Cinquanta sfumature di Varoufakis

L’agone politico bruxellese, si sa, non è quello romano, o berlinese, o parigino. Tutti i grandi che, negli ultimi cinquant’anni, hanno calcato i corridoi del Parlamento, dalla Commissione e del Consiglio Europeo avevano approcci diversi ma un grande tratto comune: chi più, chi meno appartenevano tutti a quella categoria di politici/tecnici cresciuti nel bel mezzo dei grandi fuochi novecenteschi. La sede europea, inoltre, con il suo carico di significati simbolici e storici caricava di gravitas anche la più piccola decisione.

Oggi, invece, sono arrivati nuovi protagonisti che, non solo non hanno visssuto le devastazioni delle guerre, ma – seppur con diverse declinazioni – sono ispirati da una grande voglia iconoclasta. Renzi che abbandona in anticipo il Consiglio Europeo, David Cameron con le sue conferenze stampa, Jyrki Katainen e i suoi selfie su Twitter, fino ad Alexis Tsipras e al suo ministro delle finanze, Yannis Varoufakis, al tempo stesso estremi rappresentanti di questo nuovo spirito del tempo ma pure latori della volontà di un popolo umiliato e deluso.

Varoufakis, in particolare, ha già conquistato la ribalta: eroe ancor prima di aver vinto una battaglia, il braccio destro non ha il profilo del politico di professione e neppure quello del rivoluzionario. Nato ad Atene nel 1961, il padre comunista all’epoca della Guerra Civile Greca poi diventato amministratore delegato di un grande gruppo industriale, la madre attivista per i diritti delle donne e dirigente del PASOK, viene iscritto alla migliore scuola privata della Capitale, la Moraitis e, dopo il diploma si trasferisce in Essex per studiare matematica. Qui ha i primi, fugaci, incontri con la politica, partecipando alle proteste contro l’occupazione britannica dell’Irlanda del Nord. Molti anni dopo racconterà che Belfast era la sua “seconda casa” e che, in famiglia, era solito cantare i motivi gaelici che aveva appreso dai suoi compagni irlandesi.

Nel frattempo la sua carriera accademica procede in maniera brillante: dottorato in econometria, primi incarichi da ricercatore, un anno a Cambridge per specializzarsi, docenze in Inghilterra e Stati Uniti e pubblicazioni di vario genere. Nel 2000, però, Varoufakis decide di tornare nella sue terra natia per diventare direttore del programma di dottorato in economia dell’Università di Atene. Qui inizia a collaborare con George Papandreou diventando suo consulente e seguendolo fino al 2006.

Successivamente torna all’insegnamento trasferendosi in Australia e Nuova Zelanda ma seguendo sul suo blog e tramite Twitter l’evolversi della crisi greca. Quando nel 2011 il governo socialista guidato proprio da Papandreou capitola e decide non solo di firmare il famigerato memorandum con la Trojka ma viene meno alla promessa di indire un referendum sull’accettabilità dei termini di salvataggio proposti dai partner europei, Varoufakis si trasforma in uno dei più feroci critici del PASOK. A questo periodo risalgono interviste alla BBC, alla CNN e, soprattutto, pubblica insieme a Stuart Holland (economista ed ex membro laburista del parlamento britannico) un paper, A modest proposal, in cui, oltre a proporre un’uscita dalla crisi tramite gli strumenti della politica economica keynesiana, paragona gli Stati Uniti a una sorta di minotauro globale che, come nella leggenda di Teseo, si nutre del sacrificio dei suoi sottoposti.

Il testo diventa un caso nel piccolo mondo dell’accademia e, nel corso degli anni, viene arricchito e migliorato fino al 2013 quando, oltre a Varoufakis e Holland appare firmato pure da James K. Galbraith e Michel Rochard.

Nonostante la fama come opinionista fuori dal coro, Varoufakis, però, non sembra interessato a impegnarsi direttamente in Grecia preferendo un incarico presso Valve, una delle aziende di videogiochi più famose del mondo, nota per la serie di Half Life e per aver creato la piattaforma Steam, il più grande store online dedicato ai videogiochi. Qui l’allora professore studia le dinamiche delle economie virtuali e la sostenibilità dei sistemi di valuta usati nelle microtransazioni presenti nei videogiochi moderni e, nel frattempo, viaggia insieme all’artista Danae Stratou. La donna, professoressa di storia dell’arte nonché designer e creatrice di installazioni, lo accompagna in Palestina, sul confine Eritreo/Somalo, in Kosovo, in Kashmir, a Cipro e in Messico. Da questa esperienza nascerà la mostra fotografica CUT: 7 dividing lines per cui Varoufakis scriverà i testi diventati poi un saggio economico intitolato The Globalizing Wall, dedicato ai rapporti fra confini, economia e sviluppo.

Il resto è cronaca: con la vittoria di SYRIZA alle elezioni di gennaio Tsipras, avido lettore dei testi di Varoufakis, al punto da regalarli a tutti i colleghi stranieri che incontra, lo nomina ministro delle finanze con l’ingrato compito di ridare speranza ai greci e, al tempo stesso, negoziare con le arcigne controparti del nord Europa la sopravvivenza del sistema economico di Atene.

Per la prima volta al tavolo dell’Eurogruppo (ma pure all’Ecofin) siede un uomo che non è cresciuto fra i guanciali delle grandi burocrazie di stato, senza precedenti esperienze di governo e, soprattutto, abituato a pensare fuori dagli schermi classici. Un personaggio dal multiforme ingegno, per citare un gigante della storia ellenica. Che Varoufakis sia l’uomo giusto per immaginare il Cavallo di Troia capace di infilarsi nella cittadella dell’austerità?


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Nato a Bergamo, vive a Bruxelles, ogni tanto a Strasburgo. Lavora al Parlamento Europeo e si occupa in particolare di politiche di bilancio.

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