La Cina e la corsa all’Africa: la penetrazione cinese tra economia e geopolitica

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La lunga storia della penetrazione cinese in Africa

La penetrazione cinese comincia quindi alla metà del secolo scorso soprattutto da quei paesi dove la decolonizzazione assume alti livelli di conflittualità con l’ex colonizzatore: in Algeria la Repubblica Popolare Cinese fornisce armi al FLN durante la guerra civile, la Guinea, rimasta fuori dalla sfera di influenza francese, cerca nella Cina un nuovo partner e, successivamente, Zimbabwe e Angola si appoggeranno a Pechino per chiudere la stagione delle guerre civili e iniziare la costruzione del nuovo Stato. Ci sono naturalmente alcune eccezioni, fra cui la più rilevante è sicuramente l’Egitto di Nasser, primo Stato africano ad aprire nel 1956 rapporti diplomatici con la Repubblica Popolare Cinese.

La strategia diplomatica della Cina in Africa, avviata soprattutto dal Primo Ministro comunista Zhou Enlai, porta con sé anche i primi investimenti, tanto che lo stesso Mao Zedong negli anni Sessanta sponsorizza la costruzione della TAZARA, la rete ferroviaria di collegamento fra Zambia e Tanzania. In cambio la Cina comunista chiede soprattutto in questi primi anni il “voto di scambio” nelle sedi internazionali e all’ONU, dove i nuovi Stati sostengono diplomaticamente le rivendicazioni della Repubblica Popolare Cinese contro Taiwan.

Il 2000 è un anno di svolta nelle relazioni sino-africane, che subiscono una decisa impennata con la creazione, fortemente voluta dall’allora presidente cinese Jang Zemin, del Forum sulla Cooperazione Cina-Africa (FOCAC). Da questo momento in poi la crescita degli investimenti cinesi negli Stati africani raggiungerà livelli vertiginosi: nel 1950 il volume degli scambi con il continente africano ammontava a poco più di 12 milioni di dollari, nel 1999 quella cifra era salita a circa sei miliardi e mezzo, ma nel 2008, anno in cui la Cina diventa il primo partner commerciale dell’Africa, si supera la quota dei 100 miliardi di dollari.

Questa espansione si è accompagnata ad una consistente mole di critiche, incentrate sui danni ambientali causati dalle aziende cinesi in molti Stati africani, lo sfruttamento dei lavoratori e l’accusa di imperialismo, che molti basano anche sul fatto che, nei suoi progetti sul continente, la Cina impiegherebbe soprattutto lavoratori di origine cinese. Prima di passare all’analisi specifica di queste criticità è tuttavia necessaria un’importante premessa.

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Il Presidente cinese, Xi Jinping, durante il Forum della cooperazione tra Cina e Africa tenutosi nel 2015 a Johannesburg.

Quando si parla di relazioni sino-africane un errore frequente è quello di considerare l’Africa come un blocco unico, non soffermandosi sulle specificità delle relazioni fra i singoli Stati africani e la Cina. Questo errore diviene più grave anche in considerazione del fatto che quest’ultima – a differenza dell’Unione Europea che, quando possibile, ha cercato il dialogo con le associazioni regionali – ha prediletto nel corso degli anni la costruzione di una rete di relazioni bilaterali, che coprono ormai quasi tutto il continente e si sviluppano in modo diverso da paese a paese.

In Nord Africa la penetrazione cinese si è concentrata soprattutto in Marocco, Algeria ed Egitto, tralasciando la Tunisia, tradizionalmente più vicina all’Europa, e la Libia, un contesto da sempre problematico che per il momento la Cina guarda con interesse ma ad una certa distanza. Se le relazioni economiche con l’Algeria si concentrano soprattutto sul settore petrolifero, al punto che la cinese Sinopec ha messo le mani sui principali pozzi del paese, quelle con Marocco ed Egitto sono incentrate perlopiù sulla costruzione di infrastrutture.

Con il Regno del Marocco la Cina ha firmato infatti nel 2016 ben 15 accordi di cooperazione, che fotografano una situazione in cui le aziende cinesi hanno ottenuto i principali appalti per la costruzione di case popolari e per il potenziamento del porto di Tangeri, che, se verrà firmato l’accordo di libero scambio in progetto fra i due paesi, diventerà la porta d’accesso al Marocco per le merci cinesi. Per l’Egitto la Cina è invece il primo partner commerciale ormai da molti anni e il principale fornitore di tecnologie per lo sviluppo del paese. Particolarmente interessante è il fatto che le relazioni sino-egiziane non abbiano minimamente risentito dei recenti avvenimenti nel paese nordafricano: l’entità degli scambi fra questi paesi ha infatti continuato ad aumentare costantemente da Mubarak a Morsi fino ad al-Sisi, che si appoggia ai finanziamenti cinesi per tentare la costruzione della nuova capitale egiziana.

Ancora diversa è invece la situazione in Africa orientale, che vede una forte penetrazione cinese nei paesi del Corno d’Africa con l’eccezione della sola Somalia, in cui la presenza cinese si limita alla collaborazione per il contrasto alla pirateria nel tratto di mare attraversato dalla nuova via della seta marittima. In questa regione l’Etiopia è uno dei maggiori destinatari degli investimenti e dei prodotti cinesi, che qui trovano soprattutto un ampio mercato di consumatori per merci a basso costo e opportunità di investire in progetti infrastrutturali, come il potenziamento dei collegamenti fra Addis Abeba e il porto di Gibuti.

Anche il Sudan è storicamente inserito da molti anni nell’orbita della Cina la quale, in cambio dell’accesso alle risorse petrolifere, ha dato sostegno a Khartoum per resistere alle molte spinte centrifughe del paese, salvo tuttavia aprire ottimi canali diplomatici con il governo di Juba dopo l’indipendenza del Sud Sudan, il neonato Stato in cui si trovano la gran parte dei giacimenti petroliferi della zona. Anche in questa regione l’investimento in termini di infrastrutture è stato ingente, soprattutto nell’ottica dell’inserimento di questa zona nella “nuova via della seta” (One Belt One Road Initiative) assieme ai già menzionati Egitto, Etiopia e Gibuti e al Kenya, destinazione principale della via della seta marittima nell’Oceano Indiano.

Già da questa prima panoramica si comprende come la natura dell’espansione cinese in Africa sia molto più complessa e articolata di quanto possa sembrare ad un primo sguardo. Il primo assunto da sfatare nel concepire le relazioni tra Cina è Africa è il fatto che la Cina cerchi negli Stati africani soprattutto materie prime: la cifra di investimenti cinesi nel settore estrattivo è infatti di circa il 28% del totale contro il 66% di quelli statunitensi. Pechino si espande sul continente soprattutto attraverso società di costruzione e scambi commerciali, cercando sul continente nuovi mercati per i propri prodotti in Stati molto popolosi come l’Etiopia o la Nigeria.

Ciò detto, è comunque vero che gli investimenti in campo minerario hanno un’enorme rilevanza strategica per la Cina, che fa molto affidamento per le importazioni petrolifere sull’Angola – fino al 2016 il principale fornitore di petrolio della Cina (ora superato da Russia e Arabia Saudita) – e sui nuovi progetti di sfruttamento dei giacimenti offshore nel Golfo di Guinea, che garantiscono maggiori garanzie a fronte dell’instabilità politica di molti Stati della regione.

Sempre più importante è inoltre il ruolo del cobalto, necessario per la costruzione di batterie per smartphone e auto elettriche, settore su cui la Cina sta investendo molto alla luce degli obiettivi di riconversione energetica contenuti nel progetto di Made in China 2025. I principali giacimenti si trovano oggi nella Repubblica Democratica del Congo e vengono sfruttati soprattutto da aziende cinesi al prezzo però di una deforestazione incontrollata.

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Nato nel 1995, attualmente studente di Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Superiore Sant’Anna e di Governance delle Migrazioni presso l’Università di Pisa, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali nello stesso ateneo. Attivo in alcune associazioni di volontariato e sportello legale per le migrazioni, tiene una rubrica a tema immigrazione per la rivista online “Il Fuochista”.

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