Il mito nazista della razza. Come fu possibile la Shoah?

Shoah

La domanda che i più pongono innanzi alla Shoah è insieme la più semplice e la più angosciosa, ovvero “come fu possibile tutto ciò?”. La palese dimensione dell’impresa titanica di braccare ovunque in Europa l’ebreo, di trasportarlo in luoghi appositi e circoscritti e qui di avviarlo allo sterminio sconvolge la coscienza, e un misto di incredulità e di disgusto accompagna tale domanda. Tuttavia, ci si sente di premettere che, purtroppo, non v’è una risposta, semplice o complessa che sia, unica o definitiva, ma sono solo possibili alcune considerazioni.

Il nemico mortale dei nazisti non appare affatto l’ebreo in quanto tale, ovvero sotto la forma di una tipologia sociologica incarnata da soggetti reali, ma, e piuttosto, la modernità, qui intesa nella particolare accezione di condizione culturale in virtù della quale divengono progressivamente più sfumati, equivoci e complessi i confini del limes che separa i buoni dai cattivi, i sani dai malati, i forti dai deboli[1]. La modernità mette a repentaglio i perimetri rassicuranti della cultura tedesca a cavallo fra XIX e XX secolo, agendo direttamente sul ventre irrazionale delle masse le quali, improvvisamente, fanno esperienza di precarietà, di fragilità, di difficoltà. Di colpo, tali masse si sentono esposte all’ambiguità di tempi storici che scalzano i rassicuranti confini mentali di un tempo e insorgono contro la modernità. È in questa dinamica che si colloca l’efficace proposta politica nazionalsocialista, ovvero la personificazione del nemico. L’ebreo, da questo punto di vista, è la vittima designata, l’idolo polemico del secolo, il capro espiatorio delle colpe del tempo. Si tratta, detto altrimenti, del particolare processo simbolico in virtù del quale i sentimenti di ostilità collettiva si rivolgono non contro l’ebreo in quanto tale, ma contro l’ebreo in quanto metafora viva della modernità.

Secondo Bauman, la sfortuna degli ebrei, tedeschi prima ed europei in seguito, fu di trovarsi a ridosso della doppia condizione di paria a cavallo di due esclusioni: la differenza etico-religiosa con il resto della popolazione ospitante; e, l’essere considerati estranei in patria. In altri termini, le vittime dell’antisemitismo ebbero «lo status […] di “stranieri in patria”, scavalcando con ciò un confine vitale»[2]. La figura dell’ebreo, di per sé piuttosto rarefatta e impalpabile, diviene il centro unificatore di livelli plurimi, tutti accomunati dalla sola leva emozionale ed affatto razionale. Così, l’ebreo è sintesi di confusione semantica, di inquietudine psicologica e di lotta politica. Con il definitivo avvento della modernità, e del nazionalismo, la presenza ebraica diviene di per sé un «problema», un elemento perturbatore delle coscienze nazionali delle masse, un ostacolo per la gretta burocrazia delle cancellerie europee. Infatti, scrive ancora Bauman, «gli ebrei rappresentavano un’eccentricità»[3]. Né con gli uni né con gli altri, irriducibili alle comunità nazionali costituite, un’eccezione alla norma, allo standard, alla «comprensione media e vaga» della complessa e difficile realtà circostante, per dirla provocatoriamente, e non a caso, à la Heidegger[4].

Di conseguenza, gli ebrei divengono, nella percezione equivoca ed emotiva delle masse coeve «il prototipo e il modello principe di ogni anticonformismo, eterodossia, anomalia, aberrazione»[5]. In altri termini, nel gioco dialettico della retorica pubblica del tempo, l’ebreo è l’eccezione, la dissonanza, l’anomalia, l’aberrazione. Un pericolo per la durata, sicurezza e stabilità delle identità nazionali dal momento che l’ebreo, per la sua certo particolare storia, è un nemico dai contorni vischiosi, e questa sua natura rischia di contagiare l’identità nazionale. La natura vischiosa dell’identità estranea degli ebrei diviene una vischiosità in sé che rischia di passare alle masse ospitanti. La metafora è così servita su un piatto d’argento: gli ebrei sono agenti patogeni; focolai di contagio; latori di un virus indesiderabile. E, ripetendo la medesima dinamica, nella retorica pubblica, divengono il virus stesso da eliminare. Paradossalmente l’ebreo è sito di attivazione di varie reazioni prima emotive e successivamente politiche; l’ebreo è latore di significati terzi ed esterni a lui stesso e se ne fa catena di trasmissione.

In quanto eccezione, anomalia, deviazione dalla norma o standard, e, quindi, elemento di inquietudine e di paura, l’ebreo, o, per meglio dire, il suo doppio retorico, il suo fantasma politico, la sua controfigura negli incubi delle masse nazionali dei primi decenni del XX secolo, divenne il nemico da combattere. Il primo effetto della modernità fu la selezione degli ebrei «come bersaglio principale della resistenza antimodernista»[6]. Per effetto di una coagulazione di moventi e sentimenti di varia natura, l’ebreo diviene obiettivo di lotta contro la complessità moderna. Infatti, la modernitas indica la situazione emotiva delle masse europee agli inizi del Novecento, ovvero un’esperienza di vita sfuggevole ed effimera. E agli occhi delle masse chi incarnava questa modalità esistenziale se non gli ebrei? Quel che è in partenza la condizione soggettiva di molti diviene stile di vita di terzi, un’alterità individuata in un gruppo sociale interclasse e internazionale, e, per questo motivo, percepita come pericolosa. Ne consegue che causa della vischiosa ed inquieta percezione delle masse sono gli ebrei.

Continua a leggere – Pagina seguente


Indice dell’articolo

Pagina corrente: L’ebreo in quanto metafora viva della modernità

Pagina 2: La Shoah e la razionalità moderna

Pagina 3: La dimensione industriale della Shoah


Vuoi aderire alla nuova campagna di abbonamento di Pandora per i numeri 4,5 e 6? Tutte le informazioni qui

Dottore di ricerca in Filosofia. Attualmente occupato nel mondo della scuola. I suoi campi di ricerca vanno dalla razionalità delle enunciazioni normative alla filosofia della disabilità. È redattore di un proprio blog personale.

Comments are closed.