Connettività globale. “Connectography” di Parag Khanna

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Connettività globale. Recensione a: Parag Khanna, Connectography, Fazi Editore, Roma 2016, pp. 614, 26 euro (Scheda libro).


La connettività è destino. Non ci sono dubbi che questo sia il mantra di tutta la tesi argomentata da Parag Khanna in Connectography. D’altronde il XXI secolo è spesso, e a giusta ragione, considerato il secolo della globalizzazione e della connettività, e già oggi, neanche 40 anni dopo il crollo della Cortina di Ferro, praticamente ogni parte del pianeta è più o meno direttamente connessa col resto del mondo. Sembra quindi inevitabile che la connettività delle principali rotte economiche, infrastrutturali e delle risorse, diventerà il nuovo motore delle relazioni internazionali, avendo un impatto che sconvolgerà le fondamenta stesse dell’ordine internazionale. Già a inizio libro l’autore utilizza una metafora che non lascia spazio a dubbi, affermando come “La competizione per la connettività sarà la corsa agli armamenti del XXI secolo”.

Il perché la connettività, intesa come sviluppo o invenzione di nuove forme di infrastrutture (anzi, nel l’autore parla soprattutto di “megainfrastrutture” e “megalopoli”), sia l’obbiettivo essenziale del nuovo millennio lo si capisce osservando un semplice fatto. Con quasi 8 miliardi di popolazione il mondo persiste a convivere con un sistema di infrastrutture tutt’altro che all’altezza, in troppi casi ancora arretrato in termini di connettività, sia essa logistica o dei servizi.

A questo proposito, all’autore preme che, a livello teorico e pratico, venga compresa la profonda differenza tra “geografia politica” e “geografia funzionale”, anche perché sulla base di questa differenza si potranno poi comprendere correttamente i principali fenomeni del “mondo delle connessioni” in cui stiamo vivendo. Geografia politica è quella che possiamo riscontrare su una qualsiasi cartina politica del mondo. Geografia funzionale è quella che, per ragioni tangibili legate alla connettività, va analizzata e tenuta in considerazione per comprendere fenomeni, dinamiche e flussi. Le divisioni politiche, rappresentate in primis dai confini di una cartina politica, possono essere facilmente sfaldate dalle reti di connettività transnazionali garantite da specifiche megainfrastrutture, le cui dimensioni ed estensioni territoriali hanno talmente superato i confini statuali da essere definite come “entità extra-statuali”.

Il concetto su cui però si regge l’opera di Parag Khanna è quello di “supply chain”, inteso come il sistema completo di produttori, distributori e venditori che trasformano il materiale grezzo (sia fisico che ideale) in beni e servizi da immettere nel mercato. Stando a tale definizione, le supply chain sono il sistema nervoso globale che finisce per connettere qualsiasi economia o parte del mondo, plasmando un mondo dove non si sperimenta la fine dello Stato, ma dove non è più lo Stato vestfaliano a plasmare le relazioni internazionali. A fare ciò sono invece i flussi costanti della ricchezza e delle persone, del capitale umano e di quello finanziario.

L’ambivalenza positiva e negativa delle supply chain è importante da sottolineare, ci ricorda come ogni fenomeno politico ed economico abbia intrinsecamente pro e contro. L’aspetto più positivo è semplice da cogliere, le supply chain sono di per sé base della connettività e del mondo regolato da megainfrastrutture che ne collegano i vari poli, un mondo di connettività porta ad ogni uomo opportunità inimmaginabili anche soltanto trent’anni fa, in primis dal punto di vista dell’accrescimento del benessere. L’aspetto più negativo, invece, è lo stratosferico impatto ambientale che tutto il “supply chain world” ha sul mondo stesso, portando ad uno sfruttamento senza precedenti di legname, petrolio, metalli e gas naturale. Inoltre, tra i beni e servizi che sono prodotti, distribuiti e venduti tramite supply chain va sottolineata la componente “destabilizzante”, ossia un ingentissimo traffico di armi, droga ed esseri umani, a beneficio unico di grandi gruppi criminali transnazionali. Inevitabile poi come qualunque grande potenza ambisca ad un pieno controllo del mondo delle supply chain, tuttavia questo risulta strutturalmente impossibile. Al momento, per esempio, USA e Cina sono in contrapposizione proprio sul controllo di una sempre maggiore fetta del supply chain world, ma inverosimilmente potranno controllare ogni singola supply chain esistente. Si può invece affermare che nel prossimo futuro la potenza più influente non sarà quella più grande in termini di armamenti, bensì quella più connessa.

Del perché la connettività giochi un ruolo tanto importante nel ridefinire le relazioni internazionali nel prossimo futuro si può fornire una serie di esempi, tutti riguardanti specifici attori-Stato. I paesi più imprevedibili militarmente, più pericolosi per la stabilità internazionale e più aggressivi sono, per molti aspetti, i paesi con meno connettività a livello globale, paesi come Corea del Nord, Yemen, Repubblica Centrafricana e Iran. Dall’altra parte, si possono invece osservare piccolissime potenze che tuttavia giocano un ruolo cruciale nell’arena internazionale, proprio grazie alla loro amplissima e sempre più integrata rete di connettività globale, è il caso di paesi come l’Olanda, Singapore o la Norvegia.

Le sempre maggiori opportunità date dalla connettività e dalla possibilità di sviluppare nuove infrastrutture non cancelleranno ostilità e conflitti. Tuttavia è molto probabile che, visto i molteplici effetti benefici a livello regionale delle supply chain, molte aree sottosviluppate o caratterizzate da tensioni si “plachino”. L’autore dipinge un quadro molto completo, e auspica che un’estensione delle supply chain e delle megainfrastrutture tra India, Pakistan e Bangladesh potrebbe portare ad una “pax indica”, stabilizzando una delle arene geopolitiche più tese della storia. Lo stesso discorso potrebbe poi valere per il Medio Oriente, lo sviluppo di supply chain potrebbe rimediare al prolungato fallimento dell’impianto geopolitico degli accordi Sykes-Picot, portando alla cosiddetta “pax arabica”. Una sempre maggiore integrazione tra le economie del Sud-Est asiatico, come sta già accadendo con l’ASEAN, potrebbe portare ad una “pax aseana” caratterizzata da interdipendenza delle economie sul Mar Cinese Meridionale. E infine, gran parte degli Stati africani potrebbero uscire da una condizione di povertà, sottosviluppo e dipendenza economica dall’Occidente, se inseriti correttamente nella grande arena delle supply chain e dello sviluppo di infrastrutture, in questo modo si realizzerebbe la “pax africana”.

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Indice dell’articolo

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Classe '94, di Bologna. Si è laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna. I suoi principali interessi accademici sono nell'ambito degli Studi Strategici, della conflittualità internazionale e della geopolitica. Si è occupato di progetti di policy games MUN (Model United Nations) e ha svolto, come studente, attività di analisi geopolitica al Geneva Institute of Geopolitical Studies.

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