Cina: ritorno all’Impero?

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La Cina di Xi Jinping

Negli ultimi anni, nel dibattito interno cinese, si è fatto sempre più spesso riferimento a un periodo idealizzato della storia del Celeste Impero, quando tutti i centri di potere dell’Estremo Oriente, sottomessi, rendevano omaggio alla corte imperiale. Secondo Ian Johnson, corrispondente del New York Times, lo scopo è quello di dare l’impressione al popolo cinese che il Paese è tornato a occupare il suo posto naturale e legittimo nell’ordine mondiale, forza egemone nella regione e potenza tra le maggiori al mondo.

Un altro elemento che potrebbe suggerire un cambio di paradigma nella politica estera cinese viene dal XIX congresso del Partito comunista cinese, in occasione del quale il nuovo grande timoniere Xi Jinping ha abolito il limite dei due mandati per la carica di presidente, ponendo così solide basi per i suoi progetti di riforme strutturali; chi manovra il timone deve essere saldo alla guida. «Dopo una lunga settimana di consultazioni alla Grande Sala del Popolo nel cuore di Pechino – scrive Arianna Papalia su Pandora – i 2280 delegati hanno decretato l’ingresso della Cina in una nuova era e hanno designato la leadership che si occuperà di questa transizione, per un periodo forse anche più lungo di quello previsto dalla Costituzione». I processi decisionali interni al partito sono alquanto oscuri, anche per gli osservatori esperti, e non è sempre chiaro da quale livello giungano le direttive.

Una cosa è però certa: la linea viene tracciata nelle ristrette riunioni del Politburo e del Comitato Permanente del Politburo. Papalia fa anche notare che in controtendenza con la prassi, l’importante sessione si è conclusa senza la nomina di un successore del segretario del Partito Comunista e Presidente della Repubblica Popolare Cinese. La Cina, dopo un rinnovato impulso ideologico, si presenta al mondo come all’inizio di una nuova era. L’orizzonte della metamorfosi cinese è il 2049, centenario della nascita della Repubblica Popolare Cinese; entro quell’anno il Pil pro capite cinese, nei piani di Pechino, dovrà essere pari a quello dei paesi più ricchi e la produzione quantitativa dovrà essere accompagnata da quella qualitativa.

La Cina vuole essere la locomotiva di uno sviluppo economico che porti benefici a tutti i partner che decideranno di diventarne alleati: i giochi a somma zero alla lunga non giovano. L’ambasciatore cinese all’Asean (Association of South-East Asian Nations) Huang Xilian scrive a questo proposito sul Global Times: «Puntiamo a promuovere un nuovo modo di condurre le relazioni internazionali fondato su mutuo rispetto, equità, giustizia e una cooperazione vantaggiosa per tutte le parti, e a costruire una comunità che condivida lo stesso progetto di futuro per l’umanità. Questo è l’obiettivo principe della diplomazia cinese nella nuova era». Pechino ha interesse che le basi del sistema economico internazionale reggano poiché un ritorno alla logica protezionista “beggar-your-neighbour” degli anni Trenta, anche se parziale, ostacolerebbe i suoi piani.

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Classe 1997, nato a Genova. Studente presso la Scuola di Scienze Politiche Cesare Alfieri di Firenze, curriculum Studi Internazionali. Membro dello staff della Scuola di Politiche Liguria. Appassionato di relazioni internazionali e di politologia.

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