Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia. Intervista ad Alessandro Aresu
- 31 Ottobre 2022

Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia. Intervista ad Alessandro Aresu

Scritto da Luca Picotti

12 minuti di lettura

L’industria dei semiconduttori, le trasformazioni nelle supply chain tecnologiche, le spinte di reshoring, la sfida cinese e la sempre maggiore centralità delle sanzioni statunitensi nel dare forma all’economia globale: queste tematiche dall’essere appannaggio degli specialisti sono divenute negli anni recenti sempre più rilevanti nel dibattito pubblico. Esse sono al centro del libro recentemente uscito di Alessandro Aresu, Il dominio del XXI secolo. Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia (Feltrinelli 2022), pubblicato dopo i precedenti I cancelli del cielo. Economia e politica della grande corsa allo spazio. 1950-2050 (con Raffaele Mauro, Luiss University Press 2022), Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina (La Nave di Teseo 2020) e L’interesse nazionale. La bussola dell’Italia (con Luca Gori, il Mulino 2018). Aresu è laureato in filosofia del diritto con Guido Rossi all’Università San Raffaele di Milano, è consigliere scientifico di «Limes» e collabora a varie riviste. È stato consulente e dirigente di diverse Istituzioni, tra cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri e il Ministero dell’Economia e delle Finanze. In questa intervista l’autore ripercorre e sviluppa alcuni dei temi principali affrontati nel suo nuovo libro.


Nei primi mesi del 2020 usciva il tuo libro Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina, che analizzava gli intrecci tra le burocrazie, rispettivamente, militari statunitensi e celesti cinesi e le proiezioni capitalistiche delle due grandi potenze mondiali, già in accesa competizione tra loro. Dopo la pubblicazione è scoppiata la pandemia, poi la guerra in Ucraina e la crisi energetica. Come si inseriscono in questo contesto l’idea e la genesi del tuo nuovo libro, Il dominio nel XXI secolo. Cina, Stati Uniti e la guerra invisibile sulla tecnologia?

Alessandro Aresu: I miei libri e saggi fanno parte di un progetto complessivo degli ultimi dieci anni, in cui mi sono interessato particolarmente alle politiche industriali e al rapporto tra Stati e mercati. Nel 2015 ho iniziato a scrivere un libro intitolato Il ritorno dello Stato, che però non ho mai finito. Parte di quelle ricerche sono andate sul concetto di interesse nazionale, altre si sono sviluppate nei miei studi sulla Francia, su figure di impresa come Enrico Mattei, su alcuni ambiti strategici, tra cui i cavi sottomarini. Poi mi sono dedicato a un progetto più ampio per comprendere le burocrazie della sicurezza nazionale, in particolare sul controllo degli investimenti esteri e le esportazioni, e la competizione tra Stati Uniti e Cina, soprattutto sulla tecnologia. Qual è l’origine di questo mio progetto? Non ero soddisfatto dall’idea secondo cui il mondo è dominato dal cosiddetto “neoliberismo”, concetto che per quanto riguarda gli Stati Uniti e la Cina non mi ha mai convinto. E nemmeno da un’idea ingenua del ruolo dello Stato, per cui si mette un po’ di Stato imprenditore qua e là e le cose girano: non è così perché la casistica non supporta queste conclusioni e perché le supply chain globali non sono gestite da ministeri o agenzie statali, sono meccanismi molto più complessi, e le questioni cambiano a seconda dei casi e a seconda delle esigenze di sicurezza. In sintesi, e per utilizzare alcune etichette comunque riduttive, io non ero convinto né da una spiegazione se vuoi “economica” delle cose, né da una spiegazione cosiddetta “geopolitica”. Pertanto, nel corso del tempo, oltre a studiare alcuni settori industriali e i temi dello scrutinio degli investimenti esteri e dei controlli sulle esportazioni, ho cercato di sviluppare una teoria che, nel rapporto tra Stati e mercati, mette in luce il ruolo della sicurezza nazionale: il suo rilievo, la sua ipertrofia. Questo ruolo si è sicuramente accresciuto nel corso del tempo, confermando le mie convinzioni e quello che ho scritto nei miei libri: l’importanza degli apparati che ho studiato già diversi anni fa, il CFIUS (Committee on Foreign Investment in the United States) e il BIS (Bureau of Industry and Security), è ormai evidente. Tutti questi processi vanno analizzati sul piano storico, senza limitarsi all’attualità. È secondo questa chiave di lettura che ho sviluppato la mia ricerca in modo più articolato e collegato, attraverso concetti come “capitalismo politico” e “sanzionismo”, e con l’attenzione per alcuni settori e supply chain, tra cui lo spazio, i semiconduttori e le batterie.

 

La tecnologia ha sempre vissuto di miti, romanzi fantascientifici, grandi narrazioni globali e una sorta di aura di immaterialità e a-territorialità. Eppure, vi è una intrinseca politicità del fattore tecnologico: come ogni cosa, presenta un’impronta geografica, è sottoposto a determinate regolamentazioni giuridiche, ha diversi utilizzi anche e soprattutto militari. Stiamo vivendo una stagione di sempre maggiore attenzione politica verso la tecnologia e le sue implicazioni?

Alessandro Aresu: Sicuramente verso le sue implicazioni. Ma, secondo me, l’attenzione è troppo ridotta sul suo funzionamento, per un problema di fondo, e cioè perché la cultura scientifica e tecnica in molti Paesi è poco diffusa o non ha legittimazione sociale. E questa è una colpa, a mio avviso, anche delle persone come noi che hanno formazione umanistica e giuridica, perché studiamo troppo poco il funzionamento della tecnologia e le storie delle aziende tecnologiche. Per non parlare dei contesti in cui gli studi scientifici vengono delegittimati, salvo poi ritrovarsi tutti a dire “quanto era bravo Piero Angela”: è ipocrita. Secondo me abbiamo tutti la responsabilità di cambiare questa situazione, e mi fa piacere vedere che su YouTube abbia grande successo un astrofisico e divulgatore come Amedeo Balbi. Anche negli ottimi videopodcast di Pandora Rivista è importante inserire più contenuti legati alla tecnologia. Inoltre, dobbiamo guardare con maggiore attenzione e profondità le storie di tante realtà dell’Asia orientale: l’ascesa giapponese, la capacità coreana, la vicenda di Taiwan. Perché ci sono molte cose da imparare sul rispetto per la scienza e la tecnologia e sul loro rapporto con l’industrializzazione su vasta scala nei settori più rilevanti.

 

Uno dei temi fondamentali del libro è quello dell’industria dei chip. Su quali nodi si gioca la competizione in questo settore, chi sono i principali attori e perché è così importante?

Alessandro Aresu: L’industria dei chip è importantissima, perché da essa dipendono i computer, gli smartphone, gli armamenti avanzati, le automobili, i frigoriferi, e molto altro. È stata inventata negli Stati Uniti, e, attraverso il principale semiconduttore utilizzato, il silicio, dà il nome alla Valle del Silicio (Silicon Valley), dove sono nate aziende storiche come Fairchild Semiconductor e Intel. Non so se è l’industria più complicata al mondo, ma sicuramente è la più complicata tra quelle che io ho studiato con attenzione. Per quanto riguarda il suo funzionamento occorrerebbe molto tempo per parlarne nel dettaglio, ma è essenziale comprendere la divisione in vari segmenti e cioè, in sintesi: i materiali, la chimica e i gas; il software; la progettazione dei chip; i macchinari e strumenti per la produzione; la produzione dei chip; l’assemblaggio e i test. Questi segmenti sono tutti importanti, in tutti vi sono questioni e discontinuità tecnologiche e ingegneristiche da considerare, e in ognuno di essi vi sono aziende molto rilevanti, che possono fatturare centinaia di milioni o decine di miliardi, col coinvolgimento di diverse aree geografiche (Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone, Taiwan, Cina, nazioni europee, tra cui Paesi Bassi, Germania, Francia, Italia). Come ha osservato Chris Miller, che ha pubblicato poche settimane fa una storia complessiva dell’industria dei semiconduttori, le stesse persone che lavorano in un segmento anche nei più alti ruoli non sono realmente consapevoli dell’importanza degli altri segmenti, e per quest’assenza di conoscenza e visione strategica complessiva si commettono errori. Erroneamente, si crede talvolta che la Cina – intesa come Repubblica Popolare – sia leader di quest’industria. Cosa totalmente falsa: la Cina non è leader industriale, ma è il maggiore acquirente al mondo, e la supply chain dei chip rappresenta la prima voce delle sue importazioni. Perciò Pechino ha provato a scalare posizioni tecnologiche nel settore, senza successo. Allo stesso tempo, non bisogna compiere l’errore opposto, e pensare che la Cina non esista sul piano industriale, perché possiede alcune realtà rilevanti. Comunque, su questo, attualmente e nel breve-medio periodo, con la leadership degli Stati Uniti non c’è partita.

 

Tra i diversi punti sottolineati, ve ne sono alcuni problematici particolarmente interessanti, cui nel libro peraltro fai cenno. Ne menziono giusto due: c’è il rischio che la grande corsa globale alla produzione di chip porti ad una offerta superiore ad una domanda che, per varie ragioni, potrebbe non aumentare allo stesso ritmo? Collegato a questo, essendo il settore dei chip particolarmente energivoro, potrebbe sotto taluni profili scontrarsi con le ambizioni della transizione ecologica?

Alessandro Aresu: Sono punti problematici, con cui avremo senz’altro a che fare in futuro. Sul primo punto, bisogna esserne consapevoli, ma non per questo possiamo risolverlo attraverso facili soluzioni. La situazione del nostro pianeta è stata giustamente definita da Adam Tooze come “policrisi”: diverse crisi si intersecano e si accartocciano l’una sull’altra, senza che vengano risolte o che possano essere risolte in modo semplice. Il funzionamento dei mercati e della dinamica tra domanda e offerta è sempre più complicato e instabile, anche perché le considerazioni economiche sono sempre più intrise di considerazioni di sicurezza nazionale e perché ci sono più eventi estremi, a partire da quelli ambientali. Perciò in questo settore avremo problemi di sovraccapacità: non per questo dobbiamo evitare di aumentare la capacità, perché l’aumento della capacità produttiva fa parte della competizione tecnologica e l’inserimento di grandi strutture produttive in un Paese, soprattutto se c’è capacità manifatturiera e di ricerca applicata, può attivare alcuni ecosistemi di innovazione. Ma in sostanza, su questa questione molto complessa, io penso che l’aumento della capacità produttiva dei chip sia un tema di capacità tecnologica e non di “bacchetta magica” per risolvere gli shortage, che sono inevitabili. Inoltre, la sicurezza nazionale altera e altererà comunque il mercato. Vediamo già adesso che le aziende del settore diminuiscono gli investimenti perché una parte del mercato cinese è loro preclusa. Sul secondo punto: esiste già un potenziale scontro con le ambizioni della transizione ecologica, che a mio avviso riguarda la chimica. Anche questo è un tema che va visto nello specifico, e senza usare facili slogan. Nel dialogo su Le Grand Continent, con Paolo Cerruti (il torinese co-fondatore della principale impresa europea sulle batterie) parliamo dell’importanza della “reindustrializzazione chimica” dell’Europa. Perché la chimica è essenziale tanto per le batterie quanto per i chip: quindi dobbiamo investire nella chimica, capire quali sono le difficoltà attuali, intervenire nel modo corretto e senza slogan, senz’altro evitare di essere così autolesionisti da vietare o limitare alcune aziende e capacità chimiche europee per poi ritrovarci a comprare dagli asiatici dopo aver decapitato le nostre potenzialità interne. Per l’industria dei chip, elaborare soluzioni sull’energia è molto importante, ed esse devono considerare l’esigenza non negoziabile della stabilità dell’approvvigionamento, per la natura dei processi produttivi, dove la perdita di energia può portare alla distruzione di macchinari e strumenti che valgono decine di milioni. Ma le aziende avranno sempre più spinta, dagli Stati e dagli investitori, a essere più attente sul tema dell’impiego dell’energia e della sostenibilità, che è fondamentale.

 

Il settore dei semiconduttori rappresenta un esempio plastico di segmentazione della catena del valore in una logica ricardiana di vantaggio comparato, efficienza e abbattimento dei costi, tanto che viene difficile immaginare un reshoring in una cornice così complessa. Ma più in generale, tale fenomeno – ossia l’obiettivo di riportare le produzioni in ambito domestico – sembra tanto diffuso in letteratura quanto piuttosto complicato da implementare poi nella pratica. Quali sono i motivi principali di questa difficoltà? E ritieni che vi sia il rischio che si possa creare una sorta di discrasia tra le mire geo-strategiche degli Stati e le esigenze delle imprese?

Alessandro Aresu: Dipende dai settori e dai contesti. I miei studi si concentrano sulla compenetrazione tra economia e politica, quindi bisogna vedere come si articola, e ovviamente bisogna parlare con le imprese di riferimento. Ora, nello specifico, nel settore dei semiconduttori c’è stata in ogni caso la convivenza tra le soluzioni di mercato, i sussidi e varie modalità di investimento pubblico, e pertanto il vantaggio comparato si è applicato a questa struttura reale, e alla convivenza di diversi “tempi storici” dei territori di riferimento. Bisogna guardare come questi aspetti si intrecciano nei vari casi, per non essere imprecisi: l’ascesa giapponese nell’elettronica, il contrattacco americano dove la partnership pubblico-privata genera in realtà innovazione in qualcosa di diverso rispetto a ciò che era previsto dal decisore pubblico e dai privati in cerca di contributi, il ruolo dello screening degli investimenti, la nascita di ASML, che è una storia privata più che pubblica, i sussidi per le strutture produttive che sono stati e restano molto importanti, le cruciali facilitazioni burocratiche dell’Asia orientale, dove è più facile costruire. La lista sarebbe ancora più lunga. Veniamo all’aspetto produttivo. Come ho spiegato, è uno dei segmenti principali dell’industria dei chip, ma non bisogna compiere l’errore di credere che sia l’unico. Questo specifico segmento presenta un noto squilibrio tra USA ed Europa da una parte e Asia orientale dall’altra, a favore di quest’ultima. Ciò deriva dall’enorme successo del modello di separazione tra progettazione e produzione che ha avuto in Morris Chang, in TSMC e a Taiwan la sua espressione perfetta: il miglior sistema di mobilitazione del talento; le migliori tecniche organizzative e di gestione della proprietà intellettuale; il miglior prodotto, secondo i clienti. Ora, il “dramma” di Taiwan è che il rischio geopolitico esiste comunque. All’inizio di questo secolo, quando Richard Chang fonda SMIC, la principale realtà produttiva dei chip della Cina, diceva “io sono di Taiwan, ma andiamo a produrre in Cina perché lo status di Taiwan è incerto e c’è più rischio”. Ora il rischio coinvolge Taiwan, ma anche la più generale separazione tra l’assetto a guida cinese e quello a guida statunitense che ha un forte impatto sulla struttura delle supply chain e che genera ovviamente costi molto rilevanti. Pertanto, aumentare la capacità produttiva può rispondere a esigenze di sicurezza, oltre che alla volontà di avere una tipologia di manifattura avanzata in grado di creare valore: per esempio, per l’Europa questo ha senso, a mio avviso, anche nell’attrazione di grandi investimenti esteri, vista la nostra posizione attuale e considerate le nostre esigenze di medio termine. Allo stesso tempo, mentre questo processo è in corso, non dobbiamo dimenticare che le aziende saranno giudicate anche sugli elementi su cui Morris Chang ha mostrato di primeggiare.

 

In questa grande competizione globale, un ruolo essenziale è quello delle sanzioni e, in particolare, di tutte le misure adottate dagli Stati Uniti per proteggere i propri settori e piegare quelli concorrenti. Ci spieghi perché, a tuo modo di vedere, si può parlare di sanzionismo per descrivere questa fase politica?

Alessandro Aresu: Penso che conoscere la storia delle sanzioni degli Stati Uniti non sia solo una delle cose più rilevanti per capire il potere globale, ma sia la cosa più importante in assoluto: senza la loro conoscenza, non è possibile capire il funzionamento reale della principale potenza mondiale. Pertanto, nel libro racconto anche questa storia. Definisco “sanzionismo” il circolo elaborato e attuato dagli Stati Uniti verso i propri avversari, che possiamo dividere per comodità in tre tipologie: a) sanzioni individuali verso persone fisiche e giuridiche, con l’esclusione dai circuiti finanziari; b) sanzioni con l’inserimento in liste di aziende, che sanciscono l’impossibilità di un commercio normale, ma richiedono per ragioni di sicurezza nazionale l’autorizzazione o licenza da parte del governo, alternando quindi il funzionamento delle supply chain, come del resto attraverso l’identificazione di settori su cui non può esserci commercio con alcuni paesi (per esempio, macchinari per supercomputer verso la Repubblica Popolare Cinese) per la presenza di componenti di tecnologia o fattura statunitense; c) indicazione delle foreign entity o entity of concern all’interno dei programmi di politica industriale, sempre per alterare la supply chain: per esempio, condizionare i sussidi verso le aziende della filiera dell’auto elettrica non solo agli investimenti negli Stati Uniti ma anche al non investimento in Cina o all’assenza di componenti cinesi nella filiera. Il sanzionismo degli Stati Uniti ha un potere globale, quello della cosiddetta “extraterritorialità”, tanto studiata e deplorata dai francesi: il territorio del dollaro è il mondo, non è circoscritto agli Stati Uniti; il territorio delle supply chain è il mondo, non è circoscritto agli Stati Uniti. Perciò riguarda tutti. L’unica potenza che potenzialmente può reagire al sanzionismo è la Cina. Gli altri non possono farlo.

 

Nell’ultima parte del libro dedichi un passaggio, molto amaro direi, all’Europa. Si tratta di un messaggio di rassegnazione o c’è anche un residuo di speranza?

Alessandro Aresu: Nel libro descrivo alcuni elementi di forza europea: pochi sanno che, nella supply chain dei chip, la filiera critica dei macchinari ha un’impronta europea essenziale, grazie anzitutto a un “triangolo” molto importante, composto da ASML nei Paesi Bassi con la stretta collaborazione di due aziende tedesche, Zeiss e TRUMPF. Quindi bisogna riconoscere che gli europei in quel settore hanno sia adattato aziende con una lunga storia (Zeiss è uno dei simboli dell’imprenditorialità e del modello sociale della Germania) sia creato aziende incredibili, come appunto ASML. Nei gas industriali, Linde è un gigante tedesco, e Air Liquide è un gigante francese: sono aziende leader al mondo. Quindi queste capacità, che vanno conosciute, sono già una speranza per la tecnologia europea, e bisogna imparare le loro lezioni con molta attenzione, invece di concentrarsi soprattutto, come gli europei tendono a fare, prima sulla regolamentazione che sulla produzione di innovazione. Non è che io sia di per sé contro la regolamentazione (anche se sono senz’altro contro i suoi eccessi), però quello che dico è: siamo indietro nella produzione di innovazione, mettiamo qualche migliaio di persone a capire cosa hanno fatto ASML, Zeiss e TRUMPF. Se invece parliamo di regolamentazione senza sapere nemmeno cosa siano queste aziende, allora siamo stupidi. Nel libro dico anche che ci sono filiere che condizioneranno le nostre vite, in particolare la supply chain delle batterie, in cui la nostra presenza come europei è estremamente ridotta perché non vi abbiamo dedicato abbastanza attenzione e perché il ritardo delle aziende europee di automotive su questo e sull’elettronica in generale è diventato molto significativo. Il percorso tecnologico di un’azienda come FCA in quest’ambito non ha nemmeno bisogno di essere commentato. Più in generale, dobbiamo evitare di essere in futuro così stupidi da dire “mettiamo pannelli solari ovunque” per poi ritrovarci, letteralmente, solo pannelli solari cinesi. Perché le cose sono andate così. Sicuramente la parte più pesante e controversa del libro è quella in cui compare un personaggio affascinante e a suo modo inquietante, Selçuk Bayraktar, geniale ingegnere dell’ascesa turca nei droni e genero di Recep Tayyip Erdoğan: in quelle parti argomento che, se continuiamo con un andazzo per cui per esempio la Banca europea per gli investimenti non può finanziare le tecnologie militari e se spendiamo troppo poco in ricerca sulla difesa, siamo spacciati. Anche perché, come dice Eric Schmidt, “a un certo livello, ogni tecnologia è duale”.

 

Tutti i temi di cui abbiamo parlato non possono prescindere dal sostrato umano che ne è alla radice: le biografie, i personaggi, i volti di coloro che hanno fatto e stanno facendo la storia della tecnologia. È un aspetto centrale nella tua opera. Per questo, come ultima domanda, volevo chiederti: chi sono i personaggi che più caratterizzano questa stagione politica e, lanciandoci in un azzardo, quali potrebbero essere i volti della nuova stagione che, inesorabile, seguirà a questa?

Alessandro Aresu: Bella domanda! Per me la stagione dell’intreccio tra sicurezza nazionale, economia e tecnologia durerà a lungo e questo ha un riflesso sulle storie da seguire e raccontare. Qualche tempo fa Jordan Schneider (consiglio a tutti il suo podcast ChinaTalk, che seguo da tempo) ha scritto che un effetto sottovalutato della chiusura cinese a imprese come Google e Facebook è il ruolo che ora hanno milionari come Schmidt e Moskowitz nel finanziare alcuni centri studi che producono contenuti sulla competizione con la Cina (SCSP e CSET). Cosa che – aggiunge Schneider – ovviamente non fanno Cook e Musk. L’evoluzione di questo difficile rapporto, per aziende come Apple e Tesla, è molto interessante. E infine, nella capacità di raccontare le storie delle imprese e dei protagonisti, sicuramente ha già un impatto la stagione di Xi Jinping in Cina. Anche in termini di divario culturale su qualcosa che già conoscevamo poco. Stiamo perdendo sempre di più la capacità di raccontare l’evoluzione della “burocrazia celeste”, che si chiude di più rispetto al mondo in questa fase.

Scritto da
Luca Picotti

Avvocato praticante e dottorando di ricerca presso l’Università di Udine nel campo del diritto dei trasporti e commerciale. Su Pandora Rivista scrive soprattutto di teoria politica, trasformazioni socioeconomiche e processi di globalizzazione.

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