Scritto da Giacomo Bottos
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Occuparsi della cultura in un contesto complesso come quello di una città, significa provare a coniugare molteplici dimensioni diverse – che vanno dalla gestione di grandi enti già radicati nella vita della comunità, come musei e biblioteche, alla sperimentazione di formati inediti e al coinvolgimento di nuovi pubblici, fino alla gestione di un ecosistema che sempre più si sta configurando come un vero settore economico.
Nel caso di città dense di storia e arte e con un’identità forte come Ravenna, questo lavoro diventa ancora più articolato e importante. Su queste tematiche – in occasione del lancio del nuovo festival “Atlanti del Presente. Adriatico I Mediterraneo I Mondo” – abbiamo intervistato Fabio Sbaraglia, Assessore a Politiche Culturali, Multiculturalità, Turismo e Attività Economiche del Comune di Ravenna.
“Atlanti del Presente. Adriatico I Mediterraneo I Mondo” è una rassegna di incontri gratuiti di geopolitica e storia incentrata sul ruolo e sull’identità di Ravenna come crocevia tra Oriente e Occidente – promossa da Pandora Rivista insieme a Biblioteca di Storia Contemporanea Alfredo Oriani con Comune di Ravenna e Museo d’Arte della città di Ravenna (MAR), con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e CURTI – che si terrà dal 24 al 26 luglio.
Il programma completo degli incontri è già disponibile sul nostro sito a questo link.
Cos’è per lei la cultura? Quali sono oggi le principali funzioni che la cultura assolve, può assolvere, o dovrebbe assolvere in una comunità?
Fabio Sbaraglia: In generale credo che nel nostro tempo la cultura sia anzitutto un grandissimo strumento di accesso alla cittadinanza, quindi di partecipazione ai processi delle nostre comunità. La cultura costruisce orizzonti comuni verso cui tendere e avvinarsi con curiosità e consapevolezza, sia individualmente che collettivamente. È un modo per conoscersi e orientarsi ma contemporaneamente è un fondamentale strumento di crescita e di maturazione. È anche un potente strumento di integrazione, perché la cultura crea naturalmente legami, fa riconoscere assonanze, genera curiosità e stimola domande.
Questa credo che sia la natura più evidente e più importante in questo momento. Sui territori la cultura può diventare inoltre uno strumento di coesione sociale, creando ponti dove l’indifferenza porterebbe alla contrapposizione, ma anche di sviluppo individuando obbiettivi verso cui muovere insieme una comunità e orientare investimenti.
Non a caso il suo assessorato ha deleghe molteplici in cui la cultura è associata ad alcuni dei temi che ha toccato. Ci sono la multiculturalità, il turismo, lo sviluppo economico. Come si integrano questi diversi ambiti da un punto di vista strategico, se si integrano?
Fabio Sbaraglia: Sì, si integrano ovviamente con gradi di profondità diversi a seconda di come vengono abbinati. Tutto quello che ha a che fare con la gestione dei territori, delle dinamiche sociali, comprese quelle migratorie, e della nascita di nuove comunità ha molto a che fare con la missione che la cultura esercita nella nostra comunità. Diventa un fattore primario nella costruzione di un’interculturalità vera e propria.
Per quanto riguarda invece il rapporto tra cultura e turismo, personalmente tendo a interpretare in maniera separata le due deleghe, perché agiscono su presupposti diversi. Il turismo ha le caratteristiche di una delega di natura economica, ma la cultura non ha necessariamente questo tipo di approccio, anzi. Tuttavia, la cultura e il turismo condividono aree di sovrapposizione, di collaborazione, di rilancio l’una sull’altra assolutamente importanti e strategiche. Quel che è fondamentale, a mio parere, è non confondere i due piani, nel senso che la cultura può generare turismo e il turismo può sostenere la cultura nei territori, ma il turismo ha bisogno di alcune ricette, la cultura spesso di altre. Avere chiaro queste differenze significa poi riuscire effettivamente a mettere a punto gli strumenti giusti per esaltare l’una insieme all’altra, laddove esiste questa possibilità. Il rischio da non correre è che una di queste dimensioni venga schiacciata dall’altra.
Dove ci possono essere delle interazioni o delle intersezioni tra turismo e cultura, ad esempio per portare un certo tipo di offerta turistica, per attirare un certo tipo di pubblico? Esistono aree specifiche in cui questo avviene o può avvenire?
Fabio Sbaraglia: In un territorio e in una città, la cultura si muove battendo percorsi e strade diverse. Esiste una cultura diffusa, generata dal lavoro e dalle relazioni delle associazioni, una cultura che ha come obiettivo quello di creare una comunità o di proporre percorsi di ricerca molto rigorosi, ma esiste anche una produzione culturale che invece vuole rivolgersi a platee più ampie e ambisce a posizionare la città a livello internazionale. Penso alla nostra Biennale di Mosaico Contemporaneo, un evento che negli anni è cresciuto, si è ramificato, ha saputo mantenere un focus fortissimo di ricerca e di valorizzazione su un linguaggio che, pur rappresentando nel mondo dell’arte una nicchia abbastanza piccola, parla con forza di questo territorio e lo interpreta in straordinariamente anche in chiave contemporanea, riuscendo a contestualizzare eventi espositivi e progetti di collaborazione anche internazionale. Oggi questo è un tipo di evento che genera turismo su Ravenna. Un esempio ancora più noto è il Ravenna Festival che da oltre trent’anni svolge questo lavoro in modo evidente e continuativo. La cultura può davvero generare turismo e vediamo che i flussi turistici su Ravenna si stanno consolidando anno dopo anno, con una crescita che per fortuna ci consente una sostenibilità positiva.
La cultura, dunque, può essere anche un elemento attrattivo e di soddisfazione di un’aspettativa di chi sceglie Ravenna, perché chi sceglie questo territorio lo fa sapendo di trovare un luogo dove la cultura è uno dei tratti distintivi, uno dei linguaggi con cui la città racconta sé stessa al mondo.
Un nuovo festival come “Atlanti del presente: Adriatico | Mediterraneo | Mondo” può essere un tentativo di parlare sia alla cittadinanza sia ai turisti che frequentano la città di Ravenna, rappresentando anche una sperimentazione in questo senso?
Fabio Sbaraglia: Sì, senz’altro. Io credo che la contaminazione dei linguaggi sia sempre una ricchezza, purché sia ben chiaro ciò su cui ci stiamo concentrando, cioè purché non diventi una scusa per parlare d’altro.
Se abbiamo chiaro il focus, la pluralità delle voci e dei linguaggi moltiplica le opportunità di arrivare all’orecchio, alla testa, al cuore e, perché no, anche allo stomaco di quante più persone possibile. Certamente il contributo di voci autorevoli, ma anche di voci popolari, concorre a questo obiettivo.
In una città come Ravenna, l’impronta storica, già di per sé determina un importante carico culturale da cui partire. Quindi, ovviamente, un’eredità, una caratterizzazione, un immaginario. Che rapporto esiste, se esiste, tra la gestione di questa eredità e le pratiche culturali più innovative?
Fabio Sbaraglia: La responsabilità che la storia ha consegnato in eredità a Ravenna e che oggi ci coinvolge, come amministratori in primis ma anche come cittadinanza nel suo complesso, non è mai stata interpretata come un limite, ma semmai come un elemento di confronto che si nutre di una tensione costante tra tradizione e innovazione. Ciò ha a che fare con lo spirito di questa terra e con il modo in cui a Ravenna chi fa cultura, e chi ne fruisce, vive la sua prassi quotidiana, non vivendo una dicotomia o un’antitesi tra passato e presente.
Basti vedere come, per i settecento anni dalla morte di Dante, le celebrazioni dantesche del 2021 siano state uno strumento per innovare pratiche di lettura dell’eredità dantesca reinterpretandole al presente e generando percorsi partecipativi. Penso, per esempio, a tutto il percorso di chiamata pubblica che il Teatro delle Albe ha saputo sviluppare a partire proprio dalle celebrazioni dantesche, coinvolgendo migliaia di cittadini nel corso degli anni, oppure come a come l’Annuale Dantesco – che ogni anno ricorda Dante in corrispondenza dell’anniversario della sua morte, con diversi eventi e iniziative – abbiano saputo rinnovarsi esplorando forme nuove, mettendo a confronto la tradizione con linguaggi diversi come la danza e la musica contemporanea. D’altronde, tutta l’arte è stata contemporanea in un certo momento; e rifiutare di essere contemporanei significa fermarsi. Non ce lo possiamo permettere e, anzi, abbiamo proprio bisogno di continuare a mettere in discussione tutto per reinterpretarlo, ma reinterpretare e mettere in discussione significa prima di tutto conoscere. Dentro a questa tensione c’è tutta la ricchezza del lavoro culturale. Così a Ravenna l’ispirazione del passato informa il presente e le prassi contemporanee.
Parlando, appunto, di istituzioni tradizionali e storiche della cultura, come i musei o le biblioteche, quali sono gli elementi della strategia che state portando avanti?
Fabio Sbaraglia: Stiamo cercando di interpretare sempre di più i luoghi della cultura, a partire da quelli presidiati dalle grandi istituzioni culturali, quindi biblioteche e musei, sempre meno come spazi “sacri” dove si va in contemplazione di qualcosa di lontano e distante, e sempre più come luoghi da vivere quotidianamente. Stiamo cercando di aprire questi spazi, nei limiti delle possibilità che oggi la pubblica amministrazione deve tenere in considerazione, al maggior numero possibile di iniziative sapendo che anche da accostamenti azzardati si possono sviluppare e innescare nuove curiosità. L’idea è quella di fare in modo che i musei siano frequentati da ravennati e visitatori tante volte durante l’anno, e non soltanto in corrispondenza di particolari mostre o eventi, ma sapendo che ogni settimana può esistere un’occasione per frequentarli.
In questo senso segnalo una progettualità in cui crediamo moltissimo, grazie all’impegno della Fondazione RavennAntica: una Fondazione che, in virtù di un accordo di valorizzazione sottoscritto tra Ministero della Cultura, Comune, Provincia e Regione, gestisce in maniera unitaria e valorizza in modo coerente tutti i siti di proprietà pubblica, siano essi statali o comunali. Nell’interpretare questo mandato, Fondazione RavennAntica sta sviluppando in qualità di capofila, grazie a risorse regionali, il progetto MADER, Musei per l’Alzheimer e le Demenze in Emilia-Romagna. Nell’ambito di questo lavoro, in collaborazione con l’AUSL, la Fondazione sta portando avanti progetti legati alla cura, che trovano negli spazi, nelle pratiche e nelle possibilità laboratoriali offerte dai musei strumenti di inclusione, di accessibilità, ma anche di vera e propria cura. Questo è un filone sul quale, nei prossimi anni, tenendo conto dell’invecchiamento della popolazione, dei bisogni sempre crescenti e di una dinamica demografica che porta a immaginare stagioni della vita sempre più segnate dalla solitudine, sarà importante investire. Il fatto che i musei e una Fondazione culturale come RavennaAntica inizino a immaginare un ruolo attivo della cultura anche in questa prospettiva è, a mio parere, un fatto di assoluto merito.
Ecco, anche rispetto a quello che diceva, non sembra esserci una tensione tra l’istituzione tradizionale e tutta la dimensione dell’evento, della progettualità, del festival, ma sono modi anche per rinnovare e vivacizzare l’offerta culturale.
Fabio Sbaraglia: Ravenna, come tante città, ha una tradizione particolarmente solida che oggi porta alla coesistenza e alla collaborazione di grandi istituzioni, penso al MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna, alla Biblioteca Classense o a fondazioni come Fondazione Casa di Oriani, Fondazione RavennAntica, Fondazione Ravenna Manifestazioni e un numero ampio di associazioni e di cooperative culturali che negli anni ha saputo costruire, radicarsi e strutturarsi. Grazie alla collaborazione e alla condivisione di uno sguardo comune abbiamo ottenuto una compenetrazione dei due mondi, dove l’uno è al servizio e al rafforzamento dell’altro e viceversa.
Oggi i grandi festival e le grandi manifestazioni culturali della nostra città spesso sanno essere piattaforme per realtà locali che trovano in quei contesti un’occasione non solo di visibilità, ma anche di produzione. Questo genera un ecosistema fecondo che cerchiamo di alimentare e mantenere, ovviamente anche con l’aiuto di vari altri attori istituzionali. Questa è la sfida, con l’ambizione che oltre a nutrire questo ecosistema è nostro compito aprire spazi anche per nuovi operatori che vogliano affacciarsi con nuovi approcci e nuovi sguardi.
Questo è lo spazio in cui forse c’è anche una dimensione della cultura che in grado di alimentare un complesso di dinamiche che hanno un legame più stretto con la produzione e con l’economia del territorio?
Fabio Sbaraglia: Che la cultura generi lavoro e ricadute economiche sul territorio è finalmente un tema sdoganato. Semmai, dovremmo interrogarci sulla tutela che è garantita alle professioni legate alla cultura e su quanto la dignità di quel lavoro sia effettivamente riconosciuta.
Ma è indubbio che i territori che presentano un’offerta culturale forte, solida, radicata, siano territori anche più ricchi non solo dal punto di vista culturale, ma anche economico. Io credo che da questo punto di vista ci sia ancora tanto lavoro da fare.
Abbiamo parlato della storia di Ravenna e tra storia e presente un elemento che emerge con forza è quello del mare. Ne è un esempio il riconoscimento di Ravenna quale Capitale Italiana del Mare 2026. Qual è l’importanza di questo elemento e quali iniziative avete promosso in questo senso?
Fabio Sbaraglia: Il mare è stata una costante nella storia di Ravenna, lo è nel suo presente e lo sarà sempre di più nel suo futuro. Anzi, i momenti in cui Ravenna ha goduto dei suoi massimi splendori sono stati quelli in cui il suo porto e la sua proiezione marittima erano particolarmente forti. Oggi Ravenna, nella sua dimensione marina, esprime vocazioni diverse. C’è, ovviamente, una dimensione turistico-balneare al servizio dei ravennati e dei visitatori: abbiamo 35 chilometri di costa e nove lidi, ciascuno con una propria identità e una propria vocazione. Ma c’è anche un’economia del mare che origina dal porto, uno dei principali scali dell’Adriatico, sia sul versante delle merci, dove è da sempre uno dei porti industriali più importanti, sia, negli ultimi anni, sul versante del traffico passeggeri, con l’arrivo e la partenza di flussi crocieristici che stanno avendo un impatto molto significativo e positivo sul turismo. Quello che anche la candidatura a Capitale del Mare deve aiutarci a sviluppare e consolidare è una cultura del mare: conoscerne le potenzialità, comprenderne le caratteristiche e sviluppare una sensibilità ambientale sempre più matura. Ravenna, nel corso del Novecento, ha saputo tenere insieme la propria vocazione industriale e produttiva senza perdere, anzi valorizzando, la propria eredità culturale e naturalistica.
A Ravenna c’è una strada che porta al mare dove, sulla destra, ci sono le industrie del petrolchimico e, sulla sinistra, la laguna con i fenicotteri e i cigni. La sfida è riuscire a tenere ancora insieme questa apparente contraddizione, che in realtà si scioglie se si sviluppa una cultura del territorio più avanzata e consapevole. L’essere Capitale del Mare può senz’altro aiutarci in questo.
La suggestione del mare si vede fortemente, anche dal punto di vista grafico, nel nuovo festival “Atlanti del presente: Adriatico | Mediterraneo | Mondo”. Un festival che oscilla proprio tra le due dimensioni che abbiamo percorso in questa intervista: da un lato la storia di Ravenna e il suo ruolo di ponte tra mondi diversi, tra Oriente e Occidente, Nord e Sud; dall’altro proprio il tema del mare, che sarà affrontato in incontri sulla storia del Mediterraneo e sugli scenari internazionali attuali. Quali considerazioni si possono fare su un festival di questo tipo e in che posizione si colloca all’interno del nostro discorso?
Fabio Sbaraglia: Io credo che possa giocare un ruolo molto importante. Viviamo un tempo in cui guardiamo il mondo intorno a noi, dalla prospettiva della parte di mondo in cui viviamo, sostanzialmente in modo più passivo che attivo. Abbiamo però bisogno di indossare delle lenti che ci consentano di comprendere, o almeno di provare a comprendere, quello che sta succedendo. Credo che questo significhi anche mettere in discussione categorie interpretative che siamo abituati a dare per scontate, spesso occidentalocentriche ed eurocentriche, che oggi non bastano più a spiegare quello che sta succedendo. Sempre di più invece vediamo un mondo che oggi è mosso da tensioni che si generano e si giocano altrove, rispondendo a logiche di pensiero lontane da quelle a cui siamo preparati. Ravenna, per la sua storia, la sua posizione e la sua proiezione verso Oriente, ha uno sguardo che per natura e vocazione si rivolge e cerca fuori da sé ispirazione, relazioni e risposte. Per questo costruire a Ravenna un momento di confronto proprio su questi temi, cercando anche di uscire dagli schemi con cui siamo abituati a interpretare ciò che accade nel mondo, rappresenta un servizio che proviamo a fare a noi stessi e a chi vorrà venire ad ascoltarci.
Credo che ci sia la presa d’atto del bisogno di fare uno sforzo in più, come sempre, per mettere in discussione e innovare il pensiero. Questa è l’ambizione che ci poniamo insieme nell’immaginare questo festival.