Cina: ritorno all’Impero?

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Gli orizzonti della nuova Via della Seta

Il diretto precipitato di questa filosofia è la Belt and Road Initiative, la nuova “Via della Seta”, il cui progetto è stato presentato da Xi Jinping nel 2013, insieme alla proposta contestuale di costituire la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture, dotata di un capitale di 100 miliardi di dollari di cui il governo cinese sarebbe il principale socio con un capitale pari a 29,8 miliardi. Come ricorda Ugo Salerno, presidente e amministratore delegato di RINA S.p.A. (Registro italiano navale), la colossale iniziativa si comporrà di circa 900 progetti, di cui beneficeranno e in cui saranno coinvolti 80 paesi con un profitto complessivo di 2,5 trilioni di dollari l’anno. La Belt and Road Initiative si fonda su 5 trilioni di dollari di progetti infrastrutturali, articolati in una via terrestre, parzialmente marginale, per le merci con precedenza (i costi dei trasporti via terra sono dieci volte più elevati rispetto a quelli per via marittima) e in una via marittima, che costituirà la parte preponderante del progetto. Le tratte coinvolgeranno tutte le maggiori economie dell’Oceano Indiano fino ad approdare sulle coste europee in Italia (Genova, Trieste), Grecia (porto del Pireo) e tutte le nazioni attraversate dall’antica tratta euroasiatica della Via della Seta. Questo mastodontico progetto è stato inoltre accolto con favore e sostenuto da alti esponenti delle Nazioni Unite; persino il Segretario Generale António Gutiérrez ha definito la Belt and Road Initiative un pilastro fondamentale del piano Onu per sconfiggere la povertà nei paesi in via di sviluppo entro il 2030: offre infatti la prospettiva di trilioni di dollari mirati a investimenti infrastrutturali, in un periodo in cui gli Stati Uniti stanno tagliando i fondi per l’assistenza internazionale.

Ma la Via della Seta di Xi Jinping sta allargando sempre più i suoi orizzonti, fino alle porte del “cortile di casa” della Casa Bianca; nel giugno del 2017 il governo panamense ha rotto le relazioni diplomatiche con Taiwan per riconoscere e stringere forti legami con la Cina popolare e aprirsi agli investimenti cinesi per tutti i principali progetti infrastrutturali dello Stato. Secondo la Commissione economica delle Nazioni Unite per America Latina e Caraibi Pechino sta diventando il principale partner commerciale di tutti i maggiori stati latino-americani. Chissà se gli americani sentiranno la necessità di rispolverare la vecchia dottrina Monroe per salvaguardare i propri interessi, questa volta non dagli europei ma dai cinesi?

Guardando all’esperienza degli Usa nel secondo Novecento si nota come l’interdipendenza economica sia stata uno dei collanti tra la superpotenza e i paesi a questa associati. La Cina ha ora i mezzi economici per portare avanti una politica simile. Soffre di sovrapproduzione, ha una bilancia commerciale saldamente in attivo e la sua costellazione è in via di formazione. La costellazione americana sembra invece essere sottoposta a una almeno apparente revisione. Come suggerisce sempre Hulsman dai microfoni della conferenza, «ignorate ciò che Trump dice, prestate piuttosto attenzione a ciò che conclude», si può facilmente notare come attraverso tendenze mercantiliste l’esecutivo spesso metta in difficoltà i partner europei e faccia pressioni sugli alleati affinché forniscano il proprio contributo per mantenere la pax americana. La Cina si è dichiaratamente erta a guardiana e protettrice del multilateralismo e di un sincero dialogo tra i paesi, ma allo stesso tempo mira a consolidare il proprio status di superpotenza e in questo rivela una certa ambiguità nella sua politica estera. Aspira a un’intesa con l’Europa (recentemente segnata dalla sferzata di Trump sul caso iraniano) nella lotta all’unilateralismo americano, offre il suo aiuto contro l’egemone predatore e sostiene l’azione di governance globale dell’Onu. La Cina non intende però ereditare tutti gli oneri della leadership americana. Sembra quasi che allo scadere dei cinquanta anni indicati da Hulsman non ci sarà un passaggio di testimone, ma una grande (seppur ridimensionata) potenza nazionale e un nuovo impero informale, lontano e non preannunciato erede, forse, di quello di Sua Maestà britannica e di ciò che esso ha rappresentato per quasi tutto il XIX secolo.

La Storia però ci insegna che il potere genera resistenza e che, nell’intersecarsi della traiettoria discendente del vecchio egemone e di quella ascendente dello sfidante, la trappola di Tucidide è sempre in agguato.

Ma a chi si dimostra scettico nei confronti del nuovo ruolo internazionale del dragone rosso, Xi Jinping risponde: «Primo, la Cina non esporta la rivoluzione. Secondo, la Cina non esporta fame e povertà. Terzo, la Cina non esporta seccature. Che altro c’è da dire?».


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Classe 1997, nato a Genova. Studente presso la Scuola di Scienze Politiche Cesare Alfieri di Firenze, curriculum Studi Internazionali. Membro dello staff della Scuola di Politiche Liguria. Appassionato di relazioni internazionali e di politologia.

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