di produzione. Ma è soltanto negli ultimi anni che questa dipendenza ha nuovamente scosso gli animi all’interno dell’establishment americano. Un primo atto di questo brusco risveglio è avvenuto nel contesto della guerra commerciale lo scorso anno, quando la Cina impose dazi al 25% sugli importazioni dei beni estratti da MP Materials, l’unica azienda americana produttrice di terre rare. In aggiunta, alcune aziende produttrici cinesi si dichiararono pronte ad imporre severi costi ai consumatori americani.

Nelle settimane immediatamente successive la dichiarazione di Xi Jimping sino ad oggi, le agenzie governative americane hanno intrapreso una serie di iniziative destinate a rilanciare nuovamente la frontiera delle terre rare. Dapprima il Dipartimento del Commercio ha rilasciato un importante report su una serie di «iniziative senza precedenti da intraprendere» per ristabilire rifornimenti di «minerali critici», incluse ovviamente tutte le 17 terre rare. Tra le proposte, una ridiscussione del rilascio dei permessi per le attività estrattive sul territorio americano, maggiori investimenti in ricerca e sviluppo per diversificare i processi di produzione e una collaborazione più stretta con gli alleati. In seguito, il Presidente Donald Trump ha dato mandato al Pentagono di investire maggiormente nella produzione di magneti, un settore critico per la sicurezza nazionale e l’industria militare. Una mossa in seguito rafforzata dalla volontà del Ministro della Difesa australiano di voler aumentare la produzione nazionale di cobalto, nichel e molti rare earth elements per supportare la domanda interna e i rifornimenti agli alleati. A battezzare questi sforzi anche la ratifica di memorandum of undersanding tra l’americana Blue Line Corp. e l’azienda australiana Lynas Corp. per costruire un sito di produzione in Texas. Ed è in questo nuovo sforzo congiunto ed internazionale che si può inquadrare una rinnovata ostilità nei confronti di Pechino: per spezzare la supremazia cinese, lo scorso 26 settembre Mike Pompeo ha annunciato il lancio dell’Energy Resource Governance Initiative (ERGI), coordinata dal Dipartimento di Stato, volta a coinvolgere partner da tutto il mondo in uno sforzo multilaterale per promuovere attività estrattive responsabili di 15 minerali la cui domanda è destinata a crescere esponenzialmente nei settori dei motori elettrici e delle turbine eoliche. «Vogliamo assicurarci che queste importanti risorse minerarie rimangano libere dalla coercizione internazionale», aveva commentato il Segretario di Stato americano al meeting presso le Nazioni Unite. Quello che è emerso in quest’ultimo anno, dunque, è una crescente consapevolezza da parte del governo della necessità di rimpatriare la produzione di terre rare all’interno del territorio americano. E non è un caso che questa iniziativa sia partita dalle burocrazie governative, dal momento che senza adeguati incentivi il settore privato troverebbe notevoli difficoltà a sganciarsi dalle catene del valore costruite dalla Cina nel settore minerario. Dunque, è responsabilità del governo gettare le basi per una rinnovata industria mineraria americana, a testimonianza di aver compreso le lezioni del passato. Lo scorso dicembre è stata la volta dell’U.S. Army, che ha presentato alcuni progetti per finanziare nuovi giacimenti d’estrazione di neodimio e ittrio per raggiungere una completa autosufficienza nella costruzione di materiale bellico, tra cui barre nucleari, missili intelligenti, jet militari e altre apparecchiature elettroniche. A confermare un trend positivo nella strategia americana, nel 2019 la produzione di terre rare negli Stati Uniti è cresciuta del 44%, come ha riportato lo scorso febbraio Bloomberg da un report del USGS. Con lo scoppio della pandemia, anche il settore minerario ha subito un drastico calo di produzione. Lynas Corp., la maggiore produttrice di terre rare al di fuori della Cina, ha avvertito che senza supporto pubblico potrebbe trovarsi nella difficoltà di rifornire i suoi clienti e di rispettare gli impegno presi lo scorso luglio. Tuttavia, la crisi sanitaria e gli strascichi diplomatici hanno di certo contribuito a rafforzare una sempre più marcata sinofobia da parte delle agenzie governative, anche nei confronti delle aziende americane. Lo dimostra il caso di MP Materials. L’azienda, che detiene i diritti minerari sulla miniera di Mountain Pass, è per il 10% di proprietà di Shenghe Resources Holding Co., e ogni anno invia in Cina circa 50.000 tonnellate di terre rare affinché vengano processate per produrre un corrispettivo di 5.000 tonnellate di neodimio e praseodimio. Il Dipartimento dell’Energia ha di fatto vietato agli scienziati americani di collaborare con l’azienda per evitare di condividere know-how scientifico. Tuttavia, MP Materials insieme a Lynas Corp. è in corsa per aggiudicarsi una prestigiosa commessa del Pentagono, di circa 40 milioni di dollari, per la produzione di light rare earth. Come riporta Reuters, MP Materials – che ha ripreso la produzione nel sito di Mountain Pass circa due anni fa – è considerata, in qualità di competitor più avanzato nel mercato americano, di fatto una potenziale «front-runner» per ottenere i fondi del Pentagono, i cui rappresentanti non hanno chiarito eventuali conflitti d’interesse con le politiche dell’Energy Department che a metà aprile ha annunciato di rilanciare le spese (circa 18 milioni di dollari) nella ricerca nei materiali strategici.

Nonostante la galassia d’interessi del settore privato e le priorità strategiche delle agenzie governative, le conseguenze della guerra commerciale e della crisi sanitaria – specialmente nell’attuale scomposizione di alcune importanti catene del valore – sembrano aver avviato una prima importante rivoluzione: la necessità degli Stati Uniti di rinnovare, dentro un perimento politicamente sicuro, l’industria delle terre rare. Un altro importante segnale che conferma la tesi di un capitalismo, quello americano, che vuole costruirsi sulla base di maggiori esigenze di sicurezza e sempre meno dipendente, e dunque vulnerabile, da una relazione Chimerica.


[1] La storia di questa transizione è molto più complessa e degna di approfondimento, pertanto ci riserviamo lo spazio necessario da dedicarvi in un prossimo contributo.

Scritto da
Alberto Prina Cerai

Nato a Biella, laureato in Scienze Strategiche presso l’Università degli studi di Torino e in Storia Contemporanea all’Università di Bologna. Ha svolto un periodo di ricerca al Liddell Hart Centre for Military Archives (LHCMA) presso il King’s College. Attualmente iscritto al Master in Strategic Business presso la LUISS School of Government. Interessato di politica estera, sicurezza americana e tecnologia.

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