“Ci pensiamo noi”: le 10 proposte di Tortuga per i giovani
- 02 Marzo 2020

“Ci pensiamo noi”: le 10 proposte di Tortuga per i giovani

Recensione a: Associazione Tortuga, Ci pensiamo noi. Dieci proposte per far spazio ai giovani in Italia, Prefazione di Tito Boeri e Vincenzo Galasso, Egea, Milano 2020, pp. 192, euro 18 (scheda libro).

Scritto da Luca Picotti

7 minuti di lettura

Nel dibattito pubblico attuale chiunque, a prescindere dalle diverse posizioni, è costretto a constatare come l’Italia non sia “un paese per giovani”. Se pensiamo alla condizione demografica – dal 1995 è più probabile imbattersi in una persona con più di 65 anni che in un ragazzo sotto i 15 – o ai dati su una disoccupazione giovanile che da dieci anni è sopra il 25%, passando per le teorie come quella di Raffaele Alberto Ventura per cui vi è una discrasia tra le alte aspirazioni dei giovani e le effettive possibilità di realizzarle in un’epoca di stagnazione secolare, la fotografia che abbiamo davanti ai nostri occhi ci mostra l’immagine di una vera e propria classe disagiata, per citare Ventura, o quantomeno trascurata.

Però, quasi sempre, alla constatazione non segue una vera e propria presa di coscienza che permetta di affrontare la questione con serietà, sia per quanto concerne le diagnosi che per quanto concerne le possibili soluzioni.

È quindi senz’altro interessante l’iniziativa di Tortuga, un think tank composto da giovani professionisti e studenti di economia che da anni svolge attività di ricerca su temi economici e politici, di pubblicare il libro Ci pensiamo noi. Dieci proposte per far spazio ai giovani in Italia edito da Egea. Il volume ruota attorno a tre questioni considerate maggiormente significative da una prospettiva giovanile: welfare, scuola e mercato del lavoro. Se altri grandi temi non sono affrontati, come l’ambiente e l’immigrazione, questo è perché l’obiettivo non è quello di tracciare una esaustiva analisi politico-economica del presente, ma piuttosto focalizzarsi su alcuni argomenti concreti che riguardano i giovani al fine di proporre delle soluzioni praticabili. Proprio questa concretezza è tra i punti di forza del contributo di Tortuga, che si cercherà in questa sede di esporre in modo chiaro e sintetico nelle sue linee fondamentali, lasciando al lettore una valutazione delle proposte.

Il primo punto da analizzare è quello relativo alla povertà giovanile. Più di un giovane su 10 nel 2018 viveva in una famiglia in povertà assoluta e sempre nello stesso anno i minorenni in povertà hanno superato il 12,5%, contro il 5% di over 65. Questi dati non vanno letti come strumentali alle diverse tesi sullo scontro generazionale, ma intendono testimoniare come, soprattutto a partire dalla crisi del 2008, l’incidenza della povertà abbia colpito maggiormente i giovani.

In Italia le politiche di contrasto alla povertà si sono rivelate inefficaci, tanto che «[In Italia] la percentuale di individui sotto i 24 anni a rischio povertà prima dei trasferimenti e pensioni è in linea con la media dell’Eurozona. Tuttavia, in seguito all’intervento del welfare statale le fasce più giovani sembrano non migliorare la propria condizione» (p.13); i sistemi di welfare dei paesi dell’Eurozona, leggiamo, hanno un’efficacia maggiore di circa 6 punti percentuali nella riduzione della povertà rispetto a quello italiano, in cui i benefici sono composti in modo tale da non proteggere adeguatamente famiglie e bambini e spesso non riescono a raggiungere la platea delle persone effettivamente in difficoltà economica.

Nell’analisi della più imponente misura contro la povertà adottata in Italia, il Reddito di Cittadinanza, il team di Tortuga mostra come questa, utilizzando una scala di equivalenza[1] poco generosa per le famiglie più numerose, non riesca a raggiungerle in maniera incisiva; inoltre, la previsione di un sostegno al canone d’affitto rischia di escludere paradossalmente, a parità di risorse disponili, nuclei familiari tenuti a sopportare un canone di locazione troppo oneroso. Da qui le prime due proposte: innanzitutto, uniformare la scala di equivalenza a quella ISEE e, per compensare i maggiori costi, ridurre il RdC per i single[2] fino alla media OCSE, quindi di circa 4 punti percentuali, con un beneficio massimo pari a 400 euro; poi, andare a separare la lotta alla povertà dal sostegno all’affitto, facendo confluire quelle risorse nel già istituito Fondo sociale per l’Affitto.

Il volume affronta in seguito la questione delle politiche a sostegno della natalità, che ad oggi impiegano poco più di 15 miliardi e che consistono principalmente in detrazioni fiscali e altre misure tampone frammentate e poco organiche. La proposta di Tortuga è volta a semplificare il sistema e agisce su due direttive: da un lato, quella più culturale, concerne il congedo di paternità, in un’ottica di aumento dell’indennizzo del congedo facoltativo rispetto all’attuale 30% dello stipendio e in generale di parificazione dei ruoli[3]. Dall’altro, una organica riorganizzazione dei sussidi in denaro e in voucher (questi per servizi di baby-sitting, acquisto pannolini e biberon etc.), sostituendo le detrazioni fiscali – inutili per chi è incapiente – con un assegno in contanti versato dai 0 a 20 anni a tutte le famiglie con ISEE sotto i 35.000 euro, suddiviso in tre fasce con differenti importi e incentivi alla ricerca del lavoro di almeno uno dei genitori per l’ottenimento dei voucher. Il costo totale stimato sarebbe di 16,3 miliardi annui, in linea con la spesa attuale.

La seconda parte è dedicata all’istruzione e alla cultura. In questa sede saremo costretti ad una sintesi che sottrae a queste dense pagine il loro ampio respiro e rimandiamo al libro per una più approfondita analisi degli argomenti del team di Tortuga sottostanti alle proposte.

In breve, si parte dal primo tassello, ovvero gli asili nido, frequentati da solo il 22% dei bambini italiani; l’obiettivo è il traguardo europeo del 33% sull’offerta minima da garantire con un raddoppio del numero di posti negli asili nido pubblici, attraverso l’istituzione di obiettivi regionali per la copertura degli asili nido e un aumento del Fondo Nazionale per l’educazione di infanzia istituito dalla Buona Scuola di almeno 760 milioni[4]. Si prosegue poi con l’investimento sui docenti, i cui stipendi sono tra i più bassi OCSE. La proposta è quella di innalzare lo stipendio lordo in entrata al 90% (oggi è 65-72%) della Retribuzione Annua Lorda di un lavoratore laureato nella fascia 25-34, portandolo a 27.100; equiparare le tre categorie di insegnanti di medie, superiori e elementari; aggiungere una parallela progressione di carriera con 7 fasce di merito alle 7 di anzianità; inserire un sistema integrato di valutazione e formazione. Vi è poi la questione del riordino dei cicli, troppo complessa per essere trattata in questa sede e che verrà solo accennata citando le parole degli autori: «il sistema italiano ha due punti forti, su tutti: scuola dell’infanzia e scuola primaria. Partendo da questi, occorre integrare alcune soluzioni adottate da altri Paesi europei […] dove scuola primaria e scuola secondaria di I grado (elementari e medie) sono riunite in un unico percorso. Gli ultimi tre anni di questo percorso (due in caso di abbreviamento), inoltre, potrebbero assumere una natura più orientativa, come viene fatto in Germania. In questo “biennio/triennio orientativo” (le attuali scuole secondarie di I grado), per aiutare i ragazzi a compiere con maggiore consapevolezza la prima delle tante scelte che delineeranno il loro futuro si potrebbero incentrare il programma su percorsi strutturati» (p.65). A questo seguirebbe anche una modifica della scuola secondaria di II grado (scuola superiore), i cui primi due anni avrebbero un programma diviso in una parte comune di curriculum per tutti, una parte caratterizzante specifica per ogni indirizzo e una parte a scelta dello studente. In questo modo si agevolerebbero la consapevolezza e la responsabilità individuale dello studente nella scelta futura.

Il volume prosegue toccando diversi temi, dal dualismo tra licei ed istituti tecnici e professionali (da debellare con una azione di detracking, ossia una riduzione al minimo della stratificazione ridimensionando il numero degli indirizzi rendendo più omogenei i curriculum) all’edilizia scolastica, dall’alternanza scuola lavoro[5] alle nuove figure professionali (contro l’idea di un insegnante tuttofare) per specifiche mansioni come dispersione scolastica, supporto psicologico a studenti e famiglie, alternanza scuola-lavoro e formazione dei docenti.

Dopo un excursus sulla cultura con la proposta di rendere i musei gratuiti per gli under 26 e alcuni appunti critici su 18app del Governo Renzi, l’analisi va a focalizzarsi sull’Università italiana e il basso numero di laureati che produce. Tra le diverse criticità che questa presenta, il team di Tortuga si concentra sul finanziamento (tra i più bassi d’Europa) e il costo d’accesso (solo in Olanda e Regno Unito le tasse sono maggiori). «La nostra proposta consiste nell’istituzione di un punteggio centralizzato nazionale per il diritto allo studio, per ogni studente all’ultimo anno delle superiori», punteggio che sarebbe calcolato attraverso la media ponderata di due fattori: l’ISEE per circa tre quarti del punteggio totale e il merito scolastico rapportato alla media scolastica provinciale o regionale. Un certo punteggio potrebbe garantire l’esenzione dalle tasse o altre agevolazioni[6].

Infine, la terza parte del volume va a toccare il complesso e delicato tema del mercato del lavoro.

In primo luogo, l’analisi si concentra sui ragazzi che non studiano e non lavorano (Neet), che nel 2018 nella fascia 20-34 erano in Italia il 29%. Dopo aver mostrato come in questa platea non vi siano solo i cosiddetti “giovani da divano” (e dopo aver analizzato l’istituto Garanzia Giovani), Tortuga propone una dotazione iniziale per far fronte all’investimento sia per la formazione che per l’eventuale spostamento geografico e di modificare le regole di determinazione del nucleo familiare per cui se il figlio inizia a lavorare il reddito della famiglia sale e vengono meno le esenzioni.

In secondo luogo, per quanto concerne l’ingresso nel mercato del lavoro, tra l’opzione del tirocinio e quella sempre più dilagante del contratto a tempo determinato, leggiamo come sia invece preferibile investire sull’apprendistato, rimuovendo i numerosi ostacoli burocratici attualmente presenti. Contro il problema del mismatch di competenze in Italia, con la conseguente discrasia tra domanda e offerta di lavoro e i fenomeni di sotto e sovraqualificazione, la proposta è quella di «favorire la circolazione dell’informazione tra giovani, imprese ed enti formativi» ed eventualmente «l’adozione di un modello di apprendistato duale, sulle orme di quello tedesco, che preveda periodi più frequenti di formazione direttamente in impresa».

Il tema dei salari è trattato attraverso una prospettiva di sistema: in particolare, l’obiettivo sarebbe quello di introdurre un salario minimo nazionale – di cui rimane il problema della soglia – unito all’efficientamento e controllo della contrattazione di primo livello, per poi procedere con una riforma organica per migliorare e decentralizzare i rapporti di lavoro in Italia attraverso la contrattazione di secondo livello. Per attuare questi obiettivi, Tortuga propone l’istituzione di una commissione permanente presso il CNEL con i vari rappresentanti sindacali, datoriali e tecnici.

Infine, abbiamo un focus sui cosiddetti lavoretti, al momento ancora una piccola fetta in termini di dimensioni – 2,6% popolazione in età di lavoro – ma destinati a crescere. In estrema sintesi, Tortuga propone diverse forme contrattuali per i differenti lavoratori della gig economy, partendo così da una forma prettamente autonoma per arrivare ad una prettamente subordinata – inoltre, per le tutele base, propongono di prendere in considerazione proposte come quella della Regione Lazio di marzo 2019[7].

Le ultime pagine accennano al problema del fenomeno dei cervelli in fuga. In generale l’importante lavoro di Tortuga, qui sintetizzato, è denso di dati e argomentazioni che non abbiamo potuto riportare interamente. Alcune proposte potranno essere condivise, altre discusse, ma nel complesso il lavoro di Tortuga presuppone certamente un’approfondita e raffinata analisi delle politiche pubbliche. Considerata l’attualità e l’urgenza del problema giovanile, contributi come questo sono senz’altro benvenuti per gli elementi che portano alla discussione pubblica, attirando l’attenzione su un tema come quello generazionale, decisivo per il futuro delle nostre società.


[1] «La scala di equivalenza è composta da un insieme di coefficienti che servono a quantificare il beneficio in base alla composizione e numerosità del nucleo familiare. È pari a 1 per i single e aumento meno rapidamente al crescere dei componenti». Il valore massimo della scala di equivalenza dell’ISEE è 4,25, quello OCSE 4 e quello del Rdc 2,1.

[2] Per cui su 18 paesi OCSE siamo sesti, con un reddito garantito di poco inferiore a Svezia e Finlandia.

[3] Andando quindi anche ad agire su quello obbligatorio, portandolo a 4 settimane di cui la prima pagata al 100% dello stipendio e le altre tre all’80%.

[4] Considerato che per raggiungere la soglia prevista dall’UE servirebbero oltre 2,5 miliardi e la spesa attuale si aggira su 1 miliardo più i 239 milioni stanziati dalla Buona Scuola. Non ci convince invece l’idea del condizionamento dei sussidi familiari alla frequenza dei figli alla scuola d’infanzia che, come scrive Boeri in prefazione, appare un po’ paternalistico.

[5] Per cui Tortuga propone di strutturare i progetti, lavorare sulle imprese e canalizzare i progetti.

[6] Per far partire il progetto, leggiamo, lo Stato potrebbe istituire un fondo straordinario per il primo biennio.

[7] Trattata a pp. 134-135.

Scritto da
Luca Picotti

Nato a Udine nel 1997, studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste ed è redattore della rivista. Scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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