La Cina e la corsa all’Africa: la penetrazione cinese tra economia e geopolitica

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La strategia cinese in Africa

Una critica che deve invece essere probabilmente ridimensionata è quella che vedrebbe le aziende cinesi in Africa servirsi soprattutto di lavoratori cinesi. Secondo un report del FOCAC, il tasso di lavoratori locali impiegati nei singoli Stati africani dalle aziende cinesi ammonterebbe a circa i quattro quinti del totale, un numero che sembrerebbe essere confermato dai dati per singolo paese e per le principali multinazionali cinesi operanti sul continente. Huawei ad esempio, la principale azienda cinese di telecomunicazioni che realizza in Africa il 15% del totale dei suoi profitti, ha dichiarato che nelle sue aziende nei vari Stati africani impiega in media l’80% di lavoratori locali.

Accanto a questo però bisogna aggiungere altre considerazioni. Se, stante le considerazioni precedenti, sembra essere vero che i cinesi impiegano per la gran parte manodopera locale, creando fondamentali posti di lavoro in molti Stati, è altrettanto vero che i lavoratori non cinesi raggiungono raramente posizioni di vertice e versano perlopiù in condizioni di lavoro prossime allo sfruttamento con salari molto bassi e orari di lavoro proibitivi. Inoltre, in molti casi la penetrazione cinese in un dato settore sta spazzando via la concorrenza di aziende locali, come accaduto ad esempio in Nigeria nel campo dell’industria tessile, con ricadute economiche e sociali importanti per il paese.

Un terzo ordine di problematiche riguardo alla presenza cinese in Africa è stato invece sollevato in merito al sostegno cinese ad alcune delle più controverse dittature del continente. Fra i tanti esempi spicca quello di Mugabe, a lungo Capo di Stato indiscusso dello Zimbabwe, definito addirittura come un “amico personale” da Xi Jinping in persona. Questo sostegno, così come quello ad Omar al-Bashir in Sudan, si è poi rivelato comunque meno stabile del previsto e, dopo la deposizione di Mugabe, la Cina ha mantenuto comunque ottime relazioni con il nuovo governo, tanto che si è parlato, dopo la visita a Pechino del generale Chiwenga, di un vero e proprio assenso dato al colpo di Stato da parte delle autorità cinesi.

Il criterio di base dell’azione cinese in Africa sembra essere dunque quello del coinvolgimento dovunque e ad ogni costo, il tutto in nome di un pragmatismo anche politico che vorrebbe mascherarsi dietro la bandiera del non-interventismo politico. Ciò che rende più attrattivi gli investimenti e gli aiuti cinesi per molti Stati africani è infatti la loro assenza di condizioni: a differenza dell’Europa, la Cina non chiede riforme o il blocco di flussi migratori, ma offre il suo supporto economico chiedendo in cambio, almeno apparentemente, solo l’apertura delle porte del mercato nazionale ai prodotti cinesi e alle sue aziende.

Come già abbiamo intravisto però, dietro il proclama del non-interventismo si nasconde un chiaro intento egemonico, tanto di tipo economico quanto politico e culturale: Pechino è un attore fondamentale sul teatro africano, detiene una parte consistente del debito di molti Stati ed è un partner commerciale irrinunciabile, condizione che costringe molti governi del continente a mantenersi strettamente legati alla Cina anche da un punto di vista politico. L’Africa è per la Cina non solo un’opportunità economica, ma anche un laboratorio geopolitico in cui confrontarsi con le altre potenze globali, come testimoniato ad esempio dalla crescente mole di investimenti nell’area francofona in un’ottica di concorrenza proprio all’egemonia francese su una buona parte della zona.

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Un ultimo tassello da considerare è quello dell’immigrazione cinese in Africa, che ha superato negli ultimi anni il milione di persone sul continente. La diaspora cinese si concentra soprattutto negli Stati dell’Africa meridionale, tanto che Sudafrica e Angola assorbono circa la metà di questa migrazione, ma più in generale vi è una forte presenza di comunità cinesi proprio laddove gli investimenti di Pechino sono più ingenti.

Come nel caso degli investimenti economici, anche in questo caso la reazione a quest’immigrazione varia a seconda del paese. Un caso di integrazione particolare sembra essere la Nigeria, dove i cinesi si sono impiantati soprattutto nel settore tessile, forti del sostegno del proprio Stato di appartenenza, ma allo stesso tempo si sono perfettamente inseriti nel tessuto sociale. Non è da sottovalutare in questo senso il lavoro fatto in Nigeria dall’Istituto Confucio, che ha una fortissima presenza nelle università nigeriane. Dall’altra parte vi sono però situazioni come quella dello Zambia, dove la comunità cinese è spesso associata allo sfruttamento delle miniere clandestine e il livello di integrazione resta ancora molto basso.

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Nato nel 1995, attualmente studente di Scienze Politiche e Sociali presso la Scuola Superiore Sant’Anna e di Governance delle Migrazioni presso l’Università di Pisa, dopo aver conseguito la laurea triennale in Scienze Politiche Internazionali nello stesso ateneo. Attivo in alcune associazioni di volontariato e sportello legale per le migrazioni, tiene una rubrica a tema immigrazione per la rivista online “Il Fuochista”.

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