Cina e tecnologia. Intervista a Simone Pieranni
- 04 Novembre 2020

Cina e tecnologia. Intervista a Simone Pieranni

Scritto da Davide Regazzoni

14 minuti di lettura

Da Deng Xiaoping in poi la Cina ha rivelato un marcato dinamismo economico e tecnologico che ha trasformato – e sta trasformando – il Paese in maniera radicale e profonda. Ma quali sono le caratteristiche e le criticità di queste trasformazioni? Abbiamo deciso di approfondire questi temi con Simone Pieranni, giornalista e saggista che ha a lungo vissuto e lavorato in Cina. A Pechino ha fondato l’agenzia di stampa China Files e oggi lavora a Roma al quotidiano «il manifesto». Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Cina globale (manifestolibri 2017) Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina (Laterza 2020).


Nel corso di appena una generazione la Cina, prima considerata la “fabbrica del mondo”, sembra essere diventata una nazione high-tech, dove è sufficiente una app, come WeChat, per svolgere un’infinità di operazioni quotidiane. Ritiene che un’immagine di questo genere, seppur stilizzata, colga realmente nel segno? O essa maschera contraddizioni e polarizzazioni più profonde con una Cina spaccata a metà: da un lato le campagne ancora non del tutto modernizzate e una popolazione che svolge lavori manuali simbolo della “Cina-fabbrica” e dall’altro le grandi metropoli dove si sperimentano tecnologie e forme di convivenza futuristiche, simbolo della “Cina-high-tech”? Esiste ancora questo doppio volto del Paese oppure no?

Simone Pieranni: Questo elemento esiste sempre meno. Innanzitutto perché dal 2011 la Cina è un Paese a maggioranza urbana. Il processo di urbanizzazione iniziato una ventina di anni fa, che ha coinvolto prima le grandi metropoli, poi le città di seconda fascia e quindi quelle di terza fascia, ha finito per inurbare gran parte degli abitanti di quelle che un tempo erano le campagne. Rimangono naturalmente numerosi luoghi e regioni dove questo processo non è stato rapido come in altre zone del Paese, soprattutto nella parte centrale e nordoccidentale. Proprio per questo il governo ha lanciato più volte campagne – come quella denominata “Go West” – per spingere le imprese cinesi e straniere a investire nelle zone meno sviluppate, avviando anche in esse nuovi processi di urbanizzazione.

In secondo luogo, la rivoluzione digitale di cui stiamo parlando ha coinvolto in gran parte anche le campagne. Ad esempio, l’utilizzo degli smartphone e di WeChat si è molto diffuso anche nelle aree rurali. È, anzi, proprio nelle regioni più remote e periferiche che si sono sviluppati importanti progetti di e-commerce e di utilizzo delle nuove tecnologie. C’è un video che è circolato molto, nel quale appare un drone che raccomanda ad una signora spersa in una zona poco abitata di indossare la mascherina. Immagini come queste evidenziano bene come la tecnologia consenta al governo una presenza capillare anche in aree molto periferiche.

Certo, esiste ancora una differenza significativa tra zone del Paese, sottolineata dal premier Li Keqiang nell’ultima Assemblea Nazionale del Popolo. Secondo Xi Jinping la povertà era stata debellata, o era in procinto di essere eliminata in Cina. Li Keqiang ha invece ricordato che esistono importanti sacche di povertà, non solo nelle zone a maggioranza rurale, ma anche in quelle metropolitane. Se prima i poveri erano rappresentati principalmente dai cosiddetti lavoratori migranti (“popolazione fluttuante”) e in seguito dalle cosiddette “formiche” (lavoratori urbani che vivevano ammassati in appartamenti piccolissimi), adesso è il turno degli “etichettatori” – incaricati di compiti ripetitivi e a bassa specializzazione funzionali all’apprendimento da parte dell’intelligenza artificiale –, che vivono in zone degradate e fatiscenti.

 

Osservando lo sviluppo della tecnologia, dell’intelligenza artificiale, delle app e infine anche delle biotecnologie si potrebbe affermare, a un primo sguardo, che la Cina costituisca un paradigma dell’integrazione della tecnologia nella società. Nel concreto, però, come viene vissuto questo processo dalla popolazione?

Simone Pieranni: C’è un duplice rischio quando si affronta questo tema. Da un lato il pericolo è quello di enfatizzare troppo l’eccezione cinese, rappresentando la Cina come una società da sempre fondata sul controllo. Chiaramente ci sono elementi di verità in questo. Già in epoca imperiale esistevano sistemi di creazione delle città su un modello che a noi ricorda quello del Panopticon. Va aggiunto che al controllo da parte dell’autorità si aggiunge il controllo reciproco da parte dei cittadini. Si tratta di modelli che, tutto sommato, non sono solo sopravvissuti fino all’epoca maoista, ma che esistono tutt’ora, rafforzati dal progresso tecnologico che permette un controllo sempre più sofisticato. Al tempo stesso però bisogna liberarsi dal pregiudizio occidentale secondo cui ai cinesi non interesserebbe la privacy.

Yuk Hui, docente dell’università di Weimar, sostiene che la cultura occidentale abbia separato la tecnica dall’agire sociale, come se la tecnica non fosse collegata alle scienze umane. Secondo Hui, invece, in Cina esiste una sorta di cosmologia che va pensata congiuntamente alla tecnica, una sorta di cosmo-tecnica cinese che ha sempre concepito la tecnica come un aspetto dell’agire umano. In questo senso possiamo dire che questi elementi culturali portano ad avvertire meno l’elemento di “intrusività” della tecnica rispetto alla vita delle persone.

Esistono filoni di pensiero secondo cui è il confucianesimo ad essere responsabile di quella sorta di “buco nero” nel quale la Cina è caduta durante le ultime fasi della dinastia Qing (1644-1912), perdendo l’appuntamento storico con la rivoluzione industriale. Il confucianesimo, infatti, si poneva come un argine alle influenze esterne. Durante l’esperienza repubblicana e nazionalista la Cina ha tentato di colmare questo divario aprendosi all’Occidente, concependo la modernizzazione come una tappa necessaria allo sviluppo del Paese.

Ritornando al presente, oggi i cinesi sembrano accettare il sistema di controllo a cui sono assoggettati e ne sono parte attiva. Come dicevo prima – e come scrivo nel libro Red Mirror – non esiste soltanto un’autorità che controlla ma esiste un controllo che di fatto viene applicato dagli stessi controllati. La disponibilità nei confronti di questo stato di cose nasce sulla base del concetto di sicurezza, dal momento che i cinesi si sentono più sicuri accettando una maggiore pervasività delle tecniche di controllo. Naturalmente non si può mai generalizzare quando si parla di una popolazione così vasta. Si sono infatti sviluppati moltissimi dibattiti sull’etica dell’intelligenza artificiale, sulla privacy. Tra l’altro bisogna sottolineare che la Cina ha una legislazione in fatto di protezione dei dati personali molto forte per quanto riguarda l’utilizzo da parte delle aziende, più simile alla legislazione europea che a quella americana. L’uso però che il governo può fare di questi dati non è regolato. Questo è il vero aspetto di eccezionalità cinese.

 

Con la legge sulla sicurezza il controllo del governo centrale su Hong Kong è fortemente aumentato. In che misura tecnologie come le telecamere a riconoscimento facciale potranno essere impiegate per stabilire e mantenere la bramata pace sociale in uno dei focolai di crisi più difficilmente gestibili di tutta la Cina?

Simone Pieranni: In un articolo scritto per Sinosfere avevo definito la rivolta di Hong Kong come la prima rivolta contro il capitalismo della sorveglianza, perché i manifestanti avevano in molti casi scelto come proprio obiettivo le videocamere a riconoscimento facciale. I manifestanti erano stati molto attenti a cercare di non lasciare tracce sui social, di non usare il cellulare per non essere localizzati, di pagare in contanti. Cogliamo in questo elementi di quella che lo scrittore James Ballard chiama “società post-tecnologica”, che vede una sorta di ritorno a strumenti e a metodi non tracciabili. È chiaro che il sistema della sorveglianza, nel momento in cui Hong Kong perde la sua specificità, tenderà a diventare ancora più pervasivo in funzione del controllo che il Partito eserciterà in funzione soprattutto preventiva, consentendo arresti e fermi con carattere fortemente discrezionale.

 

Nel dibattito occidentale l’attenzione si è concentrata fortemente su Huawei, che può essere vista come una delle punte di diamante dello sviluppo tecnologico cinese. Soltanto qualche mese fa la società cinese ha superato Samsung per vendite di smartphone, diventando così la prima azienda a livello mondiale per vendite. Come lei ha descritto bene nel suo libro, questa azienda, insieme a Tencent, rappresenta la nuova Cina. Come definirebbe il modello di sviluppo che sta adottando la Repubblica Popolare? Che rapporto c’è tra classe dirigente politica e l’élite industriale cinese?

Simone Pieranni: Il modello di sviluppo cinese ha conosciuto un’evoluzione importante dal periodo maoista a oggi, soprattutto per quanto riguarda l’aspetto scientifico e tecnologico. Con Mao, accorgendosi del divario che la Cina aveva rispetto all’Occidente, si tentò una via propria, nella convinzione che il progresso tecnologico avrebbe avuto un riverbero sulla produzione industriale, cosa che non avvenne, non trattandosi di un meccanismo automatico. La rivoluzione culturale bloccò temporaneamente i tentativi di avanzamento tecnologico, in quanto vennero chiuse università, scuole, e gli esperti erano fortemente stigmatizzati. Con le riforme decise sotto il governo di Deng Xiaoping, la Cina si aprì all’Occidente e ripensò al proprio modello di sviluppo in relazione alla scienza e alla tecnologia. Parliamo sempre di un modello a conduzione statale, ma Deng Xiaoping e la dirigenza dell’epoca si concentrarono su alcuni fattori: spinsero moltissimi studenti cinesi a recarsi a studiare in università giapponesi e statunitensi, promossero le cosiddette joint-venture – accordi che crearono aziende miste cinesi e straniere – con l’obiettivo di assorbire il know-how delle aziende tecnologiche occidentali. Anche questa manovra non riuscì completamente. Per questo successivamente si passò agli investimenti diretti all’estero e alle acquisizioni.

Contemporaneamente, nello stesso momento in cui Deng Xiaoping apriva il Paese all’esterno continuava a “chiuderlo” all’interno. Infatti, per quanto nel periodo di Deng, e poi di Jiang Zemin, avvenissero moltissime liberalizzazioni, in realtà il comparto della ricerca scientifica e tecnologica rimase sempre sotto il controllo statale. Nel “decennio dei tecnocrati” – i primi anni Duemila – si assistette ad una spinta ulteriore verso la ricerca scientifica e tecnologica, ancora più coadiuvata dallo Stato che, grazie soprattutto alla censura (Great Firewall) e alla chiusura del mercato interno nei confronti delle aziende straniere (Facebook e WhatsApp), ha permesso alle imprese cinesi di operare in un regime agevolato dal fatto di non avere grandi competitor. Lo sviluppo cinese fu quindi guidato dallo Stato sia per le aziende puramente pubbliche sia per quanto riguarda le aziende private, che devono allo Stato cinese la loro attuale forza. Pechino, infatti, permise a queste aziende di rafforzarsi, per essere poi in grado di proiettarsi sulla scena globale e conquistare i mercati esteri. Non è detto che i mercati siano sempre conquistabili, come dimostra il caso di WeChat in Occidente, però questo connubio tra Stato e aziende private continua ad esistere, ed è un elemento di forza delle aziende cinesi. Huawei è un’azienda privata ma con fortissimi legami statali e deve molto allo Stato cinese per la sua politica estera di espansione commerciale in America Latina e Africa, che hanno rappresentato importanti banchi di prova per la società. Proprio adesso, a causa delle sanzioni imposte da Trump e dei problemi che sta sperimentando anche in Europa, Huawei si sta volgendo nuovamente verso l’Africa, con nuove possibilità di sperimentazione e acquisizione di ulteriori fette di mercato. Un altro esempio utile per esemplificare il concetto di cui stiamo parlando è ZTE Corporation, simile a Huawei ma di proprietà statale. Nel momento in cui gli Stati Uniti di Trump hanno bloccato le forniture di componentistica necessarie alla ZTE per produrre i propri sistemi di telecomunicazione, la Cina ha “mollato” ZTE perché sarebbe stato più complicato difendere a livello internazionale una azienda statale di quanto, pensavano allora, non sarebbe stato difendere invece un’azienda privata come Huawei. Questo esemplifica bene il modo in cui opera la Cina, il cui sistema si basa su concetti come il “socialismo di mercato” e “un Paese due sistemi”, pure invenzioni politiche. Anche dal punto di vista della politica internazionale la Cina potrebbe riservarci qualche sorpresa, nel nuovo contesto di cui sono un segnale i blocchi di Trump nei confronti di WeChat e di TikTok. Del resto gli Stati Uniti hanno di fatto iniziato ora a fare quello che la Cina fa da sempre.

 

Come ha sottolineato bene nel suo libro, lo sviluppo della Cina è in parte anche sostenuto dal lavoro di centinaia di migliaia di operai impiegati nelle fabbriche di assemblaggio, ma anche dagli “etichettatori”, che vengono sfruttati con condizioni di lavoro misere per lo sviluppo dell’IA. La volontà del governo di costruire nel prossimo futuro una “società moderatamente prospera” passerà per un innalzamento delle condizioni di questi lavoratori oppure proprio per garantire il progresso raggiunto la manodopera deve continuare ad avere un basso livello salariale e un orario di lavoro sfiancante?

Simone Pieranni: Tutto il processo economico che ha portato la Cina a essere la seconda potenza mondiale e a insidiare il primato economico americano si è basato quasi esclusivamente sullo sfruttamento della forza lavoro. La “fabbrica del mondo” nasce proprio sulle spalle di lavoratori migranti, trasferiti dalle campagne alle zone costiere del sud-est cinese per lavorare. Erano tempi diversi: bastavano salari bassi per far stare meglio una parte della popolazione che aveva sofferto la fame nei decenni precedenti. Oggi lo scenario è molto diverso, lo sfruttamento che avviene nei confronti di questi lavoratori è identico a quello che avviene nei confronti dei nostri rider o di altre categorie di lavoratori precari che vediamo nelle nostre città. A questo proposito credo che non ci troviamo di fronte ad un problema cinese, ma ad un problema del capitalismo globale, all’interno del quale la Cina è inserita. È chiaro che quel tipo di sfruttamento, pur essendo inserito in una filiera di produzione nella quale il valore di scambio è più alto, si basa comunque su un lavoro alienante. Su questo ci sono due considerazioni da fare, la prima legata proprio alla soggettivazione politica di una parte dei lavoratori della “fabbrica del mondo”, che si è sempre contraddistinta per le moltissime lotte e proteste che cominciano ad affacciarsi anche nei settori tecnologicamente più avanzati. Nel libro racconto proprio delle proteste dei softwaristi, che lavorano dodici ore al giorno per sei giorni la settimana. La seconda considerazione riguarda il contesto cinese, nel quale la stabilità politica è garantita dalla crescita economica e quindi dal benessere della popolazione. Il problema per questo strato sociale è che in questo momento il Partito Comunista guarda molto di più al benessere della classe media, e non alle fasce più povere. Quindi può essere che nel breve periodo non assisteremo, in realtà, a dei miglioramenti. La partita quindi si deve giocare in misura maggiore dalla parte dei lavoratori: ci deve essere la necessità di unirsi in lotte comuni, tenendo presente che in Cina non c’è la possibilità di creare sindacati autonomi. Non è quindi propriamente un compito facile. Se miglioreranno le condizioni sarà soprattutto perché questi lavoratori troveranno il modo di farsi ascoltare dalla dirigenza cinese.

 

TikTok, Huawei, la prima missione della navicella spaziale Tianwen-1 su Marte, completamento della costellazione di satelliti Beidou: sono tutti segnali di una forza tecnologica della società cinese che può sfidare il predominio occidentale. Esiste però una piccola minoranza allinterno del Partito Comunista Cinese che è critica nei confronti delloperato di Xi Jinping. Può costituire un problema rilevante nei futuri piani della Cina in quanto potenza mondiale? Sono state riportate frizioni tra società civile e governo centrale a seguito del cambiamento tecnologico del Paese?

Simone Pieranni: Parlare di opposizioni interne a Xi Jinping è molto complicato, perché sapere quello che succede davvero all’interno del Partito Comunista è molto difficile e probabilmente il quadro completo della situazione è noto solo a Xi Jinping, Li Keqiang e pochi altri (forse neanche tutti i sette della Commissione Permanente del Politburo). Nel discorso tenuto nel corso dell’Assemblea Nazionale, Li Keqiang ha tratteggiato un quadro della situazione cinese un po’ meno florido rispetto a quello tratteggiato da Xi Jinping. A parte il premier Li Keqiang, che costituisce una sorta di emanazione di Hu Jintao, tutti i membri della Lega della Gioventù Comunista sono stati esclusi dai ruoli chiave del potere. I membri della L.G.C. hanno un forte interesse nei confronti del riequilibrio della situazione economica cinese specie per le fasce più deboli, tanto che Li Keqiang, durante un suo discorso, ha richiamato all’attenzione la questione dell’economia delle bancarelle. Si tratta di venditori ambulanti che costituiscono, in realtà, un nucleo coeso di quelle che noi chiameremmo piccole imprese. Queste piccole aziende sono state falcidiate da Xi Jinping, che ha voluto trasformare le più grandi metropoli cinesi in città vetrina, a conferma che su una serie di temi, come il decoro urbano, in questo momento si riscontrano molte affinità tra il mondo occidentale e quello cinese.

Per quanto riguarda la presenza di vere e proprie frizioni è difficile dirlo. Del resto, chi potrebbe sovvertire Xi Jinping? Un eventuale colpo di stato potrebbe essere messo in atto solo da persone che occupassero posizioni chiave all’interno dei gangli vitali del Partito Comunista, e quindi anche dello Stato cinese. Ma tutte queste posizioni sono occupate da fedelissimi di Xi Jinping. La leadership potrebbe avere dei problemi solo nel caso di una crisi economica che in questo momento non c’è, o quantomeno non emerge dal quadro economico generale cinese. Anzi, dopo il Covid-19 l’economia cinese sembra essere ripartita piuttosto bene dopo un periodo traballante come lo è stato per tutti i Paesi del mondo.

Per quanto riguarda invece quella che noi chiamiamo società civile, ma che in Cina è molto complicato definire, l’approccio tecnologico, a mio avviso, non costituisce un elemento di potenziale rottura del patto sociale tra popolazione e governo, il quale permise ai cittadini di arricchirsi in cambio del mantenimento dello status quo politico. Questo patto, dalla fine degli anni Ottanta dopo le proteste studentesche, è tutt’ora effettivo. Sicuramente Xi Jinping avrà la necessità di rinnovarlo, poiché la classe media cinese – quella che sostiene di fatto la leadership – se non crescerà, comincerà a chiedere alcuni diritti, che in questo momento gli sono sicuramente negati ma che non sono neanche richiesti.

 

Trattiamo la situazione Covid-19. La Cina sta uscendo trionfante dalla sfida del virus, per quanto riguarda il fronte sicurezza/monitoraggio della popolazione quanto il governo ha accelerato lo sviluppo di questi strumenti allinterno della Cina?

Simone Pieranni: Il Covid-19 in Cina è stato tenuto sotto controllo secondo due direttrici. La prima è quella della mobilitazione di massa, avvenuta dopo un’iniziale momento di “défaillance” causato dai ritardi comunicativi tra governo provinciale e governo centrale. Questi ritardi sono a mio parere legati a una problematica storica della Cina. Nelle zone non centrali si creano spesso delle vere e proprie camarille di potere, che non sempre seguono i dettami del centro e, in alcuni casi – come a Wuhan – faticano a comunicare brutte notizie a Pechino. Bisogna infatti tenere presente che ogni provincia cinese ha le dimensioni di un vero e proprio Stato, con un proprio PIL, con un proprio livello di crescita e obiettivi di sviluppo da raggiungere. Gli investimenti, però, provengono in larga parte dallo Stato centrale creando così un sistema di concorrenza e competizione tra le province stesse. Quindi, come era capitato all’epoca del Grande Balzo in avanti – quando tutti i funzionari provinciali riportavano a Pechino alti livelli di produzione, mentre poi è emerso che le cose stavano diversamente – a Wuhan è successa, a mio avviso, la stessa cosa con lo scoppio del Covid-19. Dopo questa prima fase però, come dicevo, la popolazione è stata mobilitata grazie ad un complesso di sistemi valoriali che vanno dal confucianesimo al retaggio maoista. In Cina quando la popolazione si attiva non si pone il problema di esaminare i dettagli. Nel momento in cui l’indicazione è quella di stare chiusi in casa per il bene collettivo, tutti si mettono nella condizione di non ostacolare questo sforzo.

Il progresso tecnologico ha naturalmente aiutato molto ad affrontare il problema. L’insieme di tecnologie che la Cina utilizza per migliorare la vita dei propri cittadini, ma anche per controllarne l’esistenza, è diventato molto utile nel momento in cui si è determinata una situazione di emergenza come quella scaturita dall’epidemia di Covid-19. Ci sono tantissimi esempi: robot utilizzati per portare pasti o per disinfettare zone nelle quali gli umani avrebbero rischiato un contagio, veicoli a guida autonoma per trasportare materiale medico e cibo, droni, reti 5G allestite molto velocemente per consentire alle ambulanze di spedire direttamente agli ospedali gli esiti degli esami prima di arrivare all’ospedale. Gli assistenti vocali permettevano di fare 200 telefonate in 5 minuti per chiedere informazioni alle persone sul loro stato di salute e anche di dare immediatamente delle diagnosi, dei consigli o in alcuni casi degli ordini. Sono state utilizzate anche applicazioni di contact tracing, consentendo alle persone di spostarsi in alcune zone nella città rispetto che ad altre. Sono stati usati anche degli spioncini smart chiamati Doorbell prodotti da Xiaomi, che hanno permesso ai guardiani dei vari compound di controllare in maniera più efficiente se la gente usciva o meno dalle proprie abitazioni. Quindi questo ha contribuito secondo me in maniera molto proficua al superamento delle difficoltà, soprattutto iniziali, del Covid-19.

 

Le sperimentazioni a livello di smart city, piuttosto che le scelte in termini di declinazione della privacy tra cittadini e Stato, nonché lo stesso ruolo giocato dalle grandi compagnie pubbliche, impongono all’occidente una riflessione molto profonda su come si sta delineando il futuro in primis in Cina e forse anche più in generale in Asia. Malgrado le caratteristiche culturali e politiche che ci differenziano, dal suo punto di vista, la Cina può essere presa come esempio dall’Europa per la costruzione del proprio futuro?

Mi auguro di no. A mio avviso la Cina costituisce un esempio per come è arrivata a questo punto. Quando si ribalta la situazione tecnologica nel mondo? Sostanzialmente quando la Cina inizia a finanziare attraverso lo Stato la ricerca e lo sviluppo, proprio nel momento in cui gli Stati Uniti sono meno presenti in termini di investimenti, di attenzione e di cura di quello che viene fatto all’interno dei centri universitari e di ricerca. La Silicon Valley americana, da cui dipende il nostro immaginario in termini tecnologici, nasce sulla base di grandi investimenti statali. Successivamente negli Stati Uniti lo Stato è in qualche modo venuto meno rispetto a questo ruolo, mentre in Cina questa funzione si è ampliata. Dopo il 1989, nel momento in cui si fonda il patto tra Stato e popolazione, anche la classe degli scienziati e degli intellettuali diventa predominante e importante in Cina, mentre in precedenza erano state favorite le cosiddette classi produttrici. Da quel momento gli scienziati e gli intellettuali diventano centrali, tanto che assistiamo, tra il 2002 e il 2012, al cosiddetto “decennio dei tecnocrati”, in cui la vita politica ed economica del Paese veniva gestita da scienziati e ingegneri.

A mio avviso la Repubblica Popolare non può essere un modello perché i sistemi valoriali sono molto diversi e perché le esigenze della popolazione occidentale sono molto diverse da quelle della Cina. Il rischio però è che in situazioni di grande difficoltà e di emergenza, quale quella che stiamo vivendo, e quella che probabilmente vivremmo nei prossimi anni, si scelgano delle strade che imitino in Occidente elementi del modello cinese, che finirebbero per creare dei “Frankenstein” piuttosto pericolosi. La fascinazione nei confronti di un modello come quello cinese esiste, ma nasce da una sorta di stupore, cioè dal fatto che uno Stato autoritario possa essere contemporaneamente uno Stato ricco, dove tutto sommato le persone vivono bene, a parte quella infima minoranza rispetto alla popolazione totale del Paese che ha da dubitare e che critica l’operato del governo. Questo perché noi siamo abituati a pensare, ricordando la Guerra fredda, allo Stato autoritario dell’Unione Sovietica che però aveva anche un’arretratezza tecnologica che di fatto fu una delle cause del collasso di quel mondo. Per quanto riguarda, ad esempio, la gestione dei big data dobbiamo trovare una via europea, che non può essere sovranista, un modo per gestire i big data con la massima trasparenza, come un bene pubblico. Altrimenti l’Europa rischia di diventare terreno di scontro tra Cina e Stati Uniti. Lo stiamo vedendo già con la rete 5G e con le applicazioni, ma in futuro ci saranno molti altri esempi. Si rischia quindi non solo di diventare un terreno di scontro, ma di essere costretti a scegliere modelli che probabilmente poco si adattano alle nostre società.

Scritto da
Davide Regazzoni

Nato nel 1996, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze storiche e orientalistiche all’Università di Bologna. I suoi interessi principali riguardano i rapporti politici, religiosi e culturali tra Chiesa Cattolica e Cina sia in epoca medioevale che contemporanea.

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