Class politics e identity politics: una possibile prospettiva sociologica
- 23 Agosto 2022

Class politics e identity politics: una possibile prospettiva sociologica

Scritto da Lorenzo Cattani

11 minuti di lettura

Negli ultimi decenni si è fatta strada un’idea di attivismo e mobilitazione politica basata su criteri “identitari”, anche detta identity politics. Comune ai movimenti che rientrano nell’alveo di questo tipo di mobilitazione è “un appello politico basato su un’identità di gruppo condivisa”, come il genere, l’etnia, l’orientamento sessuale o la disabilità. Ultimamente, a questa concezione di attivismo sono state mosse una serie di critiche. La più importante è probabilmente quella secondo cui la identity politics darebbe poca considerazione alla dimensione di classe, unitamente ad un’enfasi eccessiva sugli elementi culturali e simbolici che informano condizioni di dominio e discriminazione, a discapito degli elementi economici.

La tesi che si vuole sostenere in questo articolo è che, per poter comprendere meglio tali concetti, sia necessario fare chiarezza su alcuni dibattiti che hanno avuto luogo – e che in alcuni casi stanno continuando ad avere luogo – all’interno delle scienze sociali, più specificamente in seno alla social theory. Ricostruire questi dibattiti non risolverà le differenze che attualmente vengono imputate alle categorie di identity politics e class politics, ma aiuterà a evidenziarne con maggiore chiarezza i punti in comune e le divergenze. Innanzitutto, occorre dire che queste due concezioni di attivismo e mobilitazione nascono all’interno della riflessione su uno specifico oggetto di ricerca, vale a dire quello della stratificazione sociale. Questo termine può essere facilmente considerato come un sinonimo di classe sociale, ma sarebbe un errore. Con “stratificazione”, in sociologia si definisce quel processo per cui le persone vengono posizionate all’interno di una gerarchia in un determinato contesto storico e sociale[1]. I criteri con cui questa gerarchia si forma sono molteplici e includono il genere, la classe sociale, l’età, l’etnia, l’orientamento sessuale e lo status.

 

Dispute metodologiche e paradigmi

Il primo dibattito da ricostruire è quello delle “dispute metodologiche” del XIX secolo, che ha visto contrapporsi due scuole di pensiero: il positivismo e l’interpretativismo. Auguste Comte è stato il primo a teorizzare un approccio positivista allo studio delle scienze sociali. Secondo questo approccio metodologico è possibile identificare una realtà sociale effettiva, che esiste a prescindere dalla volontà degli individui[2]. Compito della sociologia, e delle scienze sociali più in generale, è quello di individuare i principi che sottendono al funzionamento di questa realtà, non dissimilmente da come vengono effettuati gli studi sui fenomeni naturali. Scopo ultimo delle scienze sociali è quello di spiegare i fenomeni sociali generalizzando i risultati, e giungendo possibilmente a stabilire delle “quasi-leggi” che governano il funzionamento dei fenomeni oggetto d’indagine. Un approccio completamente diverso è suggerito dall’interpretativismo, che sostiene che non esista una realtà sociale oggettiva, indipendente dalla volontà e dall’azione umana. Secondo il paradigma interpretativista, ogni essere umano è dotato di un’unica capacità di interpretare la realtà e, attraverso la sua capacità di agire, di costruire quella stessa realtà. La realtà sociale è quindi formata dalla molteplicità dei punti di vista al suo interno, incluso quello di chi fa ricerca, e non può essere catturata in modo oggettivo. Lo scopo delle scienze sociali non è quindi quello di capire cosa sia “vero” o “valido” in modo universale relativamente ad un oggetto di ricerca, ma quello di interpretare la realtà per poter comprendere il significato attribuito a quel particolare oggetto di ricerca[3].

Queste differenze hanno conseguenze importanti per l’analisi di classe. Da un lato vi sono teorie che sostengono che la formazione di una classe sociale, e di un’identità collettiva, dipenda in larga parte da condizioni oggettive, legate alle risorse materiali economiche e di potere condivise fra le persone di una stessa classe sociale. Karl Marx riteneva che una classe sociale si costituisse tramite le relazioni di produzione, date dai diversi schemi di proprietà e controllo dei mezzi materiali di produzione, che danno origine a relazioni di sfruttamento. Nonostante avesse introdotto il tema della formazione di una coscienza di classe, discutendo la distinzione fra “classe in sé” e “classe per sé”, che sarebbe poi diventato centrale nei dibattiti fra scuole marxiste, è indubbio che Marx vedesse nelle relazioni di produzione l’elemento oggettivo che avrebbe determinato anche la formazione di una coscienza e di interessi di classe[4]. Max Weber, l’altro grande teorico della classe sociale, non era della stessa opinione. Innanzitutto, egli riteneva che fossero le relazioni di mercato a permettere di distinguere le classi sociali, in base al tipo di servizi offerti sul mercato da parte delle persone impiegate in un dato lavoro. Quel che però è più importante è che Weber riteneva che tutte le collettività potessero essere studiate riducendole alle loro singole componenti, cioè gli individui. In quest’ottica, Weber vede nella classe sociale qualcosa che influisce sulle “opportunità di vita”[5] (Lebenschancen) individuali, che fornisce alle persone una sorta di “orizzonte dei possibili”. La scelta di quali opportunità sfruttare e come non è determinata dalla classe sociale: nella prospettiva weberiana, infatti, le classi non sono delle comunità, ma rappresentano la base per una potenziale azione collettiva[6], che non è detto che si sostanzi tramite conflitti o rivoluzioni. Weber non trascura l’importanza dell’azione di classe, che riconosce come elemento importante per comprendere la realtà, ma ritiene un errore pensare che qualora non si formi una coscienza di classe è perché sono gli individui ad essere in errore, mentre gli interessi di classe sono “infallibili”[6].

Il pensiero di Marx e Weber diverge su elementi importanti nell’analisi di classe, ma vi sono anche significativi elementi in comune. Il più rilevante è che entrambi gli autori partono dalla premessa che il lavoro sia cruciale nel processo di formazione dell’identità individuale e di classe. Per Marx questo processo passa dalle dinamiche di sfruttamento, mentre per Weber è legato alle opportunità ricevute nel corso della nostra vita. Non a caso, gli schemi di classe sviluppati empiricamente a partire dagli anni Settanta da John Goldthorpe (neo-weberiano)[7] e Erik Olin Wright (neo-marxista)[8] hanno lo stesso punto di partenza, ossia le occupazioni. In seno alla social theory vi è quindi un’idea di identità fortemente legata ad elementi economici, legati a doppio filo con la posizione ricoperta nel mercato del lavoro. Le cose hanno iniziato a cambiare alla fine degli anni Settanta con la cosiddetta “svolta culturale”. Questo conduce alla seconda dicotomia di interesse in questo ragionamento, cioè quella che contrappone economia e cultura. Il primo aspetto da considerare è che la “svolta culturale” non è nata dal nulla, ma si è formata sulla base di alcuni concetti preesistenti. In particolar modo, la svolta culturale trae origine proprio dal pensiero di Max Weber. Al concetto di classe Weber affianca quello di “status”, termine con cui Weber non intende semplicemente prestigio e onore, ma anche gli stili di vita e gli elementi culturali condivisi da una collettività, che definisce consciousness community. Lo status è quindi basato su una dimensione non economica di notevole peso nelle società pre-capitaliste, ma anche in quelle odierne – basti pensare al prestigio tuttora associato a certe professioni. Tuttavia, Weber aveva sempre considerato lo status separandolo dalla classe, mantenendo una divisione fra economia e cultura come elementi esplicativi della stratificazione.

A cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta si fa strada un’agenda di ricerca interessata a trovare una sintesi fra economia e cultura. Il lavoro più importante e rappresentativo di questa agenda è probabilmente Distinzione di Pierre Bourdieu[9]. La premessa da cui parte Bourdieu è che il capitale non è solo economico – legato alle risorse materiali possedute dagli individui –, ma è anche culturale, cioè quella forma di capitale legata alla conoscenza, inclusa l’istruzione ricevuta in famiglia e nel sistema educativo. Punto cardine dell’analisi di Bourdieu è che la formazione delle classi sociali non si esaurisce nelle dotazioni economiche possedute da ogni persona, o dalla propria posizione nel mercato del lavoro. La classe si sostanzia innanzitutto nelle pratiche sociali, cioè in quelle attività che si svolgono quotidianamente (mangiare, ascoltare musica, uscire con gli amici leggere). Da qui l’ipotesi di lavoro di Bourdieu per cui ogni classe ha uno stile di vita distintivo e, di conseguenza, mostra un tipo di consumo differente, rilevato tramite associazioni statistiche osservando dati raccolti da indagini campionarie. Il sociologo francese, ad esempio, contrappone gli intellettuali, che prediligono l’arte postmoderna, alla borghesia, che preferisce l’arte barocca. Schemi di preferenze vengono rilevati su una vasta gamma di pratiche culturali, passando per il cinema, il teatro e la musica. Ogni classe mostra una gamma di consumi diversa. È in particolare nella distinzione fra una cultura “alta” e una “popolare” che Bourdieu si concentra, mostrando come il gusto sia socialmente costruito e come le categorie “alta” e “popolare” altro non siano che l’espressione – nonché lo strumento di legittimazione – dei rapporti di potere e dominio in un determinato contesto sociale. Il lavoro di Bourdieu rappresenta un punto significativo nello sviluppo dell’analisi della stratificazione e non è stato esente da critiche, una su tutte quella per cui Bourdieu non è riuscito pienamente nel suo intento – la sintesi fra economia e cultura, che Bourdieu proponeva di raggiungere, non è stata ottenuta del tutto –, o che gli schemi di classe induttivi producono spesso dei gruppi molto eterogenei e difficili da interpretare[10]. È però indubbio che il lavoro di Bourdieu presenti un dilemma per l’analisi della stratificazione[11]. Con l’enfasi sull’elemento culturale, si iniziano a mischiare due diverse concezioni di classe: una legata alla sfera della produzione – di cui l’occupazione è proxy strategica[12] – e una legata ai consumi. Questo cambiamento fa sì che chi decide di esplorare la dimensione culturale della stratificazione debba porsi in relativa discontinuità con i lavori precedenti[13].

È in questo contesto che vanno considerate le tre condizioni sociali in cui la “svolta culturale” ha proseguito il suo percorso negli anni Ottanta: la post-industrializzazione, con la crescita dell’occupazione nel settore terziario, l’aumento dell’occupazione femminile, e l’inizio delle politiche neoliberali iniziate dai governi Thatcher e Reagan. La post-industrializzazione ha portato ad un declino dell’impiego manifatturiero, oggetto di analisi privilegiato negli studi di classe. Inoltre, incentivato dalle politiche neoliberali, il mercato del lavoro è diventato più fluido, le carriere lavorative si sono frammentate ed è diventato meno frequente che una persona svolga lo stesso lavoro per tutta la vita. La mobilità interna nelle organizzazioni è diminuita, conferendo maggiore rilevanza al tema delle qualifiche ottenute prima dell’ingresso nel mercato del lavoro. Infine, le analisi di classe degli anni Settanta erano tutte impostate su una sola forza lavoro, quella maschile, mentre l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e la segregazione occupazionale di genere hanno dato vita ad una struttura di classe diversa per donne e uomini. In generale, sorge il problema di come conciliare l’analisi di classe con la stratificazione e le forme di dominio legate a caratteristiche “ascritte” come genere, età, etnia e orientamento sessuale.

Questi cambiamenti hanno portato i social theorist a ritenere che fosse nelle relazioni fra individui che si doveva incentrare l’analisi di stratificazione, con un crescente interesse per le determinanti culturali – dal momento che ormai le differenze fra lavoratore e consumatore erano ormai cadute. Secondo il sociologo tedesco Ulrich Beck, questi cambiamenti hanno creato una società individualizzata di lavoratori, calati in un sistema di sottoccupazione fragile, rischiosa, pluralizzata e decentralizzata[14]. Questi cambiamenti hanno portato Beck a definire la classe sociale come una “categoria zombie”[15]. Il lavoro e l’occupazione non sono più il motore di costruzione dell’identità come lo erano all’interno delle società industriali[16]; si ritiene invece più fruttuoso concentrarsi su elementi culturali. Genere, etnia, orientamento sessuale, età, posizione geografica vengono viste come variabili di grande importanza per leggere la realtà sociale, anche in ragione dell’emergere di nuovi movimenti sociali che si aggiungono al movimento femminista e a quello antirazzista. Al contrario oggi sappiamo, alla luce delle ricerche condotte nel corso del tempo, che la classe sociale conserva un potere esplicativo molto forte, e che il lavoro è ancora una variabile cruciale nella costruzione dell’identità e, di conseguenza, per la lettura della realtà sociale[17]. Tuttavia, non è sufficiente riconoscere che sia la cultura che l’economia sono dimensioni analitiche significative. I pensatori del XIX secolo erano consapevoli dell’esistenza di elementi culturali e “non economici” capaci di influenzare la dimensione economica in molteplici forme. L’umanesimo marxista, di cui Antonio Gramsci è una figura di spicco, ha poi messo al centro della sua agenda le questioni culturali e la loro rilevanza nella riproduzione e legittimazione dei sistemi di dominio e sfruttamento. Resta che, con ogni probabilità, una teoria in grado di raggiungere una sintesi perfetta fra economia e cultura è quasi impossibile. Vi saranno quindi necessariamente teorie maggiormente focalizzate su un aspetto o su un altro, pur partendo dalla giusta premessa che entrambi gli elementi devono essere tenuti insieme.

Si prenda ad esempio la teoria che, dagli anni Novanta a oggi, ha forse riscontrato maggior successo nel tentativo di tenere insieme questa pluralità di elementi, vale a dire il femminismo intersezionale[18]. Il framework intersezionale – e si può notare in questo l’eredità dell’interpretativismo – sostiene che le persone possono sperimentare forme di oppressione e dominio diverse a seconda delle “intersezioni” in cui sono collocate; genere, etnia, classe, e orientamento sessuale generano sistemi di discriminazione sovrapposti. Tuttavia, le domande di ricerca ispirate da tale approccio difficilmente dedicheranno pari interesse a ogni dimensione dell’intersezionalità. Judith Butler, che ha condotto lavori cruciali sulla costruzione sociale dell’identità di genere[19] e riferimento fondamentale nei queer studies, non ha adottato una prospettiva teorica di partenza estremamente interessata alla classe sociale. Bell Hooks ha sviluppato un pensiero femminista più interessato allo studio delle intersezioni fra classe ed etnia[20]. L’elenco potrebbe proseguire a lungo, ma in nessun modo queste ricerche si possono dire contrapposte. La domanda a cui rispondere non è quindi come sintetizzare cultura ed economia in un unico framework teorico, ma quale sia il filo rosso che tiene insieme questa pluralità di approcci.

 

Conclusioni: riconoscimento e redistribuzione

Le contraddizioni illustrate sin qui sono difficilmente ricomponibili in un’unica teoria. Probabilmente una soluzione parziale – dove con parziale si intende “di parte” – è quella di costruire teorie e disegni di ricerca empirica partendo dalla premessa di voler sondare i rapporti di dominio. Il problema non è tanto quello di concentrarsi maggiormente sugli elementi culturali o su quelli di classe, ma assicurarsi che l’analisi intersezionale non diventi una semplice descrizione della diversità. Perdendo l’accento sull’alienazione e la discriminazione che la diversità comporta, ci si trova costretti in un dualismo fra collettivo e singolo, cultura ed economia, classe sociale e identità individuale[21]. Nancy Fraser ha parlato di politica del riconoscimento delle diversità culturali, identificando il nuovo schema di mobilitazione politica del mondo “post-socialista”. Al pari di Bell Hooks, Kimberlé Crenshaw, e altre teoriche, Fraser sostiene la necessità di tenere insieme il riconoscimento delle diversità culturali con la redistribuzione e le politiche di solidarietà sociale[22]. Per raggiungere questo obiettivo Fraser sostiene che sia tuttavia necessario sviluppare una “teoria critica del riconoscimento”, incentrata sulla difesa delle differenze quando queste possono essere combinate con azioni e politiche sociali, basate quindi su criteri di classe. Il dualismo fra cultura ed economia, fra l’idea che esistono condizioni oggettive che determinano la stratificazione e l’idea che il sistema di stratificazione sia plasmato da una pluralità di punti di vista legati a differenze culturali – chiara eredità della disputa metodologica fra positivisti e interpretativisti – non è un destino ineludibile. Anche se non è stato possibile finora riconciliare completamente questi diversi approcci allo studio della stratificazione, le differenze culturali e quelle di classe restano infatti indubitabilmente intrecciate. Sollevando un’argomentazione antipositivista, si potrebbe affermare che la soluzione risieda nell’ammettere che la scienza non può reclamare pretese di neutralità politica, rispetto ai valori attraverso cui il mondo e i fenomeni sono interpretati. Compiere una scelta di natura politica, sostenendo che la stratificazione deve essere studiata allo scopo di far emergere condizioni di dominio e oppressione, può essere una via per evitare di porsi in maniera dualistica fra la “politica di classe” e la “politica dell’identità”.


[1] Marco H. D. van Leeuwen, Social Stratification, In: The Blackwell Encyclopedia of Sociology, John Wiley & Sons, 2017, pagg. 1-9.

[2] Emile Durkheim, The Rules of Sociological Method, The Free Press, New York 1982.

[3] Max Weber, The Theory of Social and Economic Organization, Martino Fine Books, 2012.

[4] Karl Marx e Frederick Engels, Selected works, Lawrence and Wishart, 1968.

[5] Max Weber, Economy and Society. A New Translation, Harvard University Press, 1918.

[6] Hans Heinrich Gerth e Charles Wright Mills, From Max Weber. Essays in Sociology, Routledge, 1948.

[7] John H. Goldthorpe, Catriona Llewellyn e Clive Payne, Social Mobility and Class Structure in Modern Britain, Clarendon, 1980. John H. Goldthorpe, David Lockwood, Frank Bechhofer e Jenifer Platt, The Affluent Worker. Political Attitudes and Behaviour, Cambridge University Press, 1968.

[8] Erik Olin Wright, Class Boundaries in Advanced Capitalist Societies, «New Left Review», 3–41 (1976). Erik Olin Wright, Understanding Class, Verso Books, 2015.

[9] Pierre Bourdieu, Distinction. A Social Critique of the Judgement of Taste, Harvard University Press, 1984. Edizione italiana: Pierre Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, il Mulino, 2001.

[10] Sonia Marzadro, Antonio Schizzerotto e Loris Vergolini, Classi sociali o gruppi multidimensionali? Come rappresentare le disuguaglianze sociali nell’Italia di oggi, «Stato e Mercato», 2019, https://doi.org/10.1425/93580

[11] Mike Savage, Fiona Devine, Niall Cunningham, et al, A New Model of Social Class? Findings from the BBC’s Great British Class Survey Experiment, «Sociology», 47:219-250 (2013). https://doi.org/10.1177/0038038513481128

[12] Rosemary Crompton, The Gendered Restructuring of the Middle Classes, In: Janeen Baxter e Mark Western (a cura di) Reconfigurations of Class and Gender, Stanford University Press, 2001, pagg. 39-54.

[13] Fiona Devine, Mike Savage, John Scott e Rosemary Crompton, Rethinking Class. Cultures, Identities and Lifestyles, Palgrave, 2004.

[14] Ulrich Beck e Elisabeth Beck-Gernsheim, Individualization. Institutionalized Individualism and its Social and Political Consequences, SAGE Publications, 2001.

[15] Ulrich Beck, Risk Society. Towards a New Modernity, SAGE Publications, 1992. Edizione italiana: Ulrich Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, 2000.

[16] Richard Sennett, The Corrosion of Character. The Personal Consequences of Work in the New Capitalism, W. W. Norton & Co, 1998. Edizione italiana: Richard Sennett, L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, 1998.

[17] Rosemary Crompton, Class and Stratification, Polity Press, 2008.

[18] Kimberlé Crenshaw, Demarginalizing the Intersection of Race and Sex. A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics, University of Chicago Legal Forum 1989.

[19] Judith Butler, Gender Trouble. Feminism and the Subversion of Identity, Routledge, 1990. Edizione italiana: Judith Butler, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell’identità, Laterza, 2013.

[20] Bell Hooks, Feminist Theory. From Margin to Centre, Routledge 2014.

[21] Sirma Bilge, Intersectionality Undone: Saving Intersectionality from Feminist Intersectionality Studies, «Du Bois Review: Social Science Research on Race», (2013) 10:405–424. https://doi.org/10.1017/S1742058X13000283

[22] Nancy Fraser, From Redistribution to Recognition? Dilemmas of Justice in a «Post-Socialist» Age, «New Left Review», (1995), pp. 68–93

Scritto da
Lorenzo Cattani

Laureato magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Globalizzazione e varietà di capitalismo: processi di specializzazione istituzionale in Regno Unito e Germania”. Attualmente è dottorando in Sociologia e Ricerca Sociale presso la stessa università. Ha frequentato un Master in Human Resources and Organization presso la Bologna Business School.

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