“Cleofonte deve morire” di Luciano Canfora

Canfora

Recensione a: Luciano Canfora, Cleofonte deve morire. Teatro e politica in Aristofane, Laterza, Roma-Bari 2017, 496 pp, 24 euro (scheda libro).


Gli interessi di Luciano Canfora nei confronti del teatro antico, e nella fattispecie della commedia attica (aristofanea in particolare, con notevoli sguardi nei confronti anche della tradizione frammentaria), si intersecano con gli itinerari di studio condotti dall’autore nel campo della storia antica. Tracciare un bilancio di mezzo secolo di studi sarebbe un’impresa ponderosa e, forse, non del tutto utile per questo lavoro.

Cleofonte deve morire, volume di cui si propone qui una recensione, mette a sistema – con l’attenzione al dato storico e testuale a cui Canfora ci ha abituati – il mondo di Atene, la commedia antica e la controversa storia dell’ultima fase della Guerra del Peloponneso. Indagandone gli intrecci, alcuni personaggi chiave, la produzione letteraria (o teatrale) coeva: in sintesi, la temperie politica e culturale di Atene. E dimostrando, infine, quanto mondo della politica e mondo del teatro, politica estera e politica interna siano, in quella fase, inscindibilmente legati.

Non occorre consultare gli indices nominum al termine di ogni opera per accorgersi di un fatto non sottovalutabile: il nome di Aristofane, laddove si parli di V secolo ateniese, emerge e continua ad emergere con frequenza impressionante. Come fonte secondaria appena dopo gli storiografi, certamente, ma anche e soprattutto come attore politico di quel travagliato periodo[1]. Proprio da questo incontrovertibile dato prende avvio la riflessione di Luciano Canfora nella sua ultima opera: “Con tutte le cautele del caso, questo ci consente di affermare che in lui [Aristofane] vi fu molto più che un semplice artigiano del divertimento”[2]. Una volta presa coscienza della “potente attrazione” che la politica esercita sulla produzione comica (e, in generale, teatrale di V secolo[3]), occorre dunque individuare – di concerto con gli innumerevoli riferimenti al dibattito pubblico che si nascondono, con maggiore o minore difficoltà di individuazione, tra le pieghe dei versi comici e tragici – una linea di pensiero di fondo; se non una strategia politica, certamente una abitudine alla presa di posizione orientata di contingenza in contingenza da un orizzonte politico ben definito.

La prima delle sei parti in cui si divide il volume è dedicata ad un approfondimento sulla polarità esistente tra “popolo e demo” in seno al sistema politico ateniese del V secolo. La domanda di fondo è: quale “popolo” – se possiamo accettare questa traduzione linguistica e concettuale – rappresentava, perlopiù, Aristofane con la sua commedia? Tramite una attenta disamina di alcuni documenti coevi (nella fattispecie, al di là di Aristofane, passi di Tucidide, del pamphlet Sul sistema politico ateniese e riflessioni di matrice erodotea) e un altrettanto puntuale continuo riferimento a studiosi d’epoca moderna o contemporanea (Auguste Couat e il suo Aristophane et l’ancienne comédie attique, 1892, la dissertazione di Wattenbach sui “quattrocento” in Atene, del 1842, nonché gli studi su democrazia e lotta di classe di Arthur Rosenberg – dei primi del Novecento) la polarità viene definendosi nei suoi confini più chiari: la democrazia “classica” contiene, in sé, al di là della sua riconosciuta “rigorosa logica interna”[4], una profonda incongruenza. “’Demo’, infatti – che è parola polisemica –, non è soltanto la parte politicizzata dei non possidenti, base sociale del ‘potere democratico’ e dei suoi capi, non indica soltanto quegli assidui ‘scarsi cinquemila[5]’ frequentatori dell’assemblea […] è al tempo stesso l’intero corpo civico […]. Ed è l’indizio chiaro dell’equivoco nel sistema politico ‘assembleare’ il fatto che, nelle delibere (decreti), quegli ‘scarsi cinquemila’ figurano l’intera comunità”[6].

Soltanto grazie ad una comprensione precisa della polisemia della parola demo (parola che, comunque la si traduca, comporta insidie concettuali notevoli) si può comprendere la scelta politica aristofanea nello schierarsi (financo ridendone, p. 24) con quella massa “extra-politica e a-politica delle campagne” (diversa dunque dal demo cittadino, il blocco storico che subirà maggiormente la guerra del Peloponneso e le scorribande spartane in Attica) che non disprezza una forma di gestione del potere oligarchica (in questo senso la riflessione sui kalokagathoi, il vero pubblico aristofaneo, p. 25) e che è spinta a “parlare” dalle sue sempre più irreversibili difficoltà. Diverso da demo è dunque il popolo della campagna fuori dalle mura di Atene. Canfora si spinge oltre la riflessione sulla polisemia del termine demo. Dietro alle differenze economiche, sociali e politiche dei molteplici popoli di Atene si profila uno scontro a livello di classe dirigenti: a indirizzare la politica del demo (dunque, le decisioni assembleari) ritroviamo le élite urbane che monopolizzano la discussione assembleare e la prassi giudiziaria in Atene; contro demo si schiera un’aristocrazia intellettuale al cui servizio ritroviamo, tra gli altri, i più importanti autori della commedia ateniese. La riflessione sul popolo (o meglio, sui popoli) di Atene non è immune da riferimenti alle elaborazioni politiche moderne: interessante, a chiosa del capitolo, la “divagazione diacronica”[7] circa l’eterno problema del potere democratico fondato su una minoranza numerica. Da Aristofane all’Arbeiterklasse, la difficoltà del meccanismo di conquista della maggioranza da parte di una minoranza rimane viva, il problema di “che cosa sia il popolo” comporta tuttora un ampio margine di riflessione.

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Indice dell’articolo

Pagina corrente: Popolo, politica, democrazia

Pagina 2: Aristofane: politica e politici a teatro

Pagina 3: Il caso di Lisistrata

Pagina 4: Cleofonte e le Rane


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Studente di lettere classiche e allievo del Collegio Superiore dell’Università di Bologna. Al di fuori degli studi classici, si occupa di rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

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