La nuova Babilonia a prova di futuro: città e cambiamento climatico

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Gli impatti del cambiamento climatico sulle città sono tanti, pesanti, e sotto gli occhi di tutti: inquinamento, ondate di calore, inondazioni, eventi atmosferici estremi, distruzione di case e infrastrutture, nonché l’innalzamento del mare, molto pericoloso per le coste popolose, come quelle italiane.[1] A ciò bisogna aggiungere i continui processi che ridisegnano il profilo dei grandi agglomerati urbani, rendendoli territori difficili da amministrare e organizzare, popolati da un’infinità di flussi e soggetti.

Con questo articolo si intende dunque proseguire il percorso di approfondimento dedicato al tema della città (si veda l’articolo “Progettare Babilonia”), al cui centro vi è l’intenzione di studiare quello stretto rapporto che lega la politica alle spazialità contemporanee, in primis il territorio urbano con le sue molteplici declinazioni e problematicità. Il cambiamento climatico rappresenta certamente una grande sfida che potenzialmente potrebbe portare a ridisegnare radicalmente moltissime città e territori. Il contesto urbano è infatti un ottimo punto di osservazione per la questione ambientale, poiché raccoglie tutti gli attori (istituzioni, imprese, cittadini) e settori (industria, trasporti, sanità, istruzione…) rilevanti. Inoltre le città sono responsabili del 70% delle emissioni globali [2].

Le città devono attuare sia misure di mitigazione sia di adattamento. Da un lato cercare di contenere gli impatti, dall’altro adattarvisi. Esempi di mitigazione sono l’aumento dell’efficienza energetica, in modo da ridurre la domanda e il consumo di energia; l’introduzione di generazione decentrata di energia rinnovabile (come il fotovoltaico) che consenta di essere meno vulnerabili a blackout dovuti a eventi atmosferici forti; l’aumento del verde e l’utilizzo di cemento più chiaro per contenere le isole di calore. Esempi di adattamento invece sono dighe, vasche di accumulo per evitare inondazioni, trasferimenti di abitanti da zone a rischio.[3]

Mitigazione e adattamento sono componenti della resilienza di cui le città devono dotarsi, mettendo al centro la relazione tra essere umano e ambiente. Resilienza non è solo assorbire gli impatti rimanendo stabili ma anche accettare i cambiamenti e farne delle opportunità. Resilienza non è solo resistere, ma anche e soprattutto cambiare. [4]

Tra le “città resilienti” è interessante prenderne in esame alcune alle prese con l’acqua, come Rotterdam. La città punta su infrastrutture multifunzionali e flessibili nelle periferie e sul riutilizzo di strutture già presenti, come garage sotterranei convertiti in depositi di acqua piovana, nel centro. Le watersquares, “piazze d’acqua”, creano laghi in presenza di acque in eccesso, le quali defluiscono poi in vasche sotterranee e infine nel suolo, così da ridurre il calore urbano e la siccità. Nel mentre lo spazio si svuota e torna a essere vera e propria piazza. L’acqua in eccesso viene usata per la salute del suolo, per creare spazi nuovi, dando così ai quartieri nuove identità. Con interventi di questo tipo e l’investimento nella città come punto di riferimento globale della resilienza, Rotterdam si trasforma e coglie opportunità.[5]

I costi di questi interventi non sono bassi ma gli investimenti rendono, come mostra anche New Orleans. Il suo Urban Water Plan costerà 6 miliardi di dollari ma i risparmi in alluvioni scongiurate, l’aumento del valore degli immobili e la riduzione dei premi assicurativi versati ammontano a quasi 9. Senza contare lo sviluppo di imprese specializzate nella gestione dell’acqua, in grado di esportare tecnologie, e i conseguenti benefici per l’economia. [6]

In Italia è degno di nota il progetto della “Roma Resiliente” della giunta Marino, che aveva iniziato a fare propri temi come la produzione di energia rinnovabile decentrata e il passaggio da risposte tradizionali alle piogge in eccesso, consistenti in strutture di cemento monofunzionali, a risposte green e polifunzionali. Il verde pubblico e le watersquares, ad esempio, sono meno costosi da realizzare e da mantenere e, oltre ad assorbire acqua in eccesso, riducono la temperatura dei microclimi, ricambiano l’ossigeno e abbelliscono, assolvendo perciò a più funzioni. [7]

Il cambiamento climatico porta quindi alla modifica di spazi urbani e in questo processo deve situarsi la politica, tra partecipazione e conflitti.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Le città e la sfida climatica

Pagina 2: Sostenibilità tra partecipazione e conflitti

Pagina 3: Istituzioni sensibili e lungimiranti


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Classe 89, milanese. Ha terminato un Master of Science in Global Energy and Climate Policy presso la School of Oriental and African Studies di Londra. Laureato in Scienze Internazionali ed Istituzioni Europee presso l’Università degli Studi di Milano.

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