La Cina dopo la crisi globale: il “New Normal” di Xi Jinping

Cina

Secondo i dati[1] del Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Repubblica Popolare Cinese (RPC) nel 2017 ha fatto registrare un PIL di quasi 11,94 trilioni di dollari, con un tasso di crescita del 6,8 %. Per capire meglio i dati basti pensare che gli Stati Uniti, primo paese al mondo per Prodotto Interno, hanno raggiunto nello stesso anno 19,36 trilioni di dollari ma con un tasso di crescita di 2,2 punti percentuali. Secondo molti analisti, il differenziale di tassi di crescita farà sì che nel prossimo decennio la Cina potrebbe diventare la prima potenza economica al mondo superando gli USA. La crescita media tra il 1980 e il 2016 del PIL cinese ammonterebbe al 9,64 %, con un picco storico del 15,2 % (1984) e un minimo storico del 3,9 % (1990). Se si guarda invece al PIL secondo la parità di potere di acquisto (PPA), la Cina avrebbe già superato gli Stati Uniti con un valore di 23,12 trilioni di dollari (2017). Per quanto riguarda l’Indice di Sviluppo Umano (ISU)[2] sviluppato originariamente da ul Haq e Sen, Pechino è passata da un valore di 0,43 nel 1980 ad un valore di 0,728 nel 2015, una delle variazioni più marcate verificatesi nel mondo durante questo intervallo.

In questo quarantennio di crescita intensiva (1978-2018), la Cina ha adottato un modello di crescita basato principalmente sull’esportazione di prodotti maturi (cioè prodotti a basso contenuto innovativo, frutto di tecnologie mature e dunque legati a processi produttivi situati a un basso livello della catena del valore), sull’alta produttività fattoriale e sulla bassa remunerazione del lavoro. Come dimostra Zhu[3], scomponendo il tasso di crescita del PIL pro capite in crescita del tasso di occupazione, del rapporto capitale-prodotto, del capitale umano medio e della produttività totale dei fattori (TFP), e applicando tale fattorizzazione alla storia economica della RPC, si osserverebbe come la variazione della produttività, aumentata del 3,16% annuo tra il 1978 e il 2007, sia il vero motore della crescita. Nel periodo pre-1978, la variazione della TFP incideva in misura quasi identica ma negativamente (-3%), frenando la crescita essendo la politica industriale in quel periodo sostanzialmente una politica di accumulazione, preferendo il governo mantenere un tasso di investimenti altissimo e impiegare tutta la forza lavoro possibile[4].

Un’altra testimonianza della trasformazione radicale del sistema economico cinese è la divisione delle quote del prodotto nazionale: nel 1978, infatti, il 28% della crescita del PIL dipendeva dalla produttività del settore agricolo, il 27 % da quella del settore non agricolo privato e il 45 % dal settore non agricolo statale. Nel 2007 la composizione sembra essersi rovesciata con il 10 % per la produttività del settore agricolo, il 70 % per quella del settore non agricolo privato e il 20 % per quella del settore non agricolo statale[5].

Una trasformazione radicale del sistema economico cinese sostenuta da tassi di crescita sempre oltre o vicini alla doppia cifra. Oggi la situazione è cambiata: la Cina cresce ma a ritmi sempre più lenti. Questo si inquadrerebbe alla perfezione nelle previsioni “pessimiste” di alcuni economisti, tra cui vale la pena citare Haltmaier[6] e Jiang[7], che utilizzando il modello di crescita di Robert Solow hanno previsto un rallentamento (se non una stagnazione) dell’economia cinese nel prossimo futuro. Al di là del dibattito tra gli economisti, negli ultimi anni anche la leadership del Partito Comunista Cinese (PCC) ha espresso preoccupazioni in merito alla solidità del sistema economico nazionale e ha annunciato un cambio di rotta rispetto al passato. Già con la leadership di Hu Jintao era emersa la necessità di cambiare modello di crescita e sviluppo per promuovere la cosiddetta “società armoniosa” (héxié shèhuì) ed eliminare le disuguaglianze economiche e sociali.

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Classe 1994, si è laureato in triennale con una tesi sulla politica economica della Repubblica Popolare Cinese e sta proseguendo gli studi magistrali in Relazioni Internazionali a Roma. I suoi ambiti di interesse sono la Teoria delle Relazioni Internazionali e gli Studi Strategici. Le sue analisi si concentrano sulla crisi dell'ordine unipolare con particolare attenzione alla politica estera e di difesa della Repubblica Popolare Cinese. È Junior Fellow presso Geopolitica.info, centro studi di geopolitica e relazioni internazionali.

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