Connettere innovazione e tradizione nelle aree interne
- 20 Dicembre 2021

Connettere innovazione e tradizione nelle aree interne

Scritto da Alessandro Pacini

8 minuti di lettura

Questo contributo fa parte della sezione “Il PNRR in dettaglio visto dalla Next Generation” del numero 2/2021 di Pandora Rivista “Next Generation EU. Leggere il PNRR” – nata da una collaborazione con l’esperienza di “Next Generation Research”, un gruppo di giovani ricercatori e ricercatrici di diverse discipline della Scuola Superiore Sant’Anna e di altre Università. Per maggiori dettagli è possibile leggere l’introduzione a questa sezione, a cura di Francesca Coli e Alessandro Mario Amoroso, che presenta anche l’indice di tutti i 18 contributi di “Next Generation Research”.

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La coesione territoriale rappresenta un punto centrale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR, Piano). Tra i tanti aspetti trattati in questo ambito, troviamo la valorizzazione, il supporto e l’innovazione dei servizi delle aree interne. Tali aree costituiscono circa i tre quinti del Paese, distribuite da Nord a Sud. La loro unicità è data sia dalla grande ricchezza naturale, paesaggistica e culturale della quale dispongono, sia dalla loro distanza dai grandi agglomerati urbani e dai centri di servizi. Le aree interne, tuttavia, soffrono di una marginalizzazione e di fenomeni di declino demografico. Per questo motivo, come correttamente identificato dal PNRR, è necessario sostenere investimenti che puntino ad incentivarne l’attrattività. Attraverso un adeguato potenziamento delle infrastrutture e dei servizi locali è, infatti, possibile gettare le basi per un futuro dove innovazione e tradizione costituiscono un connubio virtuoso.

 

La Strategia Nazionale per le Aree Interne

Le aree interne sono state oggetto di attenzione anche prima del PNRR. Infatti, la Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) rappresenta, dal 2014, un’azione diretta al sostegno della competitività territoriale sostenibile, al fine di contrastare, nel medio periodo, il declino demografico che caratterizza le aree interne del Paese. La SNAI è sostenuta sia dai fondi europei (FESR, FSE e FEASR), per il cofinanziamento di progetti di sviluppo locale, sia da risorse nazionali. Le varie leggi di stabilità, a partire dal 2014, hanno destinato decine di milioni di euro alla SNAI. Ad esempio, con la legge di bilancio per il 2018 (legge n. 205/2017, art. 1, commi 895-896) la Strategia per le Aree interne è stata ulteriormente finanziata nella misura di complessivi 91,2 milioni di euro, di cui 30 per ciascuno degli anni 2019 e 2020 e di 31,18 milioni per il 2021.

La SNAI è parte della Missione 5 Componente 3 del PNRR, dedicata agli Interventi speciali per la coesione territoriale. Sempre in questa missione troviamo diversi altri investimenti, come quello per la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie (0,30 miliardi), quello per gli interventi socio-educativi per combattere la povertà educativa nel Mezzogiorno (0,22 miliardi) e quello per le Zone Economiche Speciali (0,63 miliardi). Per quanto riguarda la SNAI invece abbiamo 0,83 miliardi di contributo da parte del PNRR che, attraverso un’ampia azione che include le risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione, comporterà l’erogazione di complessivi 2,1 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. Tale strategia è stata articolata in due linee di intervento: «Potenziamento servizi e infrastrutture sociali di comunità» e «Servizi sanitari di prossimità». Per quanto riguarda la prima linea, l’intervento prevede di incrementare i fondi per le autorità locali al fine di realizzare nuove infrastrutture sociali destinate, per esempio, ad anziani e giovani in difficoltà. In tal modo, sarà possibile aumentare l’erogazione dei servizi così da poter far fronte a problemi di disagio e fragilità sociale. A questo intervento sono stati dedicati 0,73 miliardi. La seconda linea di intervento, invece, mira al potenziamento di farmacie rurali per piccoli centri, così da poter estendere i servizi sanitari offerti alla popolazione. Infatti, attraverso l’assegnazione di risorse pubbliche, sarà possibile incentivare i privati a rafforzare la loro offerta di servizi che altrimenti richiederebbero lo spostamento del cittadino all’ospedale più vicino. L’assistenza domiciliare, la fornitura di prestazioni di secondo livello, e anche il monitoraggio dei pazienti via cartella clinica elettronica, se offerti localmente, permetterebbero una crescente decentralizzazione dei servizi e, di pari passo, una sempre più grande autonomia delle zone interessate. A questo intervento sono stati dedicati 0,10 miliardi. La SNAI punta, dunque, a valorizzare e ad accrescere la tutela sia del territorio che delle comunità locali, creando nuove opportunità volte a contrastare le criticità che affliggono queste aree.

Come precedentemente accennato, l’innovazione è l’altro punto cruciale su cui il futuro dello sviluppo di tali zone deve basarsi: le linee di intervento suddette sono chiaramente necessarie, ma devono anche essere accompagnate da strumenti che ne possano permettere la crescita in un mondo ormai digitale. Per questo motivo, il tema della connettività in tali zone risulta essere di fondamentale importanza al fine di offrire un’equa possibilità al loro sviluppo, così come per combattere la loro marginalizzazione in questa fase di transizione digitale del Paese.

 

La connettività nelle aree interne

Le reti di banda ultralarga rappresentano un tipo di tecnologia abilitante, necessaria ad affrontare sfide non più del futuro, ma reali e attuali. Questo delicato periodo ha chiaramente mostrato la necessità di avere un’infrastruttura di rete solida, capillare e pronta a sostenere grandi carichi di lavoro. Un primo esempio è lo smart working, ma anche altre realtà come l’Internet of Things (IoT) e l’Industria 4.0 stanno già prendendo piede nelle nostre vite e nella nostra società, aumentando il carico dell’infrastruttura di rete nazionale. Anche la digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni, punto centrale del PNRR, rappresenta un altro esempio che dimostra l’importanza di avere una vasta copertura di rete al fine di rendere il Piano attuabile. L’idea della cosiddetta gigabit society è dunque una necessità per permettere al cittadino, alle imprese e al Paese di prendere parte a questo cambiamento. Infatti, la strategia della Commissione europea sulla connettività per una European gigabit society (settembre 2016), definisce una visione dell’Europa incentrata su aumentare la disponibilità e l’adozione di reti ad alta capacità per consentire l’uso diffuso di prodotti, servizi e applicazioni[1]. 

Secondo l’ultimo indice DESI (Digital Economy and Society Index), l’Italia risulta essere al 25° posto tra 28 Paesi dell’UE[2]. Più nello specifico, per quanto riguarda la connettività, ci troviamo al 17° posto, con una copertura per la banda fissa ultraveloce (maggiore di 100 Mbps) di solo il 30% delle famiglie italiane, contro il 44% della media europea. Questo significa che, pur avendo l’89% di copertura delle famiglie italiane per la banda fissa veloce (maggiore di 30 Mbps), il nostro Paese ancora non è pronto ad affrontare una rivoluzione tecnologica che guardi al lungo termine. D’altro canto, però, secondo l’AGCOM, le linee in rame corte permettono già ad almeno due terzi delle linee FTTC (Fiber To The Cabinet) di supportare una velocità di 100Mbps, con una copertura del 55,4% delle famiglie[3].

In ogni caso, la Missione 1 Componente 2 del PNRR guarda al futuro, e prevede un investimento di ben 6,71 miliardi, con aggiunta di 0,40 miliardi dal Fondo Complementare, da destinare al miglioramento e alla crescita delle reti ultraveloci, sia fisse che mobili, sul territorio nazionale. Tale investimento va ad accelerare una strategia che l’Italia ha già messo in campo dal 2015, ossia la Strategia nazionale per la Banda Ultra-Larga, o piano BUL[4]. Con 12 miliardi di risorse pubbliche e private già mobilitate al 2021, uno degli obiettivi della strategia è quello di realizzare delle infrastrutture pubbliche che garantiscano fino a 1 Gbps in download su tutto il piano nazionale entro il 2026. Questo obiettivo anticipa gli obiettivi del Digital Compass, una strategia dell’Unione Europea che ha come obiettivo una visione ‘umanocentrica’ e sostenibile della società digitale entro il 2030.

Il motivo che rende il piano BUL un’arma efficace è sicuramente la presenza di strategie mirate a ridurre il gap di connettività del quale soffre il nostro territorio, e che coinvolge anche le aree interne. Come infatti descritto nel documento dell’Agenda Digitale Europea 2020, «In mancanza di un energico intervento pubblico, vi è il rischio che i risultati ottenuti non siano ottimali e che le reti veloci a banda larga siano concentrate in poche zone ad alta densità di popolazione, con costi di accesso importanti e tariffe d’uso elevate»[5]. Partendo da questa corretta identificazione del problema, il BUL è stato strutturato in maniera tale da andare a delimitare e categorizzare le zone di intervento tenendo conto dello stato attuale e nel breve periodo per i lavori sulla banda larga. In questo modo, è quindi possibile valutare gli obiettivi di equità in riferimento alle reti di banda ultralarga sulla base delle specificità della zona.

Il piano BUL ha dunque previsto una suddivisione delle aree territoriali in[6]: aree nere, zone dove gli operatori privati hanno in previsione di portare due o più reti a banda ultralarga nei prossimi tre anni; aree grigie, previsione di una rete a banda ultralarga nei prossimi tre anni; aree bianche, nessuna previsione per i prossimi tre anni. Questa mappatura mira, dunque, a identificare dove e come intervenire al fine di ridurre il divario digitale tra le diverse aree del Paese.

Sulla base di ciò, il BUL ha previsto uno specifico piano dedicato alle aree bianche, che interessava originariamente circa il 35% della popolazione con una connessione pari o inferiore ai 30 Mbps. A seguito della fase di progettazione sono stati identificati più di 7.000 comuni interessati, da interconnettere via fibra ottica e/o FWA (Fixed Wireless Access, cioè accesso alla rete metropolitana cablata tramite reti wireless fisse), e con l’obiettivo di garantire connessioni over 100 Mbps a tutti gli edifici della PA e delle aree industriali. A maggio 2021, più di 3.800 comuni avevano già lavori per la fibra avviati (di cui 1500 conclusi), e più di 1.700 già completati per l’FWA[7]. Quest’ultimo tipo di tecnologia risulta essere una soluzione particolarmente interessante ed estremamente utile poiché di tipo wireless, che quindi permette di aggirare i problemi di creazione di una rete fissa in zone non particolarmente facili da raggiungere.

Nonostante alcuni ritardi dovuti all’ottenimento dei permessi per le opere civili, il termine ultimo per questa fase è fissato per il 2023. Dei fondi stanziati dal PNRR, circa 60,5 milioni sono stati destinati alla connettività delle aree bianche relative alle isole minori (piano ‘isole minori’). Per quanto riguarda le aree grigie e nere, invece, queste ricadono nel Piano Italia a 1 Giga, contenuto all’interno del piano BUL e finanziato ulteriormente dal PNRR per 3,86 miliardi. Con questo intervento, iniziato quest’anno, si punta a rafforzare le nostre infrastrutture con un’ottica a lungo termine, garantendo una connettività di 1 Gbps in download e 200 Mbps in upload a più 8,5 milioni di unità immobiliari. Più precisamente, verranno incluse tutte le unità immobiliari che non prevedono, per il breve termine, una connettività stabile di almeno 100 Mbps.

Sempre all’interno del piano BUL troviamo anche il piano Italia 5G, che cercherà di portare questo tipo di tecnologia all’avanguardia in aree a fallimento di mercato, e quindi dove vi è solamente una connettività 3G e nessun tipo di pianificazione per reti 4G e 5G nei prossimi anni. Ad un investimento da parte del PNRR di 1 miliardo di euro per la copertura di queste zone, si aggiungono poi 420 milioni per la creazione di corridoi europei 5G e altri 600 per un backhauling (cioè la connessione con la rete dati metropolitana cablata) in fibra ottica su circa 10.000 km di strade extraurbane per l’adozione delle applicazioni 5G. Il totale del finanziamento, dunque, ammonta a più di 2 miliardi, che va a complementare il piano del BUL finora attuato.

È presente poi il piano Scuola connessa, a cui sono stati destinati 261 milioni dal PNRR al fine di completare la copertura degli edifici scolastici con 1 Gbps e la fornitura di servizi di gestione e manutenzione. Circa 9.000 edifici si aggiungeranno ai 35.000 (78% del totale) già coperti con un investimento finora di 400 milioni. Infine, troviamo il Piano Sanità connessa, che si pone gli stessi obiettivi del precedente piano ma relativo agli edifici sanitari. Con un investimento di 501 milioni, l’idea è quindi quella di fornire connettività a circa 4.700 edifici, con un inizio stabilito per il secondo quadrimestre del 2021.

 

Conclusioni

Con questo quadro generale del BUL, è possibile capire come l’Italia abbia messo in campo una strategia efficace e a lungo termine per colmare il proprio divario digitale. L’utilizzo di una categorizzazione in aree bianche, grigie e nere, rappresenta uno strumento efficace con il quale è stato possibile creare linee di intervento mirate, e con tutte le carte in regola per colmare le reali lacune di connettività del territorio. Di conseguenza, riversare parte dei fondi del PNRR a sostegno del perfezionamento di questo piano, rappresenta senza dubbio la mossa migliore per portare una connettività omogenea sul territorio. Infine, per quanto riguarda le aree interne sarà importante far coincidere azioni che puntano ad incentivare l’attrattività di tali zone con gli investimenti citati per la connettività in modo da creare il suddetto connubio virtuoso tra innovazione e tradizione.


[1] Comunicazione della Commissione UE, Connettività per un mercato unico digitale competitivo: verso una società dei Gigabit europea COM(2016) 587 definitivo, 14 settembre 2016.

[2] Commissione UE, Indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI) 2020 – Italia, p. 3. L’indice DESI 2020 include ancora il Regno Unito.

[3] Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale – Ministero dello Sviluppo Economico, Strategia Italiana per la Banda Ultralarga: Verso la Gigabit Society, 25 maggio 2021.

[4] Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale – Ministero dello Sviluppo Economico, Strategia Italiana per la Banda Ultralarga: Verso la Gigabit Society, 25 maggio 2021.

[5] Comunicazione della Commissione UE, Un’agenda digitale europea, COM(2010)245 definitivo, 19 maggio 2010.

[6] Comunicazione della Commissione UE — Orientamenti dell’Unione europea per l’applicazione delle norme in materia di aiuti di Stato in relazione allo sviluppo rapido di reti a banda larga.

[7] Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Transizione Digitale – Ministero dello Sviluppo Economico, Strategia Italiana per la Banda Ultralarga: Verso la Gigabit Society, 25 maggio 2021.

Scritto da
Alessandro Pacini

Dottorando di ricerca in Emerging Digital Technologies presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Ha conseguito un titolo congiunto di laurea magistrale in Computer Science and Networking, rilasciato dall’Università di Pisa e dalla Scuola Superiore Sant’Anna, a seguito di una laurea triennale in Informatica presso l’Università di Camerino.

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