“Cleofonte deve morire” di Luciano Canfora

Canfora

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Cleofonte e le Rane

Ma è proprio nel capitolo dedicato alle Rane che emerge il nome che dà il titolo al volume: Cleofonte. Il personaggio, capo della fazione democratica ateniese in auge nell’ultima fase della guerra del Peloponneso, si trovò in particolare contrasto con la fazione oligarchica (celebri gli scontri con Crizia, il probabile autore del pamphlet sulla forma di governo democratica di Atene tràdito assieme al corpus senofonteo) e impedì ogni trattativa di pace con Sparta. Canfora, prima di trattare i rapporti tra le Rane di Aristofane e la figura di Cleofonte[16], si dedica ad una approfondita analisi del cosiddetto “decreto di Demofante”. Da quel decreto (risalente al crollo dei Cinquemila, attorno al 410) occorre infatti partire per comprendere appieno la sua “ovvia conseguenza”, ovvero i processi a quegli strateghi (e capi politici) passibili di aver “attentato alla democrazia” essendo stati coinvolti nel governo oligarchico di pochi mesi prima. L’autore dedica poi ampio spazio alla ricostruzione del pesante clima politico che l’attuazione (anche retroattiva, secondo la testimonianza di Lisia) del decreto comportò: è in questo scenario che opera Cleofonte, leader democratico, contribuendo “validamente a rimuovere dalla scena politica ateniese sia Crizia sia, a quanto pare, Alcibiade”[17].

Ma la situazione politica ateniese è in piena evoluzione. La riflessione di Canfora si sposta dunque al nodo centrale del rapporto tra Cleofonte e Aristofane, ovvero la commedia Le rane, del 405. In seno ad essa ritroviamo, infatti, due passaggi fondamentali: la parabasi, fase d’intermezzo della commedia nella quale il coro si dedica a riflessioni di carattere politico dietro cui si cela l’autore stesso, autorizzato a “dare buoni consigli e insegnamenti alla città”[18], si schiera con sapienti scelte lessicali e tematiche (su tutte: la ripresa parodica del lessico democratico e la citazione di Frinico e dei suoi inganni per spostare l’attenzione su un protagonista del 411 oramai scomparso) a favore di una vera e propria “amnistia per chi si è compromesso col governo dei Quattrocento”[19]. In secondo luogo, nei versi appena precedenti la parabasi, l’attacco frontale nei riguardi di Cleofonte: coinvolto alla fine dello stesso anno (il 405) in un processo le cui discusse (e discutibili) dinamiche sono chiarite da Canfora nel paragrafo “Il complotto contro Cleofonte”, il leader democratico viene brutalmente attaccato anche da Aristofane. Con la certezza, cantata da una “flebile nenia” di rondine[20], che il demagogo verrà condannato a morte anche in caso di parità dei voti. È proprio questa certezza che porta Canfora[21] a datare questi versi della commedia, che precedono la parabasi, alla fine del 405, quando le sorti del processo a Cleofonte dovevano essere oramai scontate, e dunque a considerare, sulla scorta di diversi altri studiosi, una vera e propria “riforma” delle Rane[22].

Le conclusioni di Canfora sono, come in ogni suo volume, forti di una riconsiderazione complessiva della tradizione degli studi sul tema. Particolarmente significativo, in Cleofonte deve morire, il vaglio costante delle fonti antiche e moderne: le testimonianze sui versi delle Rane (e, in generale, su buona parte dei passi citati nel corso del volume) sono scandagliate a partire da quelle degli eruditi bizantini (della tradizione scoliastica e dei commentari su Aristofane), criticate nei loro punti deboli e riprese nei loro aspetti più importanti. In aggiunta, con sforzo diacronico, vengono prese in considerazione dall’autore tutte le testimonianze e tutti i commenti “moderni”. Ne è un caso esemplare proprio l’attenzione dedicata al caso di studio della parabasi delle Rane: lo spazio compreso tra pagina 325 e pagina 340 è totalmente deputato ad un elenco, con annesse considerazioni, degli studi che ad essa sono stati dedicati tra Otto e Novecento.

Il coinvolgimento di Aristofane (giudiziario, artistico e politico) in determinati gruppi sociali di Atene; le armi retoriche con cui non solo egli creò di volta in volta attacchi (più o meno frontali, più o meno espliciti) contro i capi popolari che contribuivano alla divisione della città, ma al contempo una vera e propria “lingua” della critica democratica; il ruolo di Cleofonte nei processi che seguirono il 411; le persecuzioni giudiziarie fuori e dentro alla scena; il rifacimento delle Rane e i rapporti, indiscutibili e frequentissimi, tra letteratura, teatro e politica. Questi i temi affrontati, ancora una volta con piglio definitivo, da Luciano Canfora in Cleofonte deve morire. Questi e altri ancora i temi che, se vagliati con acume, precisione storica e rigore intellettuale possono interrogarci sui rapporti tra il mondo antico e il nostro presente, sulla funzione di censura e critica politica nella nostra vita pubblica e su alcuni significati, su alcune parole che oggi sembrano vacillare. Tre, su tutte: intellettuali, democrazia, popolo.

[1] Si vogliono in particolare segnalare qui, senza dover andare troppo indietro nel tempo, due recenti pubblicazioni canforiane che intrattengono un rapporto molto stretto con Aristofane e la commedia attica: La crisi dell’utopia (Laterza, 2014), dedicata nello specifico al rapporto tra Le donne all’assemblea e la Repubblica platonica e Il mondo di Atene (Laterza, 2011), dedicato più generalmente alla demolizione del “mito di Atene”, demolizione alla quale concorre, certamente, Aristofane col suo teatro.

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[2] L. Canfora, Cleofonte deve morire, Roma – Bari, Laterza, 2017, pag. 4 (d’ora innanzi, tutte le citazioni – salvo segnalazioni in senso contrario – saranno tratte da qui).

[3] Sul tema, fa epoca la dissertazione di Meier: C. Meier, Die politische Kunst der griechischen Tragödie, München, 1988; trad. it. di Daniela Zuffellato, Torino, Einaudi, 2000.

[4] C. Bearzot, Manuale di storia greca, Bologna, Il Mulino, 2015³, p. 124

[5] Su trentacinquemila cittadini stimati: cfr. p. 15, “al di là delle opinabili ‘cifre tonde’”.

[6] P. 18

[7] P. 25

[8] P. 32. Idea già di Grote, Nietzsche, Couat.

[9] P. 45

[10] Pp. 60, 62, passim

[11] Sulla questione del rapporto tra didascalo e Canfora si sofferma in II, 2, con nutriti riferimenti alla tradizione erudita e studi specialistici sulla “messa in scena” delle commedie.

[12] Cf. p. 88 e Thuc. VIII, 53 – 54

[13] Thuc. VIII, 63, 3

[14] P. 95

[15] P. 101

[16] “[…] come sapientemente, e da esperto politico, sviluppò le sue argomentazioni e su quali forze retrosceniche [Aristofane] ritenne di poter contare”

[17] P. 250

[18] Rane, vv. 686-687

[19] P. 271

[20] Rane, vv. 679 e segg. trad. it. G. Paduano, ed. BUR (1996)

[21] P. 341

[22] Pp. 395-396


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Studente di lettere classiche e allievo del Collegio Superiore dell'Università di Bologna. Al di fuori degli studi classici, si occupa di rapporti tra intellettuali e potere, della narrativa di Pier Vittorio Tondelli e delle forme poetiche del XX secolo.

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