Cosa succede al confine tra Serbia e Kosovo?

Kosovo

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Uno scambio di territori come soluzione della disputa tra la Serbia e il Kosovo?

Visti i passaggi storici precedenti la situazione ora vigente pare rendere il quadro ancora più disordinato. Quello che si è sempre affermato negli ambienti della politica internazionale in merito ai Balcani è che i confini stabiliti dopo la dissoluzione dell’ex-Jugoslavia non si sarebbero dovuti toccare, per evitare di risvegliare i tanti nazionalismi ancora attivi nella regione. Di questo parere è ad esempio la Cancelliera Merkel, che ha mostrato molta perplessità sulla faccenda e sull’operato poco assertivo dell’Unione Europea, nella persona di Federica Mogherini, l’Alto Rappresentante degli Affari Esteri Europei. Perplessità arrivano anche da Padre Sava Janjic del Monastero di Visoki Dečani, Chiesa ortodossa della parte serba del Kosovo. Secondo lui uno scambio di territori “… potrebbe portare a una pulizia etnica pacifica della regione”. Più in generale lasciare che ogni Stato nei Balcani si definisca in base a una etnia potrebbe di fatto implicare la costruzione di identità politiche fondate sull’elemento etnico prima ad ogni altro. Come si può legare un tale fenomeno di costruzione delle identità locali con il processo di integrazione europea, visto che nessuno dei paesi membri si definisce sulla base dell’etnia, bensì sui diritti e doveri di cittadinanza e sul rispetto dei diritti umani?

In questo dibattito si inserisce Andrea Lorenzo Capussela, già responsabile dell’Ufficio degli Affari economici e fiscali del Kosovo, nell’ambito dell’International Civilian Office. Egli ha sottolineato come già in precedenza nella regione si sia assistito ad una ridefinizione dei confini su presupposti etnici: con l’indipendenza del Kosovo nel 2008[3]. Per Capussela occorre guardare alla crisi kosovara secondo una direttrice storica, partendo dall’idea che la stessa esistenza del Kosovo ponga un problema identitario. La dichiarazione d’indipendenza del 2008 è infatti il risultato del conflitto tra popolazione albanese e popolazione serba. Il fatto stesso che la minoranza albanese abbia chiesto l’indipendenza nel nome dei torti subiti per mano serba è una questione di giustizia che pone quasi direttamente una questione di orgoglio etnico. Il riemergere del nazionalismo albanese in Kosovo è il risultato della crisi politica dell’ex-Jugoslavia e della decisione di Milošević di revocare lo status di Regione Autonoma. Risentimenti profondi di un popolo contro un altro, che a torto o a ragione, hanno creato uno Stato che si definisce sull’appartenenza all’etnia albanese.

Il tema supera il singolo caso del Kosovo e investe numerose altre aree e questioni aperte. I Balcani sono infatti un crocevia di culture e religioni e tanti sono i popoli di provenienze diverse che vivono fianco a fianco, nello stesso lembo di terra. Presupporre l’esistenza di uno Stato che possa definirsi su basi etniche, in particolare in questa zona è pericoloso per la stabilità dell’intera regione. Quello che i critici sottolineano è che uno scambio di territori, svolto sulla base del criterio della maggioranza etnica insediata in una determinata porzione di terra, potrebbe scoperchiare questioni sopite. Il primo caso sarebbe, per i più pessimisti – anche se ancora rimane una situazione sotto controllo – quello dei Serbi di Bosnia, che guardando alla questione della città di Mitrovica/Mitrovicë potrebbero reclamare sovranità anche su quella regione. Come gli studi sul nazionalismo, in particolare quelli dello storico Hobsbawm[4], ci insegnano esistono almeno tre fasi nella storia relative al propagarsi del nazionalismo. L’ultima fase sono gli anni Novanta, durante i quali la fine del comunismo sovietico e la dissoluzione della Jugoslavia ne hanno provocato l’emersione. Negli anni Novanta comunque si è assistito al tempo stesso alla crisi del concetto di nazione. I localismi sorti in quel periodo hanno teso alla distruzione dello Stato-nazione Jugoslavo, per quanto “chimerico” possa essere stato. Nel quadro dei processi di nation-building è necessario che i requisiti di appartenenza siano quanto più possibili riferibili al concetto di cittadinanza democratica, piuttosto che alla comunanza di “stirpe” o di “razza”. Ciò permette anche di promuovere il rispetto dei diritti umani e delle minoranze interne.

Ma, appurate le problematiche legate all’ipotesi di uno scambio di territori, cosa occorrerebbe fare per giungere alla soluzione della disputa tra la Serbia e il Kosovo? Secondo i sostenitori dell’ipotesi dello scambio di territori, questa soluzione rappresenterebbe l’unico modo per risolvere una questione annosa, che impedisce, tra le altre cose, il processo di integrazione europea dei Balcani occidentali. D’altra parte, come afferma Capussela, se una modifica dei confini c’è già stata nel 2008, perché adesso lo scambio di territori non dovrebbe avvenire? Rispondere a questa domanda è fondamentale perché permette di non dimenticare i problemi che la stessa indipendenza del Kosovo comporta a livello legale e sostanziale. Da questo punto di vista, prendendo in considerazione il principio di effettività della legge, che è l’unico che al momento giustifica la sua esistenza, il Kosovo rinuncerebbe non alla sua sovranità nel nord, che non ha mai avuto, ma semplicemente al desiderio di averla. La stessa idea di arrivare allo scambio di territori per “consenso” può comportare qualche problema di interpretazione in quanto bisogna prima intendersi sulla natura stessa di questo consenso. Secondo Capussela dovrebbe svolgersi un referendum che avalli la questione perché, in caso contrario, potrebbero più facilmente levarsi cospicue voci contrarie provenienti dai nazionalisti di entrambi i paesi. E, ovviamente, dovrebbe trattarsi di un referendum il cui esito venga rispettato.

Kosovo interno

Tornando alla cronaca, le sollevazioni nazionalistiche che preoccupano i critici hanno cominciato ad assumere importanza, soprattutto nei territori al confine. Nel mese di settembre è stato più volte annullato l’incontro previsto a Bruxelles tra i due premier in seguito – pare – al clima di agitazioni e di proteste delle popolazioni locali. Da parte kosovara, comunque, sono rinvenibili due importanti criticità: la prima riguarda la richiesta di un esercito proprio, mentre la seconda ha a che fare con l’avvenuto innalzamento dei dazi doganali al 100% sull’import serbo e bosniaco.  Tutte e due le questioni sono viste dalla Serbia e dai serbi del Kosovo come una provocazione, che inasprisce il dialogo tra i due popoli. In risposta all’aumento dei dazi doganali, i quattro sindaci delle municipalità del nord si sono dimessi, rendendo la situazione sempre più precaria. Come i sindaci hanno dichiarato in un comunicato, quest’azione fa sì che le municipalità serbe non siano più sotto il controllo di Pristina. L’imposizione dei dazi è stata molto criticata dall’UE, la stessa Mogherini ha affermato che una tale azione non rispetta i trattati europei sul libero scambio tra i quali il CEFTA. Bisogna ricordare che il Kosovo è un bacino commerciale molto importante per Serbia e Bosnia e che, come stima la Camera di Commercio Serba, Belgrado ha un surplus nei suoi confronti di 329 milioni di euro. Le ragioni che hanno portato il Kosovo ad iniziare questa guerra commerciale comunque sono politiche e riguardano le supposte attività che la Serbia, ma anche gli altri stati confinanti, avrebbero portato avanti nei suoi confronti, azioni volte a boicottarne l’ingresso negli organismi internazionali. La posta in gioco in questa battaglia è per i kosovari il riconoscimento della propria indipendenza da parte della Serbia, come condizione per procedere nel processo di riforma interna voluto dalla comunità internazionale.

È notizia del 14 dicembre scorso che il Parlamento kosovaro avrebbe approvato con una maggioranza di 107 su 120 la riforma militare che aveva qualche mese fa annunciato, attribuendo alle Forze di Sicurezza del Kosovo (FSK) la capacità di difesa nazionale, oltre che di sicurezza civile. Si tratta di un’iniziativa che non è stata accolta in maniera positiva negli ambienti NATO, ma, cosa più preoccupante anche se altresì prevedibile, è stata vista dalle autorità serbe come una minaccia alla propria sicurezza nazionale. La premier serba Brnabić ha infatti dichiarato in un’intervista a La Repubblica: “Il Kosovo rinunci all’esercito, minaccia la pace nei Balcani”[5]. Al contrario di NATO, UE e infine ONU, che hanno subito mostrato perplessità sulla faccenda, Germania, USA e Gran Bretagna[6] hanno riconosciuto la legittimità dell’azione di Pristina. Quali possibili conseguenze comporterà quest’iniziativa è difficile da prevedere, la speranza è che tutto possa risolversi pacificamente, senza gravare ulteriormente sulla vita delle popolazioni locali. Le speranze di vedere la Serbia riconoscere la sovranità del Kosovo si fanno più lontane?

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[3] blogs.lse.ac.uk/europpblog/2018/08/29

[4] Eric J. Hobsbawm, Nazioni e Nazionalismi dal 1780, Torino, Einaudi, 2002

[5] rep.repubblica.it/pwa/intervista/2018/12/13

[6] www.affarinternazionali.it/2018/10/kosovo-usa-esercito


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Laureata in scienze politiche sociali e internazionali all'Università di Bologna. Attualmente laureanda in International Politics and Markets presso il Campus di Forli.

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